CHRISTOPHER è la silloge di Matteo Bianchi edita da Interlinea edizioni (2025), con presentazione di Giancarlo Pontiggia e nota critica di Tommaso Di Dio. Il libro si articola in quattro sezioni (Prima soglia, o del sé – Seconda soglia, o dell’amore – Terza soglia, o dell’inappartenenza – Quarta soglia, o della memoria) più una De la Croix. Nella raccolta il concetto di soglia assume un rilievo particolare e rappresenta una delle sue possibili chiavi di lettura. Una soglia che non appartiene interamente a nessuno dei due spazi che mette in comunicazione. È già distacco e anche permanenza, il punto nel quale qualcosa termina senza essere definitivamente trascorso/finito. In Christopher, Matteo Bianchi assume questa condizione, diciamo intermedia, come principio strutturale del libro e come forma attraverso cui interrogare identità, amore, perdita e memoria.

Nelle prime quattro sezioni, sarebbe forse meglio chiamarli passaggi, non viene disegnato un percorso lineare. Ogni soglia trattiene qualcosa della precedente e prepara alla successiva: il sé entra nell’amore, l’amore espone all’inappartenenza, fino al lavoro della memoria. Il tempo procede così più per intersezioni e sovrapposizioni che per successione. Al centro di questa prima costellazione c’è Christopher Channing. La sua presenza non si riduce a quella di un personaggio né coincide semplicemente con un alter ego dell’autore. Conserva una biografia, una lingua e una corporeità proprie. Ricordare qualcuno significa portarlo dentro di sé senza cancellarne l’alterità.
C’è concretezza nella poesia di Bianchi: Parigi, il Madame Arthur, Père-Lachaise, stanze, finestre, vestiti, libri e corpi che non costituiscono solo una scenografia del ricordo, ma sono luoghi e cose sui quali il tempo lascia traccia. Gli oggetti trattengono l’esperienza senza trasformarsi in reliquie. Il corpo impedisce alla memoria di farsi astrazione; infatti desidera, invecchia, si ammala e scompare. Questa concretezza diventa particolarmente evidente nelle pagine dedicate a Roberto Pazzi. La malattia e l’ospedale mettono la parola di fronte alla materialità del corpo e lasciano fuori “ogni genere rassicurante di finzione”. Roberto è il maestro, ma è anche l’uomo incontrato nella precarietà degli ultimi giorni. La morte viene avvicinata attraverso ciò che rimane visibile e tangibile.
Con la sezione De la Croix entra invece Napoleone Bonaparte. Qui l’autore compie quasi un movimento insolito e inverso: sottrae una figura storica alla monumentalità e la restituisce alla vulnerabilità dell’individuo. “Un soldato è solo un uomo / e un uomo non è solo un soldato”: dietro l’uniforme riemergono paura, desiderio, sconfitta e memoria. Anche la linea tra verità e menzogna diventa instabile, interrogando un’identità costruita attraverso la rappresentazione di sé e lo sguardo degli altri. In realtà si tratta di un problema che, anche se in forme differenti, attraversava già Christopher e le sue maschere.
Nel frammento dedicato al vaiolo questa operazione investe direttamente il tempo: il lazzaretto convive con il centro commerciale, l’epidemia con automobili e vetrate contemporanee. Passato e presente possono occupare lo stesso spazio perché la memoria non riproduce fedelmente la cronologia, ma sovrappone ricordi, stabilendo connessioni fra tempi distanti. Nel libro ricorre inoltre l’elemento acqua sottoforma di mare, onda, riva, marea, boa, corrente, ghiaccio, vapore. Forse è una figura adatta al “movimento”, come quello di Christopher: l’acqua permane trasformandosi. Allo stesso modo, ciò che attraversa il tempo non rimane identico e tuttavia non necessariamente scompare. Ciò che permane è infatti anche ciò che viene trasformato.
Christopher, Roberto Pazzi e Napoleone Bonaparte restano così tre esperienze distinte e anche tre differenti modi di attraversare il limite. Come suggerisce Tommaso Di Dio nella nota conclusiva, proprio l’attraversamento dei nomi propri apre anche il problema dell’io e della sua relazione con figure che assumono una funzione paterna. Quanto una presenza continua ad agire anche dopo la sua trasformazione? La soglia non separa definitivamente un prima da un dopo. È il luogo nel quale entrambi possono ancora toccarsi. Christopher abita questo intervallo: le vite passano, si allontanano, entrano nella Storia o nella memoria privata, qualcosa, però, continua a raggiungere il presente.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da CHRISTOPHER

da Prima soglia, o del sé

Non c’era specchio in cui trovarsi,
un nido di finzioni
da adattare in soffitta.
Neutri i paralumi in sala
e soliloqui i suoi gatti
aggrappati alle tende.
Credeva di averlo meritato
quel buio, di esserne assuefatto
come il fregio fugace
di un passato prezioso
di cui rimandava l’usura.


da Seconda soglia, o dell’amore

Faceva l’amore con lei da due settimane
nella stessa camera in cui mangiava
e appendeva le passioni a un filo.
Abiti bici valigie,
addobbi di natale, crocifissi
sullo stesso fradicio parquet.
Tanto erano fragili
da doversi unire, era l’unico modo.
L’altro non c’era, era in vacanza.
Il suo assurdo umorismo inglese
ora non c’è più e le manca.


da Terza soglia, o dell’inappartenenza

Spesso ha risposto al “telefono amico”
e parlava a chi voleva il suicidio.
Spesso gente delle banlieue.
Non doveva entrare negli altri,
ma solo capirli in fondo al cavo.
Alzava la cornetta fortissimo,
una voce di più nella mano,
uno squillo lontano a carponi
tra empatia e compassione.


da Quarta soglia, o della memoria

E ancora lo venivo a cercare,
abbandonato il pensiero contemplativo sull’uscio
insieme a ogni genere rassicurante di finzione.
Venivo al suo fianco acuto e imbiancato,
al suo lenzuolo di lino immutabile
profugo del mio quotidiano.
Quando lo risentivo, tornavo in me.


de la Croix

Aspettando gli ordini la sua tenda era sempre la più silenziosa. Poco lontano si riunivano, si azzuffavano, ballavano intorno al fuoco, si stringevano per il freddo, bevevano per non pensare alla mattina dopo, magari per sognare una ritirata imprevista, un suo ripensamento. Nessuno poteva immaginare la vertigine che avrebbe dato essere sfiorati da una palla di cannone, il brivido di un incubo. La speranza di schivarne un’altra ancora avrebbe tolto loro il sonno per giorni. Quando trascorrerà mesi senza sfilarsi l’uniforme neanche la notte, sotto la fiamma che tremava e l’odio che fremeva, non l’avrebbe più levata.


dalla presentazione di Giancarlo Pontiggia

Non so quanta importanza possa avere conoscere la vera identità di Christopher, protagonista dell’ultimo – sorprendente – libro di Matteo Bianchi. Forse conterà di più imbattersi nel suo nome in una preziosa plaquette di materia veneziana pubblicata dal giovanissimo Bianchi, per le edizioni L’Arca Felice, più di dieci anni fa. Vorrà dire che Christopher è una figura che abita da molti anni nel suo cuore.
Più significativo sarà l’abbinamento tra le due sezioni di questo nuovo libro, apparentemente così distanti sia nella forma – in versi la prima, in prosa la seconda – sia nella natura dei protagonisti e nelle virtù che inevitabilmente finiscono per incarnare: la fragilità dell’artista contemporaneo (Christopher) e l’ambizione di un uomo in cui si congiungono i poli opposti della rivoluzione libertaria e del potere assoluto (Napoleone). Ma è proprio qui che il libro raggiunge la sua acme di verità, umana ed esistenziale: due uomini sopraffatti dalla realtà, forse dalla storia stessa, che si consegnano alle forze dell’oblio e della resa, vivendo fino in fondo la precarietà e la fragilità della propria condizione. E non importa che uno sia stato, per lunghi anni della sua vita, l’uomo del destino, temuto e amato.
Nell’epilogo del poème en prose, in un rovesciamento delle prospettive e delle voci, chi guarda ha la sensazione di trovarsi di fronte a qualcuno che «crede di essere Napoleone». Nel gioco dei tempi e delle finzioni, entriamo in una visione del mondo in cui menzogna e verità si confondono, e l’uomo resta nudo dinanzi a se stesso, come chi abbia smarrito il senso della propria reale identità. E non sarà un caso se il termine «verità» entri in gioco all’inizio del primo testo come nel finale del secondo. La questione del vero si interseca con quello della percezione del reale […]


dalla nota critica di Tommaso Di Dio

Questo è un libro all’inizio, sfuggente, eppure, in ogni suo punto, ci sentiamo immersi in un’intimità raggiunta. La parola di Matteo Bianchi si muove intorno alle vite di tre uomini, le sfiora, le accarezza, le attraversa. Si sofferma sulle atmosfere di cui sono costruite, sugli incontri, sui luoghi, sugli spazi e sui gesti e, all’improvviso, si fa vicinissima a dettagli minimi, feriali, carichi di un’oscurità sepolta in altre mille parole non scritte, non dette. Tre uomini, tre nomi propri, tre figure della vita fragile e ineluttabile, destini unici, distinti, individuali e non comparabili l’uno con l’altro lo diventano perché sono convocati sulla pagina dallo sguardo di una poesia che si mantiene sempre sull’uscio e sulla lama – discreta, netta, feroce e partecipe – e che li trasforma in un apologo di ciò che passa, di ciò che lascia un segno non dimenticabile.
Il primo nome proprio che incontriamo è quello di Christopher. Chi sia davvero, non si sa: sappiamo soltanto che abita fra la lingua inglese e Parigi, che ha un destino di artista, di attore, e che ha nel corpo lo stigma di un amore omosessuale e totale, di un amore che si fa dono, eredità, abbraccio, senza limiti. Christopher diventa così il nome di una parola che si denuda, di una vita che si affida all’altro come racconto di una memoria per istanti: Christopher è il nome della consegnata. La poesia di Matteo Bianchi ne segue i percorsi, le inflessioni, i sottomessi e il silenzioso gravitare di spettri che ne accompagnano la vita. Apriva la finestra della stanza / per sentire il mondo di fuori, i suoi stessi fantasmi. […]


Matteo Bianchi è nato a Ferrara (1987) si è specializzato in Filologia moderna a Ca’ Foscari sull’opera di Corrado Govoni. In versi ha pubblicato, tra gli altri, La metà del letto (Premio Metauro, Barbera 2015), Fortissimo (Premio Marconi Giovani, Minerva 2019) e la plaquette L’altro imperatore (L’Obliquo, 2024). Di critica, invece, i saggi Il lascito lirico di Corrado Govoni. Dai crepuscoli sul Po agli influssi letterari (Mimesis, 2023) e Contemporaneo. Alessandro Manzoni e la parola in controluce (Oligo, 2024). Giornalista, scrive tra le altre per “Il Sole 24 Ore” e per “Lett”. Dirige il Centro Studi “Roberto Pazzi” e il semestrale “Laboratori critici” (Samuele Editore).

In voga