a cura di Rosanna Frattaruolo

*
da 1 – 2 – 3 Trittico Biancoinverno

III

il verso giusto delle cose stava
nella briciola a terra

televisore. Secondo canale
un banchetto di quaderni
«Impariamo un segreto»

vaniglia uova farina
e mani di madre
lasciarci lievitare
impastare ancora.

*
Mancano le maree d’arancio
dietro le cupole in altri cieli
si aprono i pini e i merli
che attraversiamo dai bus
hanno già spento i flauti

ridono di noi i tralicci
nei chilometri delle metro,
sillabiamo il ritmo dei fanali
e brevi passi singhiozzano
evitando le sagome ai bordi

ma Ninni, il rider non ha consegnato

*
guerriglia negli spazi
tra i punti rampicanti

sull’uscio domandare
«Siamo oltre il perimetro?»

sfarfallio al confine
«In fondo è tutto piano»

(ammortizzare sempre
se la retta è incidente)

*
C’era affanno, la sete
il suono della frusta
il muscolo furtivo
lo sguardo sui sonagli

il corpo era discorde
al passo che non tace
avanti per attrito
mi salvò un dio felino

chiesi delle rivolte
di morte di profeti
di parole d’armare
chiesi «Combatteremo?»

«Pregando a quattro zampe»
così disse la Lince
porgendo una carezza
ai margini del sole

*
Stava tutto nel cancello aperto
quando sopra ogni cosa c’era
il gioco del silenzio, il nostro
precipitare che scava i nervi
per morire assolutamente
talvolta d’inchiostro incancrenito
– piaceva tanto alle nostre ore –
ma saremo allora ancora uomini?
soltanto mercanti di tappeti
a sfilare una nuova stoffa
«Di lui puoi tranquillamente disfarti»

*
Era un santuario e qui attendeva
con un pugnale, Torino, la gola
di una strada che soffoca in fondo.
Aveva un ago la sarta e cuciva,
ma l’uomo di pezza dirà
che ancora non ci è dato
fessurare la muraglia.
Ha parlato il messaggero
dice «La fuga cosa genera?
la grassa risata del cielo»
scoccare le figure in avanti
fino alla cesura del dio.

Il Buco (o sulla dolcemorte)

III

Il buco è nostro. No, è mio o tuo o suo, certo non nostro – l’ellissi è sempre solitaria.
Il consuntivo ha sentenziato “spegnersi”; giunge il tempo del rassegnato sospiro
prima del salto. Spezzarsi e ripensarsi in placenta. Leggerissimo scirocco accarezza
per sei piani – il volo nobilita e deifica. Costato slabbrato, dolce asfissia per
endorfine. Si resta a termine sopra l’asfalto.

Salvatore Giuseppe Di Spena (Lamezia Terme, 1997) è medico e studioso di poesia contemporanea. Scrive per diverse riviste letterarie (tra cui Pangea – Rivista avventuriera di Cultura & Idee, Glicine, Manifestblog, Cuspidi) ed è stato relatore in numerosi convegni legati alla poesia. Già giurato e vincitore di alcuni premi letterari, nel 2025 è stato tradotto all’estero con una prosa poetica. I suoi testi figurano in varie antologie e l’ultimo inedito è apparso in Laboratori Critici (Speciale Ritratti di Poesia 2026). Ha attualmente in cura per diversi editori opere e carteggi di alcuni autori del Novecento. Perimetro è la sua silloge d’esordio, di prossima pubblicazione.

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