La Casa di Arimane di Domenico Ferla può essere, a ragion veduta, inserita nella ristretta cerchia delle opere poetiche italiane moderne e contemporanee[1] che nitidamente scorrono nell’alveo di precise filosofie o dottrine esoteriche occidentali[2], con tutte le limitazioni che tale termine veicola.
Non si intendono qui quelle occorrenze di influssi, suggestioni sincretiche o rielaborazioni metaforiche di concetti esoterici (come il dionisismo in D’Annunzio, l’orfismo in Campana o la mistica ortodossa in Cristina Campo, la tensione gnostica di Guido Ceronetti) o, via via sfumando verso le ampie distese della poesia spirituale o di quelle ancora più vaste della poesia religiosa.
Al di qua del confine che ci si è prefissi, per molti versi fluido e poroso[3], non si possono ritrovare che pochi exempla: il ciclo poetico della «Terrestrità del sole» di Arturo Onofri[4] e i lavori della prima stagione di Girolamo Comi[5] quali opere totalmente incardinate nel sistema di pensiero dell’Antroposofia steineriana; il contemporaneo Diego Riccobene con il suo ciclo alchemico[6], intessuto con i fili rari di una pregnantissima ricerca filologica.
La Casa di Arimane[7] fu editato nel 1979 dalle Edizioni L’Erba Voglio di Milano, ed è stato recentemente riproposto, con il titolo La Casa di Arimane e altri versi 1979-1985 con postfazione di Umberto Colla (“Mi contraddico?”) e corredato da una appendice delle recensioni che il volume ricevette nella prossimità della sua prima pubblicazione[8]. Determinante per inquadrare l’opera è, inoltre, la Nota posta da Ferla in conclusione, in cui compaiono tre ampie citazioni didascaliche sullo gnosticismo e sul manicheismo, tratte da una selezionata bibliografia sull’argomento[9].
È, infatti, necessario considerare subito che iscrivere il pensiero e l’opera di Domenico Ferla nel non meglio definito ambito dello gnosticismo non risulterebbe sufficientemente preciso, considerando le diverse stratificazioni e rimandi tra gnosi precristiana, gnosticismo propriamente detto e istituzioni neo-gnostiche del XIX-XX secolo. «Il termine “gnosticismo” – precisa Hans Jonas nella sua fondamentale opera Lo gnosticismo – è stato assunto come termine collettivo per designare una molteplicità di dottrine settarie che sorsero all’interno e intorno al cristianesimo durante i primi secoli della sua travagliata storia, deriva da gnosis, nome greco che significa “conoscenza” […] nel senso di mezzo per raggiungere la salvezza [e] l’estensione dell’area gnostica può essere allargata o ristretta a seconda del criterio impiegato[10]». Anche limitandosi solo a questa macroarea i sistemi gnostici appaiono piuttosto ramificati (proprietà certo molto frequente in ogni sistema di pensiero umano!): dalla gnosi siriaco-egizia di Simon Mago al Vangelo di Marcione, dalla gnosi Valentiniana al Manicheismo ecc..
Pur portando in dote un nucleo dottrinale basato sul dualismo radicale tra spirito e materia, Bene e Male ecc., sull’estraneità dell’uomo rispetto a un cosmo ostile o indifferente creato da un Demiurgo inferiore e ignorante e sulla convinzione che la salvezza consista nel risveglio della scintilla divina interiore tramite la conoscenza trascendente, le speculazioni gnostiche si presentano con esiti dottrinali e soluzioni differenti se non divergenti e, come annotava Ireneo a proposito dei valentiniani: “Ogni giorno [si] inventa qualche cosa di nuovo, e nessuno è considerato perfetto se non è produttivo in tal senso” (I, 18, 5)[11]».
Tra queste ramificazioni, il Manicheismo fondato dal profeta persiano Mani (III secolo d.C.) rappresenta la formulazione più rigorosa e compiuta del dualismo cosmico. Mani concepiva l’esistenza come un drammatico conflitto originario e ineliminabile tra due regni eterni e incomunicabili: il Regno della Luce (il Bene, lo Spirito) e il Regno delle Tenebre (il Male, la Materia). In questa visione, la materia non è una creazione imperfetta di un Demiurgo inferiore (come in molte correnti gnostiche), ma il risultato di un’intrusione attiva delle Tenebre, nella cui morsa la scintilla luminosa dello spirito umano è rimasta tragicamente intrappolata. La salvezza, per i seguaci di Mani e per i loro eredi spirituali, non risiede nel miglioramento del mondo, ma nella lucida consapevolezza di questa separazione radicale.
Ecco allora che la centralità nel pensiero e nella poetica di La Casa di Arimane delle vicende dei Catari, in particolare della comunità Albigese – storicamente inquadrati come la principale manifestazione medievale del dualismo gnostico di ispirazione manichea – rende ragione della definizione di «poemi manichei» dei testi che, apparsi a stampa nel 1979, già circolavano a lungo, manoscritti, tra amici e adepti, a firma di Nicomede Folar anagramma dell’autore (p. 138) e protagonista, tra gli altri, del testo a pp. 62-66. E non è un mistero la specifica adesione al dualismo di Mani del poeta torinese, attestata – per restare al volume in oggetto – dall’articolo di Bruno Biasi su “Panorama” del 27 marzo 1979 e riportato tra le recensioni in appendice (p. 141), che «del manicheismo oggi Ferla è convinto assertore. Se ne dichiara anzi rappresentante ufficiale».
Il dualismo manicheo («il dualismo gnostico» del «mio maestro Mani», p. 17), il pensiero cataro e la tragedia degli Albigesi sono i fulcri storico-filosofici sui quali Ferla costruisce il suo edificio letterario e poetico, articolato e originale. Comprova, venendo finalmente ai versi, questa disposizione teorica inequivoca e fondante, tra gli altri, il testo a p. 36:
Albigesi
Ciò ch’io più pregio e ammiro
in voi, ELETTI, e BUONI,
che seguiste l’insegne altere di Persia,
si è che, nati buoni,
e fatti poi ottimi
dal molto odiare il Male
e dal molto conoscere,
atterriti ed attoniti
dai vizj in cui i Mali loro
avevano precipitato gli uomini,
respingeste inermi in mezzo a l’armi
ove più avvampava e ferveva la battaglia.
Quell’animo è maggiore
il quale più presto può fuggire
la vita calamitosa, che tollerarla
Ma, è bene sottolinearlo, La Casa di Arimane non è un teorizzante manifesto (si scusi il gioco di parole) manicheo, o meglio: non è solo questo. È lascito dalle profonde radici e dai raffinati rimandi letterari. Il titolo stesso apre un debito diretto convocando Giacomo Leopardi che, con l’Inno ad Arimane (abbozzato probabilmente nel 1833 o poco prima[12]) smaschera al massimo grado il suo pessimismo cosmico: è il periodo in cui stava componendo i Paralipomeni della Batracomiomachia e i Pensieri. Il tono cupo, provocatorio e apertamente nichilista dell’Inno riflette la stessa visione radicale che emerge in quella stagione, in cui il poeta sbeffeggia apertamente le ideologie ottimistiche del suo secolo (come il progresso e il liberalismo ingenuo) e immagina il cosmo diretto da una suprema entità oscura, allegoria della crudele ostilità della Natura malvagia e matrigna. Perché il lontano Arimane e non il suo corrispettivo Satana? Per mantenersi lontano dal dogma cristiano? Per raffinatezza culturale? Fatto sta che tutta la sofferenza del recanatese racchiusa nel verso finale («Non posso, non posso più della vita») lo conduce alla straziante ma eroica preghiera al dio malvagio di non fargli superare i trentacinque anni:
«Re delle cose, autor del mondo, arcana
malvagità, sommo potere e somma
intelligenza, eterno
dator de’ mali e reggitor del moto
[…]
Se mai grazia fu chiesta ad Arimane, ecc., concedimi ch’io non passi il settimo lustro. Io sono stato, vivendo, il tuo maggior predicatore, ecc., l’apostolo della tua religione. Ricompensami. Non ti chiedo nessuno di quello che il mondo chiama beni: ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte. (Non ti chiedo ricchezze, ecc., non amore, sola causa degna di vivere, ecc.). Non posso, non posso più della vita.[13].»
Il debito verso Leopardi va oltre il titolo. Ne valuta la presenza, nella sua nota critica (cfr. nota 8), Alfredo Giuliani: «Domenico Ferla ha ripreso a suo modo il progetto leopardiano». Lo evidenzia nella postfazione Umberto Colla, osservando – tra altre adiacenze – come Ferla citi letteralmente tre (il 20, il 48 e il 49) dei centoundici Pensieri pubblicati postumi, nel 1945, da Ranieri e come il tema della Natura malvagia crei un’aura consonante con la visione manichea, citando l’inequivoco verso di La ginestra «nobil natura […] che con franca lingua / confessa il mal che ci fu dato in sorte[14]».
L’intreccio tra il filosofico, l’esoterico, l’eretico da una parte e il poetico e il letterario dall’altro, fermandosi ancora qualche istante prima che ci si cali nella lingua della Casa, è testimoniato anche dagli influssi di altri precursori di Ferla che – secondo Umberto Colla nella postfazione – «sembra riprendere il gusto romantico dell’ironia di Arrigo Boito [Son luce e ombra; angelica/ farfalla o verme immondo[15]], o del Graf (che in “Mi contraddico?” scrive[…] di “quelle care bestiole,/ la cui maggiore faccenda/ è di mangiarsi a vicenda/ sotto il grand’occhio del sole[16]”) e guardare a Carlo Michelstaedter[17], o ancora – pur in assenza di riscontri diretti e per un’analoga tensione gnostica e un’analoga vocazione all’invettiva apocalittica e civile – alla sensibilità isolata e intransigente di Guido Ceronetti. Influssi, sia di pensiero che di forma, che paiono riversarsi nella costruzione di una «voce singolarmente autonoma» dalle varie tonalità. «Anche Ferla – osserva ancora Colla – come Michelstaedter, in questa “tragica commedia” della vita […] alterna ai toni alti quelli popolari, e comici, spesso ricorrendo anche al dialetto», a sferze sentenziose e pause descrittive, «straziati canti, cupi lamenti e feroci invettive[18] già dal componimento incipitale, Stelle erranti:
«Rasonando cusì/ l’altro dì/ amorevolmente, cercavo/ della mente di svellermi/ quel dolore per cui/ non trovo per ancora/ rimedio alcuno. E perché parlando/ si mitiga il dolore,/ dissi:/ «Chi volesse/ formar un Tempio/ de Ignoranza vegna/ a tior el tema/ el modelo el/ fondamento dal Mondo, Casa Reale di Arimane. […]» (p. 13).
Tutti i critici intervenuti si soffermano sul linguaggio mescidato del manicheo torinese: «[n]el suo doppio registro storico, il medievale e l’odierno, Domenico Ferla alterna mezzi espressivi disparati: un dialetto qua e là maccheronico, […]; parecchio turpiloquio; o al contrario, un tenore aulico e una solennità profetica[19]», utilizza «curiosi impasti linguistici fatti di italiano arcaico e cadenze dialettali […] e di latino passato di peso in un dialetto inventato attraverso traduzioni esemplari[20]»; «raccatta[…] linguaggi spuri, corporali, da bassa corte e stallatico, […] dove aferesi, sostituzioni consonantiche, assonanze, deformità lessicali, neologismi o paraneologismi sono caricati del peso di una simbologia ben definita[21]; «il tono sapienziale si mescola col tono popolaresco, la rigorosa teologia catara […] con la cosmologia comica e stercoraria dei goliardi e buffoni medievali […] Ferla contamina molte fonti e lingue, dà voce a diversi personaggi e ricrea il manicheismo, o meglio il catarismo, come testimonianza più che mai attuale[22]».
Linguaggio che, sia chiaro, nonostante il gusto intrinseco per una dizione così esposta e appariscente, originale e – secondo Giuliano Gramigna – da «Super-io», è soprattutto funzionale ai temi della narrazione poetica e poematica. È questa che realmente costituisce un unicum in quanto opera-manifesto, pur redatta con una consapevolezza e un rispetto dei mezzi espressivi della creazione artistica e non meramente schiacciata sulla rievocazione storica o sul didascalismo filosofico e dottrinale. Ma, soprattutto negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, le Avanguardie e le operazioni sul linguaggio non scarseggiavano, per cui la vera peculiarità di La Casa – e il motivo per cui se ne è parlato qui – è, appunto, tematica.
La mobilità, come visto, delle strutture verbali e delle forme dei componimenti – che vanno dai pochi versi di Profondissimo (p. 37) e altre quattro-cinque poesie, fino al lungo poema conclusivo, La forca (pp. 70-99) – giova alla – e si rispecchia nella – modulazione degli argumenta e delle loro sfumature, del tutto coerenti e coesi con gli assi portanti generali del dualismo manicheo, ma declinati e plasmati stilisticamente a seconda del particolare: così in Albigesi, come visto, sfiora la solennità epica; e s’avvicina a una sfumata autoironia in Stelle erranti («presuntuosa/ cosa, senza dubbio, essere/ a parlare di Arimane di Arimane/ nella Casa, o per meglio/ dire, in Casa/ dell’Impiccatore a parlare della corda», p. 14); adotta toni sentenziosi, per es. in Tre corone (La reggia/ del morto Re del Cielo/ dell’Inferno è una tomba./ […] I dèmoni dell’Inferno non sono/ Angeli ribellanti. Il MALE è eterno», p. 38) o in Simbolo di Fede («Io credo in una sola Specie Umana/ Madre e creatrice/ di tutti i Mali sia spirituali/ che materiali», p. 48) o ironici e invettivi (contro i potenti, il Cremlino e il Pentagono, i Papi, il Vaticano, Questo Mondo intero ecc.) o, ancora, piani o stranianti, didascalici (es. in Consolazione: «Verso la metà del tredicesimo secolo/ fu bruciato il famoso tesoro dei Catari/ che si conservava nel castello di Montségur», p. 58) oppure, in larghe lande di affabulazione, inserti latineggianti ecc..
E su quelli che sono i fondamenti del pensiero gnostico e manicheo, il dualismo rovesciato tra Bene e Male e la Vita e la Morte, Ferla si fa però lineare e chiaro, almeno sul piano verbale, nell’inemendabile scuro del mondo:
«Per poter conservare bene il male/ è cura d’ogni uomo conservare/ male se stesso nel comune male.» (p. 30);
«Mai c’è salvezza quaggiù/ nel fitto delle Tenebre./ La più bella storia/ che fosse in tutto il mondo/ è quando il mondo finì.» (p. 34);
«Adoravo gli alberi il sole e la luna./ La vita è un fluire/ dove il nostro spirito/ non può riposare./ Il mondo passa e con esso/ il desiderio del mondo./ La fede che il bene non può essere/ questa realtà ma che deve essere/ un sogno e un’illusione/ ha sostenuto gli eretici/ davanti alla morte./ Fiat iustitia et pereat mundus/ deve essere così.» (p. 68).
[1] Se si volesse estendere retroattivamente lo sguardo, non ci si dovrebbe sorprendere di considerare anche esoterica o velata la stessa origine della poesia italiana. Quanto lo stesso Alighieri scrisse nel Convivio (II, 1) sui quattro “sensi” della scrittura (litterale, allegorico, morale, anagogico) lascia intendere quali piani di lettura si possono e sono stati considerati nel simbolismo della Comedia. Ma questo necessiterebbe non di un altro articolo, ma di un’intera biblioteca dedicata…
[2] Un fronte altro sarebbe quello che volesse osservare le tradizioni orientali, quali Buddhismo, Induismo, Taoismo, Confucianesimo ecc., che in non pochi casi hanno ispirato, anche recentemente, le opere di autori e autrici italiani, quali quelle della seconda stagione di Giulia Niccolai (Frisbees. Poesie da lanciare, Campanotto, 1994 e Frisbees della vecchiaia, Campanotto, 2012), o Tibet e Il segreto (Le Lettere, 2011 e 2015) di Roberto Carifi e buona parte dell’opera poetica di Livia Chandra Candiani, forse la voce italiana più caratterizzata in senso buddhistico, a cominciare da La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore (Einaudi, 2014) e Fatti vivo (ibidem, 2017).
[3] Ogni tassonomia – per restare in tema: ogni manicheismo – ha le sue zone intermedie. Ciò per trovare uno spazio a ponte per la via mistico-esoterica dell’Islam, ovvero il Sufismo, che fortemente risuona nella voce poetica di Fabrizio Boscaglia, fin dal suo esordio con Il ritorno dell’anima, Ladolfi, 2021.
[4] Ove si annoverano canonicamente: Terrestrità del sole (Vallecchi, 1927), Vincere il drago! (Ribet, 1928), Simili a melodie rapprese in mondo (Al tempio della Fortuna, 1929) e Zolla ritorna cosmo (Buratti, 1930).
[5] Le raccolte che costituiscono il nucleo di questo periodo antroposofico (poi in gran parte confluite nella vasta sistemazione di Spirito d’armonia, edito nel 1954 dalle Edizioni dell’Albero) sono: Poesie 1918-1928 (A. Stock, 1928, che antologizzava le precedenti raccolte Lampadario, 1920; I Rosai di qui, 1921; Smeraldi, 1925 e Boschività sotterra, 1927), Cantico del Tempo e del Seme (L’Impronta, 1930) e Nel grembo dei mattini (L’Impronta, 1931).
[6] Dalla nigredo di Ballate nere (peQuod, 2021), Synagoga (Fallone, 2023) e Larvae (Arcipelago itaca, 2023) all’albedo di Enchiridion (Tipheret, 2026).
[7] La pronuncia corretta è Arimàne. Il termine deriva dal greco Areimánios, a sua volta adattamento del nome antico persiano Ahura Mazdā – nella sua forma malvagia Angra Mainyu o Ahriman – figura dello zoroastrismo che rappresenta il principio del male e delle tenebre.
[8] Domenico Porzio su “Panorama” del 6 marzo 1979; Paolo Milano su “L’Espresso” dell’11 marzo 1979; Bruno Biasi su “Panorama” del 27 marzo 1979; Giuliano Gramigna su “Alfabeta” del 1° maggio 1979; Alfredo Giuliani su “La Repubblica” del 25 maggio 1979 e Riccardo Osella su “Il nostro tempo” del 15 giugno 1980.
[9] Henri-Charles Puech, Il manicheismo, in Storia delle religioni 8. Gnosticismo e manicheismo, Laterza, 1977, pp. 161-62; Piero Martinetti, Gesù Cristo e il cristianesimo, Mondadori, 1972, pp. 147-57 e Jean Guitton, Il Cristo dilacerato, Il Saggiatore, 1964, pp. 138-44.
[10] Hans Jonas, Lo gnosticismo, Società Editrice Internazionale, Torino, 1991, p. 32.
[11] Ivi, p. 195.
[12] Nella preghiera ad Arimane, Leopardi, nato nel giugno del 1798, chiede di non raggiungere il 35° anno di vita; deduttivamente – salvo finzioni poetiche – dovrebbe essere stato scritto prima di tale traguardo.
[13] Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, “I Meridiani” Mondadori, 1987, p. 1445.
[14] Ivi, p. 205.
[15] Arrigo Boito, “Dualismo” in Libro dei versi, 1877.
[16] Arturo Graf, “Mi contraddico?” in Rime della selva, 1906.
[17] Appunta il postfatore Umberto Colla: «Non è […] dimostrabile, ma è lecito pensare che anche il sottotitolo di questa Casa di Arimane, “non avere più niente – da perdere più niente – da sperare più niente da temere, tolto da “Niente”, sia un’eco di un passo del Dialogo della salute di Michelstaedter: “Niente da aspettare / niente da temere / niente chiedere”» (p. 121).
[18] Paolo Milano, “Amore e Male in una barca”, su “L’Espresso” dell’11 marzo 1979, in Domenico Ferla, La Casa di Arimane, Edizioni Colibrì, 2026, p. 139.
[19] Ibidem
[20] Bruno Biasi, “Male. E così sia”, su “Panorama” del 27 marzo 1979 in Domenico Ferla, cit., p. 142.
[21] Giuliano Gramigna, “La lingua della giovane poesia”, su “Alfabeta” del 1° maggio 1979 in Domenico Ferla, cit., p. 143.
[22] Alfredo Giuliani, “Due eterni principî, su “La Repubblica” del 25 maggio 1979, in Domenico Ferla, cit., p. 145.
La IX lama | VI.
Immagine: Frammento della cena della Festa manichea del Bema. Pagina miniata, da Qocò (Cina), IX-X secolo | Dettaglio di copertina di: Domenico Ferla, La Casa di Arimane, Colibrì Editore, 2025.




