OLTRE IL BUIO E IL TREMORE è la recente silloge di Valeria Rossella pubblicata da Marco Saya Edizioni nella collana Di soglia in soglia. Si tratta di un’opera densa, dove una raffinata “meccanica dell’anima” si traduce in versi che oscillano tra il quotidiano e il metafisico. La poetessa torinese, già traduttrice di giganti come Miłosz e Chopin, costruisce un ponte tra il visibile e l’invisibile, muovendosi con passo sicuro tra le ombre del passato e le luci fredde del presente.

Il cuore del libro pulsa lungo un “fiume affatato, fiume eracliteo” (identificabile con il Po), dove l’autrice dichiara di entrare “due volte nello stesso fiume”. È un luogo di transito in cui Rossella incontra figure care e ombre della storia, camminando “a ritroso nel sonno”. Questa ricerca non avviene in un passato idilliaco, ma in una “necropoli futura” fatta di byte di computer, luci di supermercati e scaffali del Carrefour, dove persino i resti dell’antica tribù Stellatina sembrano nuotare tra i cavi elettrici della Torino moderna.
Emerge con forza un bisogno di ordine per contrastare il disordine del tempo. Rossella invoca un “ordine aristotelico” fatto di cataloghi e tassonomie che possano dare pace. Questa tensione filosofica attraversa tutto il testo: dalle “eterne idee” platoniche intraviste in una caverna di ombre, al ribaltamento del cielo stellato kantiano, che qui non è più sopra di noi ma “sotto i nostri piedi”. L’autrice si dichiara devota della notte e delle “matematiche severe”, cercando un ritmo, un “metronomo segreto” capace di rendere armonioso persino lo sfacelo e la morte.
La musica è la struttura portante di questa ricerca. Rossella riprende il legame con Frédéric Chopin, citando le “creature maledette” che il compositore vedeva sorgere dal suo pianoforte. Scrivere poesia diventa così l’atto di prendere quell’energia oscura e renderla leggibile, dandole pace. Accanto alla musica, il libro scava nel silenzio del trauma collettivo: la sezione dedicata a Nert (Erto) rievoca il disastro del Vajont, che colpì duramente la famiglia materna dell’autrice, facendo riemergere un’antica lingua ladina dal “fango prenatale”.
Nonostante il senso di impermanenza e la “mandibola instancabile del tempo” che sgretola i viventi, l’opera si chiude con un potente atto di fede. L’amore è descritto come “cieco perché scritto in Braille”, muto e analfabeta, eppure capace di essere la sutura definitiva tra la vita e la morte. Oltre il buio e il tremore è la promessa che nell’abisso si celi un afflato vero, un segreto che è il mistero stesso della nostra vicenda umana. L’autrice ci regala un’opera dove la cadenza sincopata ed elettrica della sua lingua trasforma lo “sfrido” degli oggetti quotidiani in una sinfonia metafisica di rara intensità.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da OLTRE IL BUIO E IL TREMORE

*
Camminando a ritroso nel sonno
continuo ad incontrarli, dove
la corsa notturna li ha lasciati
a una fermata sopra il vento,
sopra le foglie cupe. Faccio quel passo ed entro,
entro due volte nello stesso fiume– nastro di Moebius letto sconsacrato
noto le piccole teste biancheggianti fra le onde, la testa
calva del professore di filosofia
la vita è un pendolo l’anima un cocchio alato
che vidi accasciarsi sulla cattedra mostrando
i doni irrecusabili che il tempo ci destina
il cielo stellato non è sopra di noi è sotto i nostri piedi
i piedi della ragazza coi libri sottobraccio che correva
passandomi accanto scheggia e spina, lei
con quella fretta indecorosa di sparire
nel sottopasso e ora sono
nel punto esatto del fiume dove li ho lasciati.


Bianca

Di Bianca che visse un giorno e pulsa
nell’ammasso di stelle, sorellina,
avvolta nelle fasce dalle quali
non è mai uscita, culla e tomba, colomba,
resta il nome che solo io ricordo e lo depongo
avviluppato qui nella bava luminosa del verso

*
Né più volevamo essere soltanto
chete acque del Lete o tenui luci che camminano
per lunghi corridoi di cliniche o si trastullano
su tetti di lamiera
dopo un temporale o come ora essere
corvidi sui rami dei platani
nelle nostre lucide livree.
Stenografa dunque queste voci
della giostra dei fatui,
stenografa
(anche se l’otorino dice
trattarsi di acufene)
il canto logoro delle sirene.

*
Io sono una devota della notte
e delle matematiche severe, di questo ruotare delle sfere
e dei corpi nella notturna ragnatela
al ritmo del metronomo segreto
che rende armonioso lo sfacelo.
O stelle negromanti, aprite la voliera
dei cardellini meravigliosi che cinguettano,
araldi del tempo eterno sopra noi fugaci,
cantando le notti nere a noi sorelle.
E – Fammi entrare! – impetra il coro
in quella gamma di suoni
che solo i pipistrelli e i cani possono captare
toccandomi sulla spalla dove si formeranno stimmate
e penso di catturarlo allora in questo limbo
dal quale i vivi e i morti non usciranno più.
– Per disordinare il tempo, per tornare,
abbiamo fame,
abbiamo sete, e il tempo
bisogna confutarlo.


Valeria Rossella, è nata nel 1953 a Torino, dove è tornata a vivere dopo un lungo soggiorno romano. Tra le sue raccolte di poesie: L’anima del violino (Galleria Pegaso Editrice, Forte dei Marmi 1996), Il luminaio (Crocetti 2003), La città di Kitež (Aragno 2012), Quello che vedo (Interlinea 2021). È anche traduttrice dal polacco, ha curato tra l’altro la versione di un’ampia scelta dell’epistolario chopiniano (Il Quadrante, Torino 1986), e di Czesław Miłosz, premio Nobel 1980, un’antologia di poesie La fodera del mondo (Fondazione Piazzolla, Roma 1996), e Trattato poetico (Adelphi, Milano 2011).

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