a cura di Rosanna Frattaruolo
Giancarlo Sissa della poesia dice
La poesia è un processo conoscitivo che attraversa la storia. Non un annuncio di verità quanto piuttosto la possibilità di riconoscere la realtà della condizione umana nell’ambito della quale soltanto si carica di significato ciò che crediamo di sapere. La poesia è un dialogo fra i molti “io” che ci compongono – un dialogo che si può chiamare monologo solo se non si sanno più distinguere le diverse voci degli “io” disseminati e compresenti nell’esistenza di ognuno di noi e che continuano a fiorire in modo anche involontario perché sono la vita -. Un dialogo fra gli “io” intrisi d’altro tempo, menzogne, ipotesi e ricordi che concorrono a dare struttura a noi stessi, alla nostra identità, alla nostra storia. La poesia non è quello che penso o che sento ma quello che so profondamente. La poesia è quindi pluralità, colloquio, urto, scontro, altra parola della storia, della tradizione, del reale, del quotidiano, delle malattie dell’esperienza. La poesia è la sincerità che sopravvive all’incandescenza dell’autobiografia. La poesia designa il momento in cui le parole passano ai fatti – lì le parole non si distinguono dal gesto e hanno una loro ecologia, una loro economia, una loro sacralità – perché la poesia è un comportamento caratterizzato dall’etica della libertà e dalla dignità riconosciuta alla dimensione civile dell’essere umano.
La poesia è l’invenzione di un lettore, di un compagno col quale condividere il pane. La poesia è dunque una responsabilità e il contrario della rimozione. La poesia è il grado massimo dell’esposizione senza cautela, è anzi la reciproca ospitalità perché ogni uomo è la casa dell’uomo. È autodenuncia del proprio e dell’altrui desiderare perché la poesia spacca il buio della paura da dentro. Ad ogni sillaba fa i conti con l’impostura, con l’autocensura, con il senso di colpa. Noi scriviamo su uno specchio e proprio per questo mentire non ha senso – significherebbe entrare in dissonanza, ammalarsi, abdicare – . Siamo ogni volta al cospetto del nulla, fuggire equivale a tacere. Le parole vivono nel petto come la fatica nelle mani. Senza parola la poesia sarebbe la danza. Ciò che leggo e ciò che scrivo mi fa la carne, posso sorridere al disastro della letteratura ma non del mondo perché ciò che faccio lo faccio al cospetto dell’abisso, inventando ogni volta quella forma di solidarietà metafisica che si chiama scrittura, abolendo il conformismo corrotto del canone, la malafede di ogni sistema, pronunciando una parola antica e nuova, corrosa ma accesa, spavalda e sofferta, concreta. Del resto la poesia è la logica della metafora verificabile nel corpo della storia, insulti compresi, e per questo rifiuta l’identificazione in un ruolo o in una funzione. La poesia è critica in modo implicito, anzi, è una rappresentazione esplicita delle criticità della lingua e del vissuto della contemporaneità. La poesia svela perché è il solo modo di dire qualcosa che non si lascerebbe dire diversamente. La poesia è scrittura applicata alla dolente opacità del reale, sogno e delirio compresi. La poesia è una inesausta presa di posizione relazionale. La poesia accade anche nel fatto letterario, certo, ma è il contrario dell’abbastanza. Non scolma il mare, lo nuota. Non scorda. Traduce.
La sua poesia ci dice
da Laureola, Book Editore 1997
Pont Neuf
E cosa importa si porti vino
a un tavolo dove non se ne beve
solo lettere scriviamo e malaccorte
ma vere come il bere del mattino
o nebbia la nebbia che si porta
altrove le parole – ma lo fa piano –
come a notte la tua mano cioè
quel posto dove riposo e amo
e solo lettere scriviamo e malaccorte
– o notte – ma le scriviamo forte
così a lungo io t’ho aspettata
fino al che saremo un’altra cosa
o quella semplice che non sappiamo
– carezza senza morte – sul Pont Neuf
la luce nella neve era rosa
*
da Il mestiere dell’educatore, Book Editore 2002
Del resto non ho nulla
in contrario a che mi pensino
una specie di lupo solitario
uno sconfitto dalla vita
che si allontana a sera sulla bicicletta
riverniciata a mano, la mia giornata
– ma loro non lo sanno –
non è finita,
ho tutto il tempo
di pensare perché mai
non ci hanno saputo amare,
penso alle scarpe da ginnastica
sudate, al sorriso superiore
dell’assistente sociale, mi sento
uno strano animale che beve
birra di notte e il giorno dopo
corre al lavoro a prendere
le sue botte, penso al taglio
sulla guancia, alla mano rotta,
alla clavicola sconnessa,
e non so più nemmeno se la colpa
sia sempre la stessa: d’arrampicarmi
sugli alberi per recuperare
il pallone o sui sogni per non vivere
da coglione e del resto
non mi presto al dibattito
né al compromesso non so
fingere me stesso, in fondo
il viaggio dell’acrobata
è verso l’alto e piuttosto
di cadere salto, per questo
mi ascoltano i bambini anche
se grido, per me non sono cretini,
e dunque non ho nulla
in contrario, mi pensino pure
un pirla visionario con la bicicletta
riverniciata a mano: non l’ho rubata
è un regalo di chi amo
*
da Archivio del Padre, MC Edizioni 2020, ora in Tamen, Moretti&Vitali 2023
(nota di poetica non richiesta)
Prima di parlare di poesia bisognerebbe aver incontrato i secoli. E le proprie mani piene di lavoro e di silenzio.
E non vantarsene ma ricominciare ogni giorno. E non vantarsene ma bruciare sottovoce nel fuoco
del buio. E non fingere di sapere. E non vantarsene. In riva al destarsi. In riva. Al destarsi. Non
vantarsene.
Volevo dire prima di parlare di follia.
La follia non ha specchi ma garze marcite attorno al cuore. Vele strappate al buio. Voci bisbigliate da dietro le colonne
crollate. La follia a volte può essere il vento ai prati o la pioggia ai giorni stanchi di numeri.
E volevo dire poesia. E volevo dire poeti.
E non vantarsene
Dicono di lui e della sua poesia
Alberto Bertoni, Un maestro dell’immaginazione acustica: note sulla poesia di di Giancarlo Sissa, postfazione a Autoritratto (Poesie 1990-2012), Ed. Italic Pequod 2015
Giancarlo Sissa, nato a Mantova nel 1961 ma bolognese d’adozione da circa un trentennio, è uno dei poeti più originali e importanti della sua generazione. Autore di tre libri di versi (Laureola, Book Editore 1997; Il mestiere dell’educatore, id., 2002; e Manuale d’insonnia, Aragno 2004) e di un libro di prose (Il bambino perfetto, Manni 2008), ha ricevuto fin dalle prime sue prove l’avallo autorevolissimo di un maestro del Novecento come Giovanni Giudici, vedendo poi pubblicati diversi testi sulle più importanti riviste e antologie italiane. Giudici, parlando delle sue prime prove a stampa, si è riferito a un “tenero poeta d’amore” dotato però dell’ “originalità di una sobria grazia che già in partenza dissipava fumosità e scorie, insomma, ogni pur lontano sospetto di facile sentimentalismo”. A conferma di ciò, si deve subito aggiungere che Sissa è anche traduttore notevole dalle sue due lingue e culture di riferimento, quella francese e quella spagnola.
Già nell’opera d’esordio, identificata da un titolo che è insieme un neologismo e una dichiarazione di poetica, Laureola, autobiografia e desiderio si saldano dentro una cornice di ascendenza trobadorica, ove lo scacco e il fantasma d’amore vengono trasferiti da una dimensione rituale e talvolta metapoetica, secondo un’operazione efficacissima di riadattamento e di trasformazione di canoni molto alti (tra l’asse Govoni/Palazzeschi e quella leggerezza di stoffa conoscitiva che lega da noi Penna e Caproni) in una dizione poetica tutta esistenzialmente viva e incarnata.
(…) Nel secondo libro, Il mestiere dell’educatore, Sissa porta al diapason tutte le sue qualità tecnico espressive, per intrecciarvi (accanto al prediletto dialogo amoroso) i temi della malattia, della morte e del suo lavoro d’ogni giorno nell’ambito della prevenzione e della cura del disagio sociale – soprattutto minorile – in qualità di educatore professionale.
Con un processo di scardinamento radicale della propria inclinazione primaria verso la “laureola” del desiderio e del rapporto d’amore, l’io lirico si apre alla storia, al dopo, al fuori, con un processo di metamorfosi che sfiora l’autodistruzione dell’umano nel non essere del minerale e del marginale. E Sissa è bravissimo, entro uno de libri più polifonici e profondi della poesia italiana d’oggi, alle prese con un drammatico principio di secolo/millennio, ad aggiungere l’ombra del perturbante al proprio inesausto, spesso drammatico monologo interiore (…) a riconoscere la fisionomia dell’unheimlich, il non più familiare della visione straniata, il freudiano irredimibile, nella sede originaria del dettato lirico e del desiderio.
(…) Nel terzo libro, Manuale d’insonnia, di là dall’ampliamento ulteriore della della propria gamma tematica, il poeta rafforza ancora la qualità naturale del suo orecchio ritmico-prosodico, ponendolo con convinzione ancora più accentuata al servizio di una “compromissione realistica” ed anzi accentuandone ed esasperandone – secondo l’empatico referto di Roberto Galaverni – “le componenti instabili e irrisolte”, nel momento in cui “predilige e riconosce come territorio poetico più congeniale le zone cosiddette ‘basse’ dell’esistenza, le contrade della sconfitta, dell’ingiustizia e del dolore”.
A questo punto, da questa condizione di deriva del sé (una deriva però tecnicamente peritissima, senza mai una parola o un aggettivo di troppo) va posto l’accento su (…) Il bambino perfetto. Egli vi si dedica a una prosa né d’intreccio romanzesco-diegetico né liricamente intonata a un’intenzione di poème en prose, ma orientata piuttosto – come afferma un finissimo lettore quale Antonio Prete – a tratteggiare “una cosmologia che unisce il postumano e l’estremo, il diluvio e la nascita, il gelo della fine e il battito di una nuova appena percettibile creaturalità.” E con questo ulteriore capitolo della sua storia poetica, Sissa si situa a buon titolo tra gli innovatori più cospicui e riconoscibili della nostra poesia contemporanea.
Pasquale Di Palmo, Con poche parole, tutte buone, dalla prefazione a Archivio del Padre, MC Edizioni, 2020.
(…) La nuova raccolta è una sorta di doloroso journal in cui l’autore ripercorre le vicissitudini legate alla scomparsa del padre, di questo “padre dei perdenti” che ha le fattezze di uno scricciolo, contrassegnando le proprie annotazioni, spesso formulate attraverso una secchezza di tipo stenografico, con la data stessa di composizione. Si vuole così creare (o ricreare) questo Archivio del Padre che, fin dal titolo, mette in rilievo il modus operandi di Sissa, teso ad associare – si pensi ad altri titoli bellissimi come Manuale d’insonnia e Il mestiere dell’educatore – termini di ascendenza diversa ispirandosi ai canoni dell’oralità. È un discorso, quello della commistione tra basso e sublime, che non si può circoscrivere all’esclusivo ambito dei titoli ma che permea tout court l’opera di Sissa che, non a caso, prende abbrivio da moduli non dissimili da quelli adottati da Giudici per istituire la sua Vita in versi o da Benzoni che, sulla falsariga di Sereni, sembra far cozzare parole di derivazione profondamente differente al fine di creare un cortocircuito linguistico (…)
(…) La sostanziale novità riguarda soprattutto l’uso volutamente improprio della punteggiatura che crea un andamento discorsivo franto e sincopato: “Questa nebbia in riva al lago piena di coltelli. Questa terra bruna dove il silenzio annega dove. L’acqua getta fiori d’altri continenti. Dove. Si finge d’essere. Contenti”. Tale particolarità permette all’autore di procedere a scatti, arrivando a congestionare la sintassi e isolando vocaboli che sembrano acquisire una rilevanza maggiore, D’altro canto l’anacoluto attraversa come un fil rouge tutta l’opera di Sissa.
Gabrio Vitali, da “Poesia della circostanza – Profilo poetico di Giancarlo Sissa” in Sospeso respiro-Poesia di pandemia, Moretti&Vitali 2020)
Perché ci sia poesia, piace ripetere a Sissa con una suggestione di provenienza antica, bisogna che i poeti siano almeno due: uno che la scrive e uno che la legge. Essere almeno in due: la poesia è un operatore di civiltà. È un fatto comunitario. Un antidoto alla solitudine. Il lavoro sulla scrittura, il ritmo, la musica e la sospensione della costruzione del verso; quello sulle tecniche della voce e del silenzio o sul tempo e il respiro nel movimento scenico e nella dizione; quello sulla scrittura letteraria, in particolare poetica, classica e contemporanea – spesso lette e vissute in lingua originale – e sulle forme dell’oralità (e, ovviamente, sulle rappresentazioni cosmologiche, antropologiche e storiche che ne sono venute e ne vengono) … Persino il lungo approfondimento sul rapporto tra fiaba, mito e preghiera, come rappresentazioni dei processi psichici e delle proiezioni del desiderio come modalità di fondazione e di rinnovamento del sé … Tutta insomma l’attività di studio e di pratica della parola, che Giancarlo Sissa ha condotto e conduce in un consumo inesausto ma proficuo e affascinante di se stesso e del suo tempo confluiscono nel grande e attrezzatissimo laboratorio germinale della sua poesia e, insieme, del suo essere educatore. Un laboratorio in cui la polarità antropologica originaria di gesto e di parola, riunificata da sempre nella scrittura, viene soggettivamente e di continuo riattivata (“le parole sono azioni”) in una ricerca di comunicazione, di incontro, di ascolto e di scoperta che fanno ogni volta della poesia, foss’anche nel riferimento a una limitata contingenza esperienziale, una forma altissima di rappresentazione dell’umano e di educazione alla civiltà: il linguaggio che meglio racconta le storie degli uomini, che ne libera il canto e che ne dice il sospiro.
Giancarlo Sissa e i suoi poeti
Non sono pochi i poeti che hanno nutrito, informato e accudito il mio scrivere in versi e in prosa, per parlare soltanto degli italiani, della contemporaneità e del presente alcuni veri e propri maestri come Giovanni Giudici, Giorgio Caproni, Attilio Bertolucci, importanti anche per il posizionamento etico insito nella loro efficacissima eleganza formale e tecnica; alcuni fratelli maggiori come Gianni D’Elia, Ferruccio Benzoni e Stefano Simoncelli, poeti nella cui opera la contemporaneità ha tentato di non abdicare a se stessa accudendo gli elementi fondanti della nostalgia per l’interezza dell’umano; alcuni compagni di viaggio come Alberto Bertoni e Pasquale Di Palmo, nell’opera dei quali poetica e critica si informano a vicenda, entrambi bravissimi traduttori, l’uno dall’angloamericano, l’altro dal francese. Ma spostandosi appena dalla poesia intesa in senso stretto, non credo che avrei scritto come ho scritto se non avessero trovato spazio in me le parole, i ritmi, le rime e le assonanze di Francesco Guccini, Edoardo Bennato, Eugenio Finardi. Se può interessare uno sguardo fuori dall’Italia, Baudelaire su tutti, ma anche Juan De La Cruz, Rilke, Celan, l’operaio di Detroit Philip Levine. Di recente molto mi ha colpito la lettura di Carmen Gallo.
In dono a Giancarlo e ai lettori di Il Tasto Giallo, Il mio delitto di Giovanni Giudici da “Il tempo che resta” in Quanto spera di campare Giovanni, in Giovanni Giudici. Tutte le poesie, I ediz. Oscar Mondadori Moderni settembre 2021 (introduzione a cura di M. Cucchi), p. 957
Il mio delitto
Se scrivere era vivere
Vissuto fu lo scritto
Cercavo appena un'isola di spazio
Un silenzio un sorriso intorno a me
E blando vino e modica allegria
Un quieto conversare a lume spento
Esserne perdonato non sapendo
Il mio delitto
Giancarlo Sissa è nato a Mantova nel 1961. Vive nei pressi di Bologna. Come poeta ha pubblicato nel 1997 Laureola (Book Editore) con postfazione di Alberto Bertoni, nel 1998 Prima della tac e altre poesie (Marcos y Marcos) con prefazione di Giovanni Giudici, nel 2002 Il mestiere dell’educatore (Book Editore) con postfazione di Alberto Bertoni, nel 2004 Manuale d’insonnia (Aragno) con postfazione di Roberto Galaverni, nel 2008 Il bambino perfetto (Manni) con postfazione di Antonio Prete, nel 2015 Autoritratto (poesie 1990-2015) (italic/pequod) con postfazione di Alberto Bertoni e Persona minore (qudulibri), nel 2020 Archivio del Padre (MC edizioni) con prefazione di Pasquale Di Palmo, nel 2023 Tamen (Moretti&Vitali Editori) con prefazione di Pasquale Di Palmo. Nel 2004 ha ideato e curato il volume Poesia a Bologna (Gallo et Calzati Editori).
E’ presente in diverse antologie fra cui L’occhio e il cuore, poeti degli anni ’90 (Sometti, 2000), Il pensiero dominante, poesia italiana 1970-2000 (Garzanti, 2001), Le parole esposte, fotostoria della poesia italiana del Novecento (Crocetti, 2002), Poesia della traduzione (Sometti, 2003), Parole di passo, trentatre poeti per il terzo millennio (Nino Aragno, 2004), Trent’anni di Novecento (Book Editore, 2005), La linea del Sillaro (Campanotto, 2006), Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto, 2008), Calpestare l’oblio (Argo, 2010), 100Thousand Poets for change primo movimento (qudu libri, 2013), I volti delle parole (Fondazione TitoBalestra onlus, fotografie di Daniele Ferroni, prefazione di Sebastiano Vassalli, 2014), Non ti curar di me se il cuor ti manca (qudulibri, 2015 e 2016), Sulla scia dei piovaschi – poeti italiani tra due millenni (Archinto, 2016), Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea 1990-2015 (Edizioni CFR, 2016), Centrale di Transito (ceci n’est pas une anthologie) (Giulio Perrone Editore, 2016), Officine della Poesia 1. Bologna (Kurumuny Editore, 2018), Verso le sei di sera in Corte Dandini (peQuod Editore 2018), Ritratti di poeta (puntoacapo Editore 2019), Sospeso respiro – Poesia di pandemia (Moretti & Vitali, 2020) a cura di Gabrio Vitali, Distanze obliterate – Generazioni di poesie sulla rete (puntoacapo Editore, 2021), Poeti italiani degli anni ‘60 – Letteratura come condizione (Interno Poesia Editore, 2024) a cura di Francesco Napoli, Intrecci – Due regioni, due lingue e dieci autori – (puntoacapo Editore, 2025) a cura di Marco Bellini e Paola Loreto, Innesti umani (Bertoni Editore, 2026) a cura di Luca Ariano ed Emanuela Rizzo.
Dalla collaborazione con il fotografo Daniele Ferroni sono nati nel 2019 L’ultimo ballerino dell’aia tradotto in russo da Kristina Landa con prefazione di Giampiero Neri e postfazione di Vittorio Cozzoli (Edizioni Lumacagolosa), nel 2020 Lentezza e silenzio e Il silenzio e nel 2025 Chi vince? (Edizioni Pulcinoelefante). Del 2019 è la plaquette Il lupo mentre, del 2022 è Frontiera (entrambe edite da Babbomorto Editore). Le sue poesie sono tradotte in diverse lingue europee.
Dal 2023 fa parte della redazione de L’anello critico – Annuario della poesia italiana contemporanea (Carta Canta Editore) e dal 2024 è Caporedattore della rivista online dell’Associazione Independent Poetry.
Presta opera di “narratore in scena” nell’ambito del progetto teatrale “Rosaspina, il tempo del sogno” di Alessandra Gabriela Baldoni.
Come formatore è attivo da anni in ambito sociale e teatrale e ha ideato e condotto laboratori dedicati alla scrittura poetica, alle tematiche dell’Autobiografia, della Sincerità possibile, e alle Tecniche del Silenzio, in Italia e all’estero.




