a cura di Antonio Corona
Il posto delle mangrovie
Quand’era bassa marea tra le mangrovie di Lobito
passavamo ore e ore a girovagare in quell’intrico di rami
indifferenti al terreno instabile
al labirinto di radici, al passo malfermo a mezz’aria
Forse era un modo di essere più vicini
alla verità senza quella sensazione
che prima o poi l’avremmo perduta
e quando attraversavamo la frontiera delle acque
festosi e gridando d’entusiasmo
ci sembrava strano che ci fosse solo una parola
per designare il mondo
Nessuna ignominia nessun veleno
scalava le pareti di quei regni
la nostra esistenza era cosa semplice e selvaggia
un sentirsi meravigliosamente
Solo quando sorprendevamo i fenicotteri
pronti a spiccare il volo
come una flotta
di zattere invisibili
comprendevamo di essere testimoni di segreti
non destinati a occhio umano
La nuvola e la montagna
Chi da bambino è stato ricoverato in ospedale
non vede più il bianco allo stesso modo
sembrano dei vagabondi
che dopo non sanno dove andare
il bianco riflette e disperde
nella minima insignificanza
una nitidezza insopportabile
Per distrarmi, i miei genitori
mi supplicavano di mostrare loro
i miei denti bianchi in un sorriso
e in quei nostri incontri
inevitabilmente diventavo
il giocatore principiante
che mette subito a rischio
tutto ciò che possiede
Con che rapimento li ho amati
in quei mesi di internamento
loro così belli ed estranei
senza saperlo portavano fino a me lo sciabordio
incessante dell’acqua in viaggio da qualche parte
lo spazio esterno della casa lungo la foresta di mangrovie
la chiarezza non dissimulata
e io con il cuore esultante
facevo collezione di queste immagini
senza nesso
Avrei dovuto fermarli, trattenerli
avrei dovuto cancellare il dolore di amarli
e correre, correre senza voltarmi indietro
prima che la visita terminasse
e il mondo si restringesse di nuovo alla misura
del mio pugno irrisorio e infelice
Dietro e davanti a me tutto era bianco:
l’infermiera, le notti rigide oltre la vetrata
le farfalle sonnambule
intorno alla lampada
la mia infelicità
che non riusciva a distinguere tra la nuvola
e la montagna
La casa illuminata
Guardate onestamente il vostro passato
celato alla strada dagli arbusti
riemerge a pezzi
nelle cose che quanto è stato cancellato si proponeva di
estirpare
nei brani sconnessi in agguato nel sonno
nella trama, nell’estraneità
in cui si trascrive la possibilità di un altro nome
Considerate le vostre memorie preistoriche
le prime dichiarazioni d’amore pronunciate
con labbra insanguinate
l’innervazione magnetica del vostro cuore
dentro la scatola anatomica
dentro una caverna
sulla zattera che vi porta via
Imparate a osservare con delicatezza
la terra inospitale prima di bagnare
il volto in una pioggia repentina
e il suo senso indomabile
Siamo ancora i nativi, i più remoti
Non appena raggiungeremo il mare aperto
e ce ne chiederemo il perché
saremo calati con le corde
alla casa demolita ancora illuminata
La porta
Il mondo arriva ai confini
di un corpo che se n’è andato
chi gli sopravvive si ritrova con una destinazione in rovina
e deve decidere se esibire o nascondere
questo segreto brutale
perché quando un corpo fa silenzio
di quel corpo va ancora portato il peso
c’è bisogno di trascrivere per molto tempo il suo grido
la sua evidenza
c’è bisogno di esaminarne meticolosamente le radici
seguirne di lago in lago
la vuota canoa
A partire da questo momento scoprirai
che nulla ormai può essere trattenuto
e nulla lasciato andare
dalla prefazione di Paolo Giordano
Ho letto questa raccolta di poesie di José Tolentino Mendonça come il racconto della crescita di un uomo, della crescita di un poeta. Dall’infanzia fino alla piena maturità. In un momento preciso, il 2008, il poeta s’imbatte in un’antologia dal titolo Nuovo Romanziere dell’Arcipelago di Madeira. L’antologia raccoglie le canzoni e i testi della tradizione madeirense tramandati oralmente, le cosiddette romances. La nonna del poeta era una depositaria di romances, una “informante”, o almeno è quello che il poeta ricorda di lei. Perché nel Nuovo Romanziere lo attende uno svelamento, anzi una delusione: secondo i curatori, la nonna era confusa, in grado di ricordare in tutto appena nove versi, per di più “con molte pause, reticenze, parentesi, esitazioni”. Altre informanti erano state molto più utili di lei.
“Se me lo avessero chiesto prima, sarei stato pronto a giurare che la mia nonna analfabeta conosceva una quantità colossale di romances orali, e che lei è stata la mia prima e indimenticabile informante. […] Che cosa è successo che possa spiegare il caos, gli errori, la mancanza di memoria che mi lasciano sconcertato?” È questa rivelazione tardiva, questa falla, questo shock, ad aprire la ferita nella quale il libro si addentra. L’inaffidabilità della propria memoria è il portale che permette a JTM di calarsi dentro una grotta, profonda chissà quanto, verso “il centro della terra” anzi, là dove si trovano “le pitture rupestri”, ovvero i ricordi più remoti, così lontani da sembrare preistorici. […]
José Tolentino Mendonça è nato nel 1965 a Funchal, sull’isola di Madeira. Nel 1990, anno della sua ordinazione sacerdotale, ha esordito nella poesia con la raccolta Os dias contados, alla quale hanno fatto seguito numerosi altri titoli che l’hanno presto imposto come una delle voci più originali della sua generazione. Biblista e autore di molte opere di saggistica e spiritualità, ha ricoperto cariche di rilievo presso l’Università Cattolica di Lisbona. Nel 2018 è stato creato cardinale da papa Francesco e, dopo aver ricoperto l’incarico di archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, nel 2022 e poi nel 2025 è stato nominato prefetto del nuovo Dicastero vaticano della Cultura e dell’Educazione. Con Crocetti ha pubblicato Estranei alla terra (2023).




