a cura di Rosanna Frattaruolo

Lella De Marchi della poesia dice

È sostanzialmente impossibile tentare di dare una definizione, esaustiva ed universale, del concetto di poesia. La poesia è un modo del guardare e del sentire il mondo che si realizza in maniera trasversale. Neanche quando si tratti, nello specifico, di “scrittura” poetica, è la necessità del definire, il nocciolo della questione. Credo, però, che il fine di chi scrive sia il medesimo: si scrive perché qualcuno ci legga, perché dentro di noi s’agita qualcosa di sommerso che vuole venire alla luce, chiede di essere comunicato, sottratto all’oblio e alla dimenticanza.
E che ci sono cose che solo la poesia come medium, con i suoi mezzi specifici, ha la capacità di provare e riuscire ad esprimere. La poesia è, innanzitutto, un “fare”, costituito da una serie di atti concreti. Il primo atto che si compie è quello del poeta che si mette a nudo, che attraversa un percorso di identificazione e di ricerca della propria originaria autenticità. Non c’è poesia se non si attua, contemporaneamente all’affinarsi dei mezzi tecnici, un’analoga evoluzione del proprio sentire, un particolare lavoro sull’interiorità che si fonda sull’ascolto. Si ascolta leggendo e studiando, fuori di noi, e studiandosi e leggendosi dentro. Una strana mescolanza di vita reale e vissuta e vita sentita e immaginata. Una costante riflessione su come questi due piani del sentire e del vivere s’intersecano, si allontanano, si perdono, si ritrovano. Una riflessione altrettanto presente sull’atto e sul perché della scelta della poesia come medium. Memoria e riflessione sulla memoria. Tecnica e modelli contano moltissimo, ma conta molto e forse di più il modo con cui quei sistemi di riferimento riusciamo a farli nostri, affermandoli, negandoli, rigenerandoli, attualizzandoli. La ricerca è un elemento imprescindibile della poesia, il suo status vitale. L’attuale coesistenza di infinite varietà di generi poetici ne è la testimonianza.
Ogni poeta, ogni individuo, possiede la sua personale visione del mondo. E la necessità di ricercarla. Scopo della poesia, dell’atto artistico in generale, consiste proprio nell’apportare il proprio personale contributo alla conoscenza, svelando nuove possibilità di senso, aprendo nuove ipotesi interpretative della realtà. Unite in collaborazione a tutte le differenti possibilità ed ipotesi. Questo è lo statuto di ogni agire poetico. A mio avviso, occorre far coesistere il più possibile i diversi piani di questa ricerca, i diversi corpi della poesia. Il corpo della lingua, ovvero il testo e la parola scritta, il corpo della voce, ovvero il suono della parola, e il corpo del gesto, ovvero l’atto del dire la parola. Vedere come s’intersecano e si fortificano l’uno l’altro, fino a creare un organismo pulsante ed in continua espansione, dentro ed oltre ogni univoco senso letterale, verso la scoperta della voce interiore del testo. La parola poetica è un atto, un agire, della scrittura, segno grafico apposto su una pagina come su tanti altri supporti, digitali e non, che possiede al suo interno anche la dimensione del suono. Scegliamo le parole anche in base al loro suono, a come i diversi suoni si combinano tra loro nella creazione della struttura del testo. Ci sono molti accorgimenti poetici per far questo: la rima, l’enjambement, la ripetizione, l’anafora etc. Ed è anche un atto del corpo: il corpo della parola, il suo ingombro fisico sulla pagina ed un modo del corpo di chi la crea e la rende viva pronunciandola. Atto di riflessione, canto e vita nel loro svolgersi simultaneo. I temi trattati e la loro provenienza possono moltiplicarsi all’infinito, così come le modalità per dirli. Io mi occupo fondamentalmente del concetto di confine, come luogo non di separazione, ma di fluido interscambio, con una particolare attenzione alle tematiche di genere e di ricerca dell’identità. E’ stato l’esercizio della poesia che passo dopo passo le ha portate alla luce, chiarendole sempre più. A chi mi legge, ma soprattutto a me stessa. E questo tipo di ricerca può accadere sia quando racconti te stesso, il tuo mondo, o quando racconti del mondo di tutti, della flora come della fauna, della scienza come del mito. Nella poesia, inoltre, in quanto corpo variegato, organismo molteplice in continua espansione, il procedimento nel suo farsi è importante tanto quanto l’obiettivo raggiunto. Un procedimento che necessita di essere appurato e documentato, come tutti gli altri atti di cui si compone il fare poesia. Per questo ritengo che la performance poetica, con il suo input di memoria ed improvvisazione, di unione di differenti modalità artistiche, possa documentare efficacemente questo lato del fare poesia. Può, infatti, accadere anche di cambiare la rotta della nostra riflessione e del nostro lavoro. Possiamo ritrovarci a tentare strade che prima non pensavamo di percorrere o che neanche pensavamo esistessero. All’interno di un percorso di successive scoperte e disvelamenti, una delle forme in cui si esplica la ricerca della verità. Il fatto che la verità assoluta possa non esistere, di certo non scalfisce la necessità del ricercarla. Vero è ciò che accade, quella cosa che accade e di cui ci accorgiamo nel suo manifestarsi, perché ci risuona entro. Non tutto è visibile ai nostri occhi, vediamo quello che ci corrisponde, quello che possediamo in forma di sommerso. E’ quel mondo che la poesia intende portare alla luce. In questo senso, in poesia il vero coincide con l’originario, l’autentico. Si è autentici dal momento in cui si inizia a praticare la nostra forma di autenticità. E la poesia insegna a non averne paura. Anche e soprattutto quando l’esercitarla ci ponesse di fronte a contraddizioni ed ostacoli. Interni, ed esterni.
Della fatica di stare al mondo ripaga non il risultato, ma lo sforzo e l’attenzione posti nel percorso. Della fatica resta il superarsi, a piccoli passi e brevi, talvolta fragilissimi ed invisibili, ma consistenti.

La sua poesia ci dice

Tre testi da: Primo Movimento in Nella culla dell'ostrica, raccolta inedita

A rallentare il piano appropriato è lo scontro
culturale. Nel luogo del già detto, spunti
risorti per la riflessione. I codici. I volumi.
I mix. Le biblioteche virtuali. Introdurre
personaggi consoni. La cifra, lo spessore.
Lo sviluppo del tu mentre la trama
si avviluppa. Mantra ritmico e surreale.
La salvezza nell’abbandono. Rifugio
tecnico che fa dell’immagine orecchio.

*
L’interno, l’esterno. Parallelismi innati.
La geografia umana. Espandere la scena
chiave. L’ostacolo e l’antagonista. La sinossi
per ogni apparire. In caso di ripetizione
giustificare. Introdurre o approfondire
i personaggi secondari. La vita che cerca
l’amalgama sfugge al controllo. Terre
straniere per tentare il decollo. Geometrie
astrali del consanguineo, nell’inversione.

*
Nella sotto traccia, il flusso della coscienza.
L’esplorazione. Confronto, motivo indiretto
della partenza. L’irrisolto. Il voluto
e l’involuto. La scelta. La scena madre.
Il seme del padre. L’abbraccio del fratello
in ogni fratello. Celebrare le crepe.
Festeggiare la svista, l’origine espansa.
Le ferite emotive. L’accettazione dinamica.
L’arte di riparare con l’oro la ceramica.

Dicono di lei e della sua poesia

Riccardo Socci, Paesaggio con ossa di Lella De Marchi: io, corpo e alterità, Poesia del nostro tempo, 19 febbraio 2018
[…] La corporalità rappresenta l’elemento centrale e onnipresente anche nell’ultima raccolta di Lella De Marchi, Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca 2017), della quale, tuttavia, è importante innanzitutto evidenziare un aspetto: a differenza di quanto accade in altri autori, nella De Marchi il corpo in questione non è quello di un io-soggetto poetico, bensì quello di un tu; è, in sintesi, oggettivazione ed espressione di un’alterità.
Come spiega l’autrice in un breve appunto introduttivo, l’occasione biografica alla base del libro è l’incontro, avvenuto nell’ambito di lavori socialmente utili, con Malina, una giovane ragazza, presumibilmente straniera, relegata ai margini della società e vittima di violenze. La raccolta, articolata in quattro sezioni, più due testi-cornice che fungono da premessa e da Appendice, è quasi interamente costruita sul rapporto tra io e tu:
 ma a te ti guardo. / ti guardo con gli occhi che non ho mai avuto evitando / la possibilità del conoscerti prima. / ti guardo alzarti senza vestirti, abitare la roccia, scavarti / fino a non scomparire. / ti guardo come si guarda una cosa non viva. come un santo // ti libero del tuo teorema, costruisco per te la mia / ipotesi-alcova. / ti guardo nuda e distesa ti fisso nella memoria, / qualunque cosa tu sia, definizione caos necessità. / una distorta questione di corpi, più o meno / viventi. voce che trema, che fa tremare le ossa.
Parlare di un rapporto, a ben vedere, è in realtà inappropriato. Malina, infatti, esiste in Paesaggio con ossa soprattutto come corpo-oggetto di poesia, come corpo – violato, malsano, magrissimo eppure perfettamente bello – la cui visione impone nel soggetto lirico un’autoanalisi. L’incontro con un personaggio emarginato – che, lo si guardi o meno, esiste (a sé) nella realtà – costituisce per De Marchi un’occasione di riflessione sulla propria persona, sulla propria morale, sulla condotta etica, sul proprio stare al mondo. […]. 
L’alterità – forse vale la pena ribadirlo subito – esiste nel mondo, a prescindere dai muri e dalle recinzioni che si vogliano costruire attorno alla soggettività. Ribadito questo assioma (Malina è «vita che vive senza ornamenti, vita che vive solo di sé»), tuttavia, la De Marchi evita, per buona parte del libro, di trasformare il tu in una semplice (e perbenistica) occasione di denuncia sociale.
[…] In questo doppio gioco di smascheramento, a mio avviso, si trova l’elemento più interessante della raccolta, costituita da componimenti monostrofici di versi lunghi che molto devono al modello di Amelia Rosselli (per l’uso dell’anafora e della variazione, per un certo espressionismo del dettato). Con Paesaggio con ossa, la De Marchi compone una sorta di collage fatto di illustrazioni del corpo di Malina, in cui il soggetto poetante si mostra chiuso da un lato da un’incapacità di intervenire attivamente nel mondo (un mondo «sconosciuto quanto precluso»), dall’altro dall’anestetizzazione – la «supposta, con immediato effetto placebo» – della propria funzione visiva e percettiva (processo magistralmente descritto da Pietro Montani in Bioestetica – 2007).
Un momento di riscatto si registra nella quarta sezione del libro, Gesti, interamente costituita da poesie-omaggio ad artiste contemporanee (Ketty la Rocca, Gina Pane, ecc.) i cui lavori rappresentano tentativi di intervenire attivamente e politicamente sulla realtà, in risposta a quelle «condizioni della marginalità» e «della separatezza», «evidenziata a partire dalla concretezza del quotidiano, dalla dimensione del domestico» (N. Lorenzini, op. cit., p. 121) tipiche della scrittura e dell’arte femminile degli ultimi decenni.
La raccolta si conclude, in forma aperta, con un omaggio ad Amelia Rosselli (nume tutelare dell’intero libro e, benché per ragioni molto diverse, altra figura di donna emarginata), in cui si riassume la condizione schizofrenica dell’io lirico – condizione assolutamente contemporanea – in bilico tra volontà di agire nel mondo, riconoscendo e avvicinando l’altro da sé, e constatazione del proprio, insuperabile isolamento: […] / se si resta si resta di umanità elevata al cubo, illibata e perduta, / di santità illibata e perduta, di una caduta di tono di una caduta di / luogo di una caduta di spazio scambiate per verità. scambiate per / te e per me piantate come un coltello nel verde mare / della differenza del cuore. / se non riesco a parlare se non riesco a parlarti se non riesco a / parlarmi perché continuare a.
 Perché continuare a? Quella appena descritta, è evidente, è una condizione che riguarda da vicino lo stesso statuto della poesia contemporanea – nell’ambito dell’attuale sistema sia delle arti sia della società – sulla quale, per chiunque ami e affronti questa forma letteraria, occorrerà riflettere, come di recente hanno fatto Guido Mazzoni e Italo Testa su «Le parole e le cose». Ma rimandiamo questa riflessione a un’altra e più adatta sede.

Maria Luisa Vezzali, La bambina cyborg di Lella De Marchi – Identità senza dimora e senza radici dalla postfazione a “La bambina cyborg” (Transeuropa, 2020)
Dalle ricognizioni poetico-sociologiche di Paesaggio con ossa (Arcipelago Itaca 2017), che partiva da un incontro reale con Malina, una giovane immigrata dall’Oriente europeo conosciuta durante la collaborazione con una struttura per senzatetto, per poi aprirsi alla celebrazione di tutti i «casi umani», tutti gli «insulti razziali», tutti i corpi-a-perdere che questa fase aggressivo-agonizzante del capitalismo occidentale si lascia indietro come scorie senza valore, l’ultima opera di Lella De Marchi passa ad adottare una prospettiva di vasto respiro speculativo, sviluppando ulteriormente un tema caro all’autrice – quello dell’identità, che «è molto di più che una forma» – in direzioni che possono essere accostate a quelle del femminismo postumano di Donna Haraway e Rosi Braidotti.
L’aspirazione di Ipotesi per una bambina cyborg a tenere insieme i diversi strumenti di esplorazione della poesia e della filosofia è esplicitata già dal titolo, che da una parte allude al fondamentale Manifesto cyborg della Haraway e dall’altra con il termine “ipotesi” richiama a una forma di conoscenza che la filosofia classica considerava inferiore e provvisoria, ma che, nella sua possibilità intrinseca di riscritture e verifiche, si pone come formidabile antidoto al rigor di ogni sistema di pensiero totalizzante. Tale aspirazione si manifesta, inoltre, nell’offerta a fine libro di una “Bibliografia essenziale” – procedimento certo non consueto tra i poeti italiani – che mescola in modo creativo voci poetiche (come Celan o Cvetaeva), storici come Schiavone o sociologhe militanti come Marcasciano.
L’opera è organizzata in tre sezioni che dosano sapientemente simmetrie e asimmetrie: le due parti iniziali, infatti, contengono entrambe tre sequenze per un totale di diciotto testi ma, mentre la prima lo ottiene con lamoltiplicazione 3 x 6, la seconda lo fa con l’addizione 7 + 7 +4. Conclude il testo unico di Corollario, di nuovo un terminematematico-logico-filosofico.
All’interno della prima parte, la sequenza Dimora si apre con un’immagine potente: la psiche-farfalla (che ha ascendenze colte antiche, dalle rappresentazioni della farfalla Monarca nelle tombe egizie all’«angelica farfalla che vola a la giustizia sanza schermi» del Purgatorio dantesco) procede a un volo di regressione ipnotica difficile e pauroso («nell’inconscio i ragni cadono ad uno ad uno l’acqua / è una goccia stilla da una stella una tubatura si è rotta») fino a tracciare il cerchio della propria infanzia come prigione dolciastra, soffocante e persistente («l’aria entra nella stanza soltanto quel tanto che le basta», «il coniglietto / è ancora su quel muro gioca sempre a fare la tua ombra»). Ma già all’inizio il per-sempre è definito dal suo poter sussistere esclusivamente all’interno di un vortice incessante, lucreziano, di cambiamento: «tu continua ad esserti infedele. tu continua». D’altronde la stanza primordiale, pur ponendosi come un rifugio di silenzio al «rumore che hai dentro», non riesce a portare a termine il suo compito: lì «tutto sporge», «niente resta diritto» e c’è sempre qualcosa che non tiene, «una fessura sul muro», «una macchia sul maglione». Il soggetto che vi si dibatte all’interno è in parte maschera manga («hai messo il vestitino azzurro e la parrucca da fatina»), in parte creatura mitologica dai superpoteri («sei un uccello con le ali / di cristallo puoi entrare dentro al sole penetrarlo»), ma anche essere androgino («nella foto sorridi sembri un altro»), spaurito e fragile («è sempre il vuoto l’ignoto la paura a segnarti la faccia»), esposto sapientemente alle menomazioni e agli innesti («il corpo… / potrebbe sopravvivere anche pieno di protesi. / certe volte glielo permettiamo già»), una bambina cyborg in cui De Marchi si specchia con fascino e inquietudine («non spaventarti se non ti riconosci», «non spaventarti se ti riconosci»), un eidolon che pronuncia la fine e sepoltura dell’umanesimo maschio borghese ed eurocentrico per disegnare altri e nuovi orizzonti in cui «il mondo si disarma disattende la caccia dimentica il vuoto bestiale».
La sequenza Liquido amniotico passa in rassegna con accento più narrativo fotogrammi della giovinezza, il cartone del «Signor Rossi che ti piace tanto» per il suo affidarsi a un candore rabdomante, perché «cammina sulle impalcature di palazzi in costruzione. con gli occhi / chiusi. dentro abbracci fortunosi delle gru», o le piste da sci su cui «scivoli leggera». Ma anche in questo siamo avvertiti che «c’è un’altra storia dentro la tua storia», ovvero quella di tutto ciò che è diverso e «rotto» (come il «giradischi rosso», la «bambola con un difetto») e che pertanto nel mondo, fuori dal «grande vuoto» della placenta, una volta spezzata l’unione prenatale tra madre e figlia, è destinato a ricevere traumi, «calci». Questa unione è infatti il Paradiso Terrestre tematizzato dalla terza sequenza, in cui una madre e una figlia sono mano nella mano, «creature sperdute in un bosco» da fiaba: «forte» l’una; inchiodata a inseguire una «ripetizione costante» l’altra, inceppata di conseguenza in una successione dolorosa di rinascite. Madre e figlia, titoli travolti da un vento di reversibilità, in cui non è chiaro chi insegna o apprende, chi nutre o è nutrito, chi è prima e chi è dopo. Collegate da un altro blasone fiabesco come le «scarpe rosse», simbolo del contatto profondo con la vitalità e l’istinto, ma nude di fonte al fatto che «tutto nel mondo si scinde» e tale scissioneproduce soggetti menomati – «tutto / è monco nel mondo» – che necessitano di cura e protezione.
Cambia scenario la seconda parte, dove a essere declinate sono Figure, reinvenzioni di archetipi della soggettività alternativa che De Marchi persegue, desunti dal mito greco (“Giunone”, “Amazzone”, “Narciso”, “Androgino”) o da quello ebraico-cristiano (“Eva”, “Vergine Maria”, “Maria Maddalena”). Esseri senza sesso, senza terra, senza età, che creano «l’amore con l’amore», ma amano sempre «a proprie spese», collocati «oltre la norma», liberati non solo «dai ruoli del reale dal reale e i suoi espedienti», ma anche dalla rigidità materiale del corpo, «dagli organi dai fianchi dalle anche dai gomiti», e soprattutto dalla necessità di omologarsi a qualsiasi standard col solo fine di poter essere accettati. Attraverso un procedimento coerente con la passione per l’innesto e per il doppio (non oppositivo ma coincidente: «è nella congiunzione degli opposti la bellezza / che cerchiamo»), alle sette “figure” fanno eco sette profili Fuori formato – bigger than life, si potrebbe dire. Laudi in crescendo, intonate a chi sconta sulla propria pelle cangiante il compito di abbattere l’«impostura» delle categorie, drag queen che osano affermare che «ogni mondo è perfetto uno specchio l’immagine / di dio», ibridi che sono, persino, «un incastro perfetto tra umano e divino», corpi che si rivelano robotici o si spaccano generando l’insetto di dolore che hanno alimentato dentro di sé a forza di incomprensione. Ed è solo a questo punto che De Marchi può tentare un (comunque ipotetico) autoritratto. Niente di figurativo, ovviamente, qualcosa di violento come Matisse («le nostre ossessioni s’incarnano. / non so dove sei / … / e la sete divampa anche dopo avere bevuto»), struggente come Giacometti («siamo la doppia immagine che può vedersi da sola»), che alla radice del sé trova solo un paesaggio acqueo, la scaturigine indefinibile del desiderio: «l’amore resta e resterà. l’amore non si cura / della forma l’amore sa che la forma non è che un antidoto alla paura».
Il Corollario, così, conclude l’itinerario con una successione liturgica – una serie di sei versi che attribuiscono un predicato alla bambina cyborg seguiti da un verso isolato, serie ripetuta per dieci volte. Un rosario che crea e disfa ogni sorta di definizione («la bambina cyborg adora il tranello. / la bambina cyborg è una sfida all’inganno», «la bambina cyborg non si conserva / la bambina cyborg non si consuma»), arrivato alla consapevolezza del volto autoritario di ciò che è puro, singolare, immisto e alla necessità di aggrapparsi all’ibrido, al condiviso, al contaminato come unica bussola etica oggi concepibile. Dove fioriscono le ipotesi, il dogmatismo recede. Password per la lettura del mondo: apertura e interconnessione. E puntualmente la bambina cyborg concepisce la relazione come dispendio di sé, trasfusione cosmica che unisce il piano sublime delle stelle a quello ctonio e vile delle tubature, cancella ogni fondamento semantico del concetto stesso di possesso all’interno della circolazione affettiva («non ci sono mani piene non ci sono mani vuote», «quando mangi non finisci tutto guardi ancora dentro»). La scrittura, ugualmente, si distende e incorpora, sceglie sia il ritmo liberato dell’oralità sia la simmetria rigorosa del numero, coniuga il “cristallo” del linguaggio scientifico (serie criptata, concavo, convesso, calcoli…) e la “fiamma” della nomenclatura del corpo (mani, occhio, piedi, grembo…), assume le figure della ripetizione e dell’elenco per significare l’accumulo, mentre le compresenze di espressioni antitetiche e ossimoriche ribadiscono l’assurdità anacronistica della divisione del reale in schemi binari. Una scrittura che, soprattutto, si arrende al comando prepotente del martellamento e del suono («l’alga si secca solo se resta nella battigia nella risacca la lingua»).
E quando di ambizione filosofica si è parlato per questa opera, non si intendeva certo un pensiero che rimane riflessione ripiegata su di sé, ma anzi un discorso incarnato che si prolunga in azione riattivando le molle propulsive dell’eros. Il polimorfismo nei testi di De Marchi, infatti, è una spinta ex-statica, una «fame» positiva contagiosa autoalimentante che genera sempre altro desiderio, fino a cancellare vittimismo, nichilismo, passività. Versi ecologici e politici che indicano la via utopica, ma forse anche l’unica via possibile rimasta, per la sopravvivenza della specie. Una cultura homelessness e rootlessness, del nomadismo e del rispetto, un riconoscimento empatico del disomogeneo dentro di noi, intorno a noi, ma soprattutto nei molteplici altri da noi, «molti dei quali» per dirla con Braidotti «nell’era dell’antropocene, semplicemente non sono antropomorfi».

Giorgio Mancinelli, Lella De Marchi … e/o la dimensione del vuoto assoluto – La Recherche su “Le Stanze di Emily”, (Anterem Edizioni 2024)
C’è una ‘guerra oggettiva’ estrinseca che riguarda gli oggetti intorno a noi e che ognuno combatte a suo modo all’interno dei propri ‘spazi’: visivi, conoscitivi, culturali, affettivi, intimistici, che solo formalmente sveliamo a noi stessi e/o che rifuggiamo dalla considerazione, se non quando prendono il sopravvento su di noi e divengono despoti assoluti dei ‘vuoti’ che occupano con la loro presenza…
“di tutta la verità ma dilla obliqua”. (E.D.)
È allora che avviene lo scontro a interrompere l’instaurata quiete, proporzionatamente stabilita dai ‘vuoti’ a disposizione e la loro dominazione dei ‘pieni’, che non riusciamo più a detronizzare se non interrompendo il rapporto intimo che abbiamo amorevolmente e/o obbligatoriamente accordato con beneplacito alla comune convivenza …
“…sto guardando un cassetto mentre vedo quello che sto pensando. / sto guardando solo quel cassetto. lo scelgo. lo metto a fuoco. / e tutti gli altri cassetti scompaiono … / provo a inserire nel mio pensiero un moto diverso del mio vedere. / provo a inserire nel mio pensiero un moto diverso dal mio pensare. / resto nel buio. lo assaporo.”
La ragione di quanto accade va ricercata nella ‘virtualità’ oggettiva della loro utilità, praticità, validità, conforme all’adeguatezza e/o inadeguata affettività che concediamo agli oggetti, all’estensione di un rapporto che va ben al di là del piacere del bello e/o del brutto che si voglia, e che pure è alla base della scelta iniziale che riveste di importanza e/o di grandezza la ‘forma’ delle ‘linee’ che la compongono nella (nostra) luce, e la scompongono nel (nostro) buio …
“(della sua distanza, forse, o forse della distanza tra se e le cose)”
“…la percezione di un oggetto co(n)sta / esattamente la perdita dell’oggetto / la percezione in sé un guadagno / corrispondente al suo prezzo – / l’oggetto assoluto è nullità – / la percezione lo rende bello / e poi biasima una perfezione / che situa lontano.”
È qui che entra in gioco l’esercizio dell’estetica trascendentale e metafisica del ‘bello’ e/o del ‘brutto’ che invero accettiamo in quanto afferente all’avvenenza, all’armonia e/o disarmonia che ci portiamo dentro, intrinseca del ‘gusto’ che si apprende con la ‘conoscenza’, con la ‘cultura’, con la nostra disponibilità di acquisizione, con l’intuizione sensibile e la ‘creatività’ che investiamo in ciò che impariamo ad apprezzare e a riprodurre in forme seriali …
“…una poltrona dentro a una stanza legge il pensiero. / [è un veliero che conduce in contrade lontane] / senza preavviso si stacca dal corpo e diventa una fiaba. / intessuta con il tessuto della poltrona. / il corpo ospitato da una poltrona dentro a una stanza / è l’unico corpo, altro da te, che si legge da solo. / il corpo ospitato da una poltrona dentro a una stanza / è l’unico corpo che non è corpo / può stare in piedi o disteso. / appoggiato per terra o sospeso.”
Sospensione d’intenti quindi per affermare e/o riaffermare l’importanza di una ‘personalità’ distintiva e individuale ricevuta in dote, che abbiamo appreso dalla elaborazione di modelli culturali che ci siamo dati attraverso fasi: evolutive, associative, comunitarie e quant’altro inerente alla globalizzazione, costruite sul sociale a dar ‘forma’ a quelle cose entrate a far parte della compagine antropica integrata. Da non sottovalutare, come spesso accade, di dare alle materie prime utilizzate (sfruttate): terra, acqua, flora, minerali ecc. che danno ‘forma’ agli oggetti, la potenzialità d’essere considerate ‘vive’, aventi una propria conoscenza solo ingannevolmente semplice, che noi impropriamente disconosciamo, la cui acquisizione nozionistica equivale a …
“…un viaggio incompiuto (se vogliamo) ancora da compiere. / la voce lo sa e si arma di fiato. / del fiato che è soltanto il fremito / delle foglie nel vento. / il suono ritornerà all’ora prestabilita. / il gesto si sveglierà all’ora prestabilita / la voce lo sa e si appresta a colmare ogni distanza. / a distinguere il ramo dal tronco / la notte dal giorno.”
Di fatto ogni singola materia equivale a un vaso comunicante che incrementa e interagisce con noi nelle rispettive attitudini personali in silenzio, funzionale alla rete d’immagini che trasmette, da cui prende ‘forma’ ogni cosa oggettiva che andiamo ripetendo all’infinito in quanto modello, paradigma, emulazione, sorpresa, che a sua volta riempie i nostri spazi vitali coscienti e/o incoscienti, emotivi, intellettuali, sentimentali, concernenti il nostro vivere …
“…a tua discolpa ci sono soltanto le cose. / le cose nella loro evidenza di cose. / le cose non stanno in piedi per caso. / … le cose che non hanno niente da dire / e le cose che si rifiutano di dire qualcosa.”
Così come oggi si studiano in psicologia certi aspetti della cultura (pensata), si dovrebbe incrementare un’adeguata “Sociologia delle forme” impostata sulla interazione programmatica degli ‘stili cognitivi’ di base presenti nelle differenze individuali che Lella De Marchi indica negli “Innati Movimenti Narrativi” presenti ovunque nelle sue “Stanze” dove attiva l’inventario delle sue affabulazioni, onde enumerare e/o rimuovere dalla lista le sovrastrutture inutili …
“m’impegno” … “a principio dei miei irrisolti misteri.”
…a liberarmi di tutti i detriti / a non pensare all’esistenza delle scorie / a concepire un’esistenza pulita / ad ammettere la possibilità della rinascita / a sentirmi “degna” e non “accettata” / a creare il mio lato migliore.”
O meglio ad imprimere, pur nelle diverse modalità di percezione, una sorta di elaborazione delle informazioni, delle concettualità decisionali in determinati contesti di scelta ecc., nello specifico di una scrittura equidistante dall’essere letteraria e/o poetica, avulsa dai possibili cambiamenti apportati dall’evoluzione tecnologica nel linguaggio, nell’ortografia, nella transitorietà del verso …
“…passeremo senza separarci / così da risparmiarci / il certificato di assenza.”
Dacché si riscontra una costante quanto ‘ossessiva’ paura del vuoto, di quegli ‘spazi bianchi interstiziali’ che in qualche modo vanno riempiti a dar ‘forma’ a un proprio ‘stile’ (gusto individuale, singolare) e forse di attesa, quanto di sorpresa, nel dono non ricevuto perché inaspettato e/o forse insperato, purché …
“…sentirci capaci di un’altra dimensione.”
Una ‘non-dimensione’ quindi in cui Lella De Marchi sfiora l’estensione poetica senza l’imprimatur della poesia tout-court, entrando e uscendo da una dimensione scrittoria apatico-marginale di esperienze che ‘stanno fra’ le pieghe riposte della coscienza emotiva, sottolineando il carattere sintomatico-figurale rivelatore di un disagio comportamentale tipico della nostra era dal volto ‘social’ mai così poco altruistica …
“…il tempo in questione durerà sì o no una eternità. / si dimentichi dell’esistenza. / presto sarà dall’altra parte. / se non le sovvengono i poeti, si affidi alla scienza.”
“…non è una questione di tempo o di memoria, / ma di esercizio, di lotta, e di speranza. / dimenticare non basta. / né a guarire, né a ritrovarsi in un’altra stanza.”
Al dunque, pur mettendo da parte i precedenti petrarcheschi e le citazioni dickensiane, le ‘stanze’ visitate dall’autrice rientrano ancor più nella sperimentazione visionaria di un Jack Torrance (Shining), nel cui labirinto si perde la cognizione del tempo e dello spazio per entrare nella ‘dimensione del vuoto assoluto’ in cui l‘ “io sono” necessita infatti di “Una stanza tutta per sé”, in cui si rivela la presenza/assenza di una realtà di fatto virtuale, che diventa ‘forma’ collaterale del vissuto: “un vuoto, un pieno, un meditare dell’anima che desidera trasfigurare il vuoto della morte nella pienezza di un’eternità che nessuna morte potrà mai sfiorare.” (Norman MacCaig).
“…prima o poi tutti si alzano da tavola e se ne vanno. / prima o poi tutti si resta soli. / abbracciati a una sedia vuota.”
“…il suono che la perpetua è cosa lontana. / il gesto che la completa è vicino ma assente. / un viaggio incompiuto o ancora da compiere.”

Giovanni Fierro, Le Stanze di Emily, Anterem 2024, in Fare Voci, aprile 2024
…… sottolineare l’importanza di queste sue pagine, dove lo sguardo è tutto e il come è il senso. In questa sua scrittura che trasforma e che si trasforma, dove “il tempo è come un cassetto. aperto o chiuso. vuoto o aperto” e le stanze di casa sono come geometrie da scoprire, angoli e aperture che abitano la testa.
In questo suo dire, Lella De Marchi però esplora e fa fiorire una frase di Emily Dickinson che è già un mondo in pura gemmazione, “dì tutta la verità ma dilla obliqua”.
La casa da riconoscere, passo a passo, percezione per percezione, è una continua scoperta, “la voce al mattino si guarda e si tocca le orecchie/ le trova o troppo piccole o troppo grandi./ allarga la bocca, prova ad emettere un verso, / a collegarsi al senso dell’universo”.
C’è tanto in “Le stanze di Emily”, e tutto passa attraverso il fine filtro della sensibilità, “il corpo ospitato da una poltrona dentro a una stanza/ è l’unico corpo, altro da te, che si legge da solo”.
È quel riconoscersi che porta alla propria identità, in un continuo definire anche il solo “preferisco sentirmi “voluta”e non “ben voluta””, e il più semplice “stasera ti racconto una storia”.
Tutto questo rinnovato scrivere di Lella De Marchi è una lotta per la libertà, un atto di liberazione, perché “m’impegno/ a liberarmi di tutti i detriti./ a non pensare all’esistenza delle scorie/ a concepire un’esistenza pulita/ ad ammettere la possibilità della rinascita”, la posta in palio è alta, la sfida è lanciata.
E di stanza in stanza, il corpo è il luogo dell’accadere, non solo della poesia, ma anche del senso che piano piano, pagina dopo pagina si costruisce, “io sono la bocca che non può parlare senza svelare, io sono/ il corpo che ancora non si può mostrare e si lascia ricoprire/ dai capelli, io sono una storia che comincia dal finale”.
La verità obliqua di Emily Dickinson diventa così la poesia a tutto gesto di Lella De Marchi, indomita nel suo trovare forma, febbrile nel suo indovinare il respiro, generosa nel voler appartenere al presente.
Proprio in quel luogo, sempre più pericoloso, dove riconoscere “le cose che giocano in attacco/ e le cose che giocano in difesa./ le cose difese e le cose indifese./ le cose in mezzo alle strade./ le cose senza un interlocutore./ le cose assenti e le cose presenti”. Nel centro di ogni tensione che nasce.

Ranieri Teti, quarta di copertina di Le stanze di Emily (Anterem, 2024).
Grazie a Lella De Marchi rientriamo nella grande storia letteraria e poetica che attraversa l’800 e si spinge fino alla prima metà del novecento, una storia densa di vertigini e drammi, e lo facciamo con il suo sguardo contemporaneo e attualissimo, per merito di una scrittura che naturalmente include e contiene istanze recenti. Cercare la prosa, quasi un’idea narrativa, dentro una forma poetica rende questa raccolta ricca di uno scorrere impreziosito da raffinate iterazioni.
La divisione dell’opera è in sezioni con i nomi delle stanze di una casa, “Le stanze di Emily”: spaesante è l’avere intitolato “Una stanza tutta per sé” quella dedicata alla soffitta. Come se Virginia Woolf entrasse di diritto nella casa di Dickinson. Un proseguimento temporale che può essere un ideale passaggio di testimone, nella tensione del gesto, nel sottile proseguire di una storia a lungo pensata, che finalmente plana in un libro che in più accoglie precise citazioni dickinsoniane.
Da un cassetto parte il racconto della casa, che viene descritta in un’alternanza di oggetti e pensiero, di esterni e interiorità: “ci vuole tempo per passare dal dettaglio a una visione d’insieme”. Infatti il testo nel suo insieme ha un efficace andamento scandito da punti fermi, come se ci si dovesse soffermare su ogni particolare; allo stesso tempo si produce in una vasta opera di ricomposizione, stanza per stanza. La messa in scena di questa opera, “scenografia più che sceneggiatura”, sembra davvero una scenografia sceneggiata.
Il processo creativo di De Marchi nasce sì da un pre-testo acuto e dichiarato ma è in toto autonomo, rendendo evidente la forza poetica della nostra autrice.

Lella De Marchi e i suoi poeti

Quanti libri, non solo di poesia, ho letto? Non saprei dirne il numero preciso, ma di certo moltissimi. Anche se non troppi. E non sempre con la stessa assiduità. Ho trascorso periodi di sola immersione nella lettura, arrivando a leggere anche più di un libro al giorno. Ed altri, persino piuttosto lunghi, in cui neanche riuscivo ad avvicinarmi o ad aprire un libro. Leggere, come scrivere, è una delle poche cose al mondo che ti consente di rispettare i tuoi tempi interni, se sei disposto a farlo. Ma sono sicura che leggere è un atto necessario che precede, ma anche segue, l’atto della scrittura, in un circolo infinito. Sono due atti inscindibili, anche se spesso avvengono in momenti differenti. La lettura sortisce effetti in modo disparato, nel tempo e nello spazio. Ho letto moltissimi libri, di alcuni non ricordo di averli letti né chi li ha scritti, di altri ho letto solo alcuni passi, altri li ho riposti sullo scaffale con l’intento di leggerli in momenti più consoni.
Mi è piaciuto farmi consigliare i libri da leggere, ma ho sempre amato di più i libri che ho trovato, anche per caso, che pochi avevano letto e che sembravano sussurrarmi di scoperte e luoghi solo miei. Ho preso a catalogarli e sceglierli in modo più specifico da quando scrivere è diventata una delle mie abitudini e necessità quotidiane. Quanto allo scrivere poesia, non sempre sono stati fondamentali i libri di poesia propriamente detti, a farmi ritrovare spunti o consonanze. La poesia ispira è sempre capace di risuonarti dentro e di suscitare in te stupore e meraviglia. Non è determinante chi l’ha scritta, a che periodo o corrente letteraria appartenga. Posso amare Dante, per la grandiosità della visione, come Gozzano per l’attenzione alle piccole cose, per citare due esempi estremi ed italiani. Passando per Catullo, Saffo, Cecco Angiolieri, l’Ariosto, Leopardi, Baudelaire, Mallarmè, Verlaine, Camillo Sbarbaro, Pessoa, Ungaretti, Sandro Penna, Beckett, Celan, e così via, per citane alcuni. Anche testi brevi e molto div ersi dal mio universo culturale come gli haiku giapponesi hanno arricchito il mio universo poetico. Ma, di sicuro, il poeta che più mi ha avvicinato alla poesia, insinuandomi il tarlo della scrittura, è stato Eugenio Montale, in cui astrattezza e concretezza si fondono mirabilmente e la musicalità, l’aprire verso altre dimensioni della percezione, è un elemento fondante nella costruzione del senso. Una ricerca ed una riflessione che non rifugge dagli oggetti, dalle cose, per me molto affascinante. Per un motivo simile, anche Amelia Rosselli è un cardine per il mio lavoro. Poesia come dispositivo verbale e visivo costruito su regole musicali, plurilinguismo, sperimentazione, drammaticità che non si ripiega su se stessa, gioco della lingua, sono punti di riferimento nel mio percorso. Molta della poesia scritta da donne è diventata con il tempo come un’ossatura nel mio percorso di scrittura. Leggo e rileggo, amo e riamo Emily Dickinson, Anne Sexton, Sylvia Plath, Cristina Campo, Patrizia Cavalli, Alejandra Pizarnic, Audre Laurde, Adrienne Rich, Anne Carson, Carol Ann Duffy,
Renèe Vivien, per dirne alcune che mi sono sempre di ispirazione. A molte di loro, mi avvicina sicuramente la questione di genere e la ricerca di identità e libertà di espressione, in quanto donne. Ed una forma di attivismo che si realizza nell’esercizio della poesia. Gran parte dei miei libri portano non solo la dedica, ma una specie di dialogo fitto, un amalgama, costituito di rimandi e citazioni, domande e risposte, ad una poetessa che sento risuonare nel mio universo. Ho lavorato fino ad ora (sto scherzando) con Patrizia Cavalli, Amelia Rosselli, Anne Sexton, Emily Dickinson e Alejandra Pizarnik. E con tutte le altre e gli altri insieme. Per finire, anche se tante sarebbero le cose da dire sul mio rapporto con la poesia ed in particolare con la poesia delle donne, un accenno a Patrizia Vicinelli. Per il coraggio del suo acceso sperimentalismo e l’attenzione posta sull’aspetto fonico della lingua, una figura unica. I retroscena personali della vicenda personale di queste poetesse m’interessano, mi aiutano ad entrare nella loro persona, ma sono le loro scelte più specificatamente riferite alla parola poetica, la vita che inestricabilmente si lega ad esse e in esse i esprime, ad indicarmi la via. Finalmente, che sia scritta da donne o da uomini, la vera poesia è sempre un po’ queer, poiché capace di aprirti nuovi, inediti, pertanto un po’ bizzarri, mondi ed orizzonti del sentire e del riflettere. Appare sempre un po’ bizzarro ciò che, in qualsivoglia modo, non corrisponde ad una visione già consolidata. Ma non sempre, anzi quasi mai, lo è solo per vuoto spirito di contrapposizione. Più spesso, se mai, per intima corrispondenza ad un differente modo del sentire e del vedere. Meno diffuso, ma altrettanto vero, quando autentico.


In dono a Lella e ai lettori di Il Tasto Giallo, di Patrizia Vicinelli da Cenerentola. Libero adattamento in sette quadri o scene e sei ballate in La nott’e’l giorno. L’opera poetica (a cura di Roberta Bisogno e Fabio Orecchini) Ancona, Edizioni Argolibri marchio editoriale della casa editrice Nie Wiem, 2024, pp. 181-182

BALLATA N. 6 A UNA VOCE e CORO (Cenerentola inizia)

Quello che so è che nulla so
è dal passato che viene il futuro
solo il presente è la mia realtà
tu che mi guardi e speri con me
che la giustizia sia verità Cenerentola e coro
soffri il tuo giorno di crudeltà
nell'abbandono di ciò che è morto
perché straziato dentro di te
da mille frecce puntate al cuore
che hanno distorto ogni senso d'amore.

Come vorrei come vorrei
confondermi nel cielo nel suo blu ritornello
un desiderio di felicità
la forza di ottenere la libertà.

Noi dolcemente noi duramente
noi piano piano le bestie rompiamo
come un fanciullo ti devi trovare
quando apri gli occhi e vedi il mondo girare
con un gran balzo un salto op-là coro
getto la maschera e mi vedi qua
sul palcoscenico ma la realtà
il gran teatro dei morti viventi
sia pur per ora i vivi son assenti
ma noi cantiam come bambini in fasce
facciamo di tutto e alla fine si rinasce.

Come vorrei come vorrei ritornello

Lella De Marchi. Poeta, artista, autrice, performer, è nata a Pesaro. Ha pubblicato i libri di poesia “La spugna” (Raffaelli, 2010) finalista al Premio Pascoli, “Stati di amnesia” (Lietocolle, 2013) finalista al Premio Montano, “Paesaggio con ossa” (Arcipelago Itaca, 2017) finalista al Premio Pagliarani nella sezione inediti, “Ipotesi per una bambina cyborg (Transeuropa, 2020) vincitore del Premio Inedito Colline di Torino e “Le stanze di Emily” (Anterem 2024),vincitrice del premio Internazionale Città di Sassari, finalista al Premio Montano e secondo classificato al Premio Bologna in Lettere, sezione inediti. La sua nuova silloge inedita “Il rituale dell’offerta” è risultata finalista al Premio Inedito Colline di Torino 2026 ed ha ricevuto il Premio della Critica al Torneo dei Poeti 2026.
E’ tradotta in diverse lingue (inglese, spagnolo, catalano, francese, rumeno, arabo). Suoi testi sono inclusi in antologie di poesia contemporanea, blog e riviste su internet. Ha seguito corsi di scrittura creativa e sceneggiatura con Andrea Camilleri, Tonino Guerra, Ugo Pirro, laboratori di teatro e lettura espressiva ad alta voce.
Partecipa a reading di poesia, poetry slam e realizza performance, interattive e inclusive, a tematica lgbtqi+ e sulla questione di genere, che uniscono poesia, musica, teatro, installazioni artistiche.
Tra i progetti più recenti, “Liturgia della strega”, concerto poetico-musicale del Collettivo ODM (Onoranze De Marchi Madau), creato insieme alla compositrice musicista e performer Adele Madau, prodotto a giugno 2024 da Insulae Lab, sotto la direzione artistica di Paolo Fresu. Attualmente sta lavorando alla performance tratta dal suo ultimo libro di poesia, “Le stanze di Emily”. Con un estratto da questa performance ha vinto il Premio Bologna In Lettere 2025, nella sezione Poesia Orale e Performativa. E’ diplomata al Cet di Mogol come autrice di testi di canzone.
Ha vinto il Premio Lunezia 2024 nella sezione autori di testo.
Tra le antologie collettive di poesia si segnala, in particolare: Distorsioni. Poesia Italiana Queer dell’Ultracontemporaneità, (Marco Saya 2025). E’ inclusa tra gli autori di Versopolis Review, Gradiva Rivista di poesia, Living Poetry (Archivio in divenire di poesia contemporanea ed altre arti).
Si occupa poesia contemporanea, scrivendo prefazioni e recensendo libri.

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