a cura di Rosanna Frattaruolo
Valeria Rossella della poesia dice
Mi piace pensare la poesia come una forma alternativa di conoscenza, e anche come una specie di sortilegio che trascina ciò di cui parla fuori dal tempo, cioè dalla storia, cioè dalla morte.
Poesia vuol dire permanenza.
Non credo che la poesia abbia a che fare direttamente con il nostro io, sicuramente con qualcosa di più ancestrale, di più devastante, tipo la Tigre di Blake, l’Angelo che visita Giacobbe per sciancarlo, qualcosa che abita nel sistema limbico, che viene a bussare (che dico bussare??? a sfondare) la tua porta. La penso come il risultato di un incontro/scontro fra l’io del poeta e questo sostrato oscuro che fa irruzione, e implora, minaccia, vuole esistere. E il poeta sta lì sul crinale pericolosissimo, e deve dar forma a questa cosa, a questo, diciamo, ‘terzo io’ che nasce, come il maestro vetraio con il suo soffio dà forma a una materia incandescente, deve far parlare al caos la lingua del cosmo.
Come ho scritto in un mio testo, “rendere leggibile il suo disordine, e dargli pace”.
Sì, rendere leggibile il disordine.
La sua poesia ci dice
da La città di Kitež, Nino Aragno Editore 2012
Dimmi
dove possiamo darci appuntamento,
immagine, mimo e mneme,
o fax, forse, ogm e clone
che senza essere appari, indaffarato
a mostrarti nella giacca di tweed, dentro lo specchio,
fotogramma o pellicola, filmato di youtube,
tutto purché fuit, fu e fuggito, oltrecortina
con la luce perpetua dei led a illuminarti,
dimmi, che già il vento passando tra fronde millenarie
ci trascina se non spietato, noncurante,
insieme e ognuno per sé, nel suo destino
con foglie, sacchetti a perdere e polvere a sud ovest, dove tutto declina,
le luci del traffico sulle statali, dei monitor in rianimazione,
l’energia divina, sonnambula, l’orma purpurea del sole
che se ne va sulle rocce, il tempo rubato nella mano destra,
e ciò che nel nostro linguaggio di uccelli ci dicemmo
o accademico dello sparire,
sotto le gelide stelle del Capricorno anch’elle
tramontanti, catriosso, straccetto, tuffetto,
che il tuo amore per me non t’ha protetto
*
da Quello che vedo, Interlinea 2021
Edda
Che profetando dalla buia caverna degli psicofarmaci
tu tornassi a morire sulla tua panchina
io non potevo prevederlo, Edda, tu che mi ammonivi
non aprire le porte che non sei certa di saper richiudere
Ora eccoci qui, al Valentino, entro
nel bar deserto che ha luci da sala operatoria
ti chiedo se vuoi un bicchier d’acqua, ma no,
scuoti la testa, e hai già inghiottito
la pastiglia del buio.
Il Mastro Vetraio dell’inverno
rinchiude il tuo disordine nella sua opera perfetta,
lontana e gelida come il mare di Bering,
o slatentizzata,
ma io dirò per te questa messa, e la dirò dal mio non credere,
e andrò in cerca dei tuoi acheni dispersi.
*
da Oltre il buio e il tremore, Marco Saya Edizioni, 2026-09-10
Luci mummificate, perdonatemi.
Poiché nella corsia del gelo faccio fatica a riconoscervi
ammiccanti sotto la plafoniera del supermercato,
diafana scia raccolta da una donna
che passa col carrello, oscillante polena
di un Vascello Fantasma.
E compero provviste che non vi serviranno per il viaggio
sotto stelle non tolemaiche, un viaggio
verso le creste di ghiaccio, verso il nulla, buia Antartide,
un frullo di ali nel buio, un vento tra il sartiame delle tende
Aldo che volevi sapere il mio nome, Dariusz
che nella tua lingua frusciante ancora mormori
Come ti sta bene il rossetto rosso,
fra lo specchio e il nulla
Dicono di lei e della sua poesia
Giovanni Tesio, dalla prefazione a La città di Kitež
Scolpita in ritmi di risonanza classica, in versi spesso lunghi, sostenuti da sonorità tutte interne alla grana stessa della voce che parla, colloquia, canta, denuncia, invoca, la Rossella esprime – tema veramente centrale – l’infinita misericordia di una poesia (lirica) capace di convocare morte e vita in un profondo assegnamento di comunione: le presenza falbe, ma anche l’unità del tutto “nel gran mare dell’essere”, l’ombra di una verità che si dà per intermittenze, “l’inestirpabile fede” in un’altra dimensione del tempo, la gremita ornitologia che evoca uno spazio pregrammaticale o disarticolato (senza “consonanti né vocali”).
Daniele Piccini, dalla recensione a Quello che vedo (La Lettura, Corriere della Sera, 5/6/2022)
Prima di tutto, il tono. Spesso un poeta è riconoscibile dalla sola modulazione della voce, da come la articola. Valeria Rossella […] ha un’intonazione inconfondibile: parla con una nota che è insieme ultimativa e umbratile, lapidaria e misteriosa. […] Rossella scrive da un’aria della fine, da un destino immedicabile che si è avverato e di cui la poesia resta come testimone, come interprete, per quel tanto che può essere trascritto di un discorso che per la massima parte sfugge, si sottrae. Per Rossella, nutrita dai modelli di una lirica tragica, fra cui si annoverano, oltre ai polacchi, i russi (la Cvetaeva, ad esempio), le forme che popolano il mondo sono sibilline, oracolari.
Lo stesso Daniele Piccini, nell’introduzione alla sua antologia La poesia italiana dal 1960 a oggi (Rizzoli 2005), le dedica queste parole: “Da attendere a nuove prove è la pronuncia limpida e desolata di Valeria Rossella (1953) che, in gran parte aliena da tracciati italiani, si muove in una luce di assoluta rivelazione”.
Valeria Rossella e i suoi poeti
Se devo dire quali poeti mi hanno maggiormente impressionato ai miei inizi, mi hanno dato in un certo senso il tono, devo citare gli espressionisti tedeschi: Benn, ma soprattutto Trakl. Poi certi francesi: Baudelaire, e Nerval. Amo anche molto Laforgue, per quanto assai diverso da me. Straordinarie alcune parti de I tragici di Agrippa d’Aubigné. Poi Kavafis, fra i russi soprattutto Mandel’štam. Un po’ alla rinfusa, e potrei citarne molti altri.
E gli italiani? Cavalcanti, Foscolo, i barocchi con l’ossessione del tempo (Leone Sempronio, Ciro di Pers, Giovanni Della Casa), le Rime del Tasso, e Gioacchino Belli. Fra i poeti del Novecento Caproni e Penna, Sereni anche se molto diverso da me, Montale solo il primo e l’ultimo (quello degli Ossi e di Satura). E poi amo Sbarbaro e Cardarelli.
Utili assai i libretti d’opera, non per il loro contenuto spesso assurdo, ma per il senso del ritmo e l’uso dell’imperativo.
In dono a Valeria e ai lettori di Il Tasto Giallo, Einsamer nie als im August di Gottfried Benn da Statische Gedichte. Arche Verlag, Hamburg 2006, nella traduzione di Giuseppe Bevilacqua da https://www.studigermanici.it/wp-content/uploads/2013/12/6-85-1-PB.pdf
Einsamer nie als im August:
Erfüllungsstunde – im Gelände
die roten und die goldenen Brände,
doch wo ist deiner Gärten Lust?
Die Seen hell, die Himmel weich,
Die Äcker rein und glänzen leise,
doch wo sind Sieg und Siegsbeweise
aus dem von dir vertretenen Reich?
Wo alles sich durch Glück beweist
und tauscht den Blick und tausch die Ringe
im Weingeruch, im Rausch der Dinge –
dienst du dem Gegenglück, dem Geist.
*
Mai più solitario che in estate:
ora perfetta – nei campi vicini
e lontani vampe rosse e dorate,
ma la gioia dov’è dei tuoi giardini?
Chiari i laghi, teneri i celesti regni,
nitidi i coltivi e brillano silenti,
ma dove son vittoria e di vittoria i segni
da quel regno che tu rappresenti?
Mentre ognuno con la sua felicità s’impose
e scambia lo sguardo e scambia gli anelli,
nell’aroma dei vini, nell’ebbrezza per le cose –
tu servi tutt’altra felicità, servi lo Spirito
Valeria Rossella è nata nel 1953 a Torino, dove è tornata a vivere dopo un lungo soggiorno romano. Tra le sue raccolte di poesie: L’anima del violino (Galleria Pegaso Editrice, Forte dei Marmi 1996), Il luminaio (Crocetti 2003), La città di Kitež (Aragno 2012), Quello che vedo (Interlinea 2021), Oltre il buio e il tremore (Marco Saya Edizioni 2026). E’ anche traduttrice dal polacco, ha curato tra l’altro la versione di un’ampia scelta dell’epistolario chopiniano (Il Quadrante, Torino 1986), e di Czesław Miłosz, premio Nobel 1980, un’antologia di poesie (La fodera del mondo, Fondazione Piazzolla, Roma 1996) e il Trattato poetico (Adelphi, Milano 2011).




