
SULLA TERRA ROTTA è la recente silloge di Antonella Sica, pubblicata da Arcipelago Itaca e accompagnata dai disegni di Attilio Zinnari. Una raccolta breve e compatta, vincitrice dell’11ª edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago Itaca” per la sezione Raccolta inedita – Non Opera prima. La struttura è bipartita: Il suo nome rimasto sotto e Fermo immagine. Due movimenti dello stesso trauma. Nel primo, la guerra entra nella materia dei corpi, delle case, dei bambini, dei padri, delle madri, dei sacchi bianchi, della polvere. Nel secondo, la ferita passa attraverso la mediazione dello schermo: feed, clip, telecamere, dirette, cellulari, color correction, 4k. La maceria prova a diventare immagine, e questa diventa consumo. La scrittura della Sica è essenziale, frontale, fortemente visiva. I testi sono brevi, costruiti spesso come fotogrammi isolati. Il verso libero predilige la misura corta, la rarefazione della punteggiatura. Gli spazi bianchi agiscono come sospensioni e cadute: isolano parole decisive, facendole risuonare nella pagina.
Nella prima sezione, la guerra viene registrata attraverso dettagli concreti. L’infanzia appare in tutta la sua fragilità: una palla, una scarpa, un’altalena, pantaloni rosa, uno zaino, una pentola, un peluche. Fin dai primi versi il gioco viene travolto dall’esplosione: “Deflagra la luce sul campo / coi bimbi salta la palla”. La luce non illumina, esplode; la palla, oggetto infantile per eccellenza, diviene gioco della deflagrazione. Il corpo disperso in frammenti. La poesia concentra l’orrore senza alzare la voce, in un impatto iniziale che non lascia speranze al lettore.
Uno dei nuclei più intensi del libro risiede nei gesti dei genitori. Madri e padri stringono, chiamano, cullano, ricompongono. Sono gesti che cercano di resistere alla cancellazione, alla morte. Un padre tenta di tenere insieme i figli: “il suo petto è un rifugio / che non basta / contro il mondo che frana”. Una figura sistema “una scarpa sgangherata / come prima, quando andava a scuola”. D’altronde il titolo della prima sezione – Il suo nome rimasto sotto – raccoglie già tanto dolore. Tra le macerie resta una voce che chiama, un nome che non vuole essere inghiottito. “La voce della madre / che gridava il suo nome / il suo nome / rimasto sotto”: la poesia si colloca in questo punto preciso, dove nominare significa forse opporsi alla sparizione.
Il passaggio alla seconda sezione avviene quando il corpo diventa immagine: “Pixel a brandelli i corpi dei bambini / l’inferno scorre virale fra i pollici”. È uno dei punti decisivi della raccolta: il conflitto attraversa i dispositivi, entra nei feed, scorre sotto le dita, viene guardato e subito sostituito. In Fermo immagine la guerra arriva dentro la vita “occidentale” come flusso visivo. L’epigrafe di Iryna Šuvalova incrina l’illusione della distanza: “voi pensavate e noi pensavamo la guerra / non è qui da noi non c’entra con noi non è qui”. Da qui la Sica sviluppa una critica lucida dell’educazione dello sguardo: “impara in fretta / a guardare / dove guardano gli altri / le guerre sono lontane / solo pagine da sottolineare”. La lontananza, in questi testi, è una postura percettiva. Si impara cosa guardare, come guardarlo e quando distogliere lo sguardo. Il lessico della sezione introduce parole della nostra quotidianità digitale: telecamera, joypad, Youtube, feed, clip, color correction, 4k, selfie, facendone strumenti di accusa.
La raccolta colpisce anche quando il linguaggio pubblico della guerra compare chiaramente sulle pagine. Nel disegno finale leggiamo: “Missione di pace”, “sicurezza preventiva”, “intervento umanitario”, “bombe intelligenti”, “guerra giusta”. La chiusa — la pace occidentale non sbaglia mai / il bersaglio — ne rivela la violenza interna. Le parole, quando neutralizzano l’orrore, diventano parte del meccanismo che lo rende accettabile.
Sulla terra rotta lavora su una doppia superficie: la terra colpita e lo schermo che ce la restituisce. La Sica tiene insieme la maceria e il feed, il corpo e il pixel, il nome sepolto e l’immagine pronta per essere consumata. La sua poesia (civile) nasce da una lingua breve, netta, sorvegliata, capace di far emergere l’orrore senza amplificarlo retoricamente. Al centro resta una domanda implicita e decisiva: che cosa facciamo delle immagini del dolore quando arrivano fino a noi? La risposta del libro è nella sua stessa forma: fermare l’immagine, sottrarla al flusso, restituendole peso, corpo, nome.
Nota di lettura a cura di Antonio Corona.
Estratti da SULLA TERRA ROTTA
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Deflagra la luce sul campo
coi bimbi salta la palla
il sorriso minato
in pezzi nel cielo con gli arti
in volo i piedini, le mani.
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La madre sui corpi
gli occhi divaricati
gli uomini intonano
il nome di dio
allineano i sacchi bianchi
sulla terra rotta
in fila come crisalidi
di pietra.
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Pixel a brandelli i corpi dei bambini
l’inferno scorre virale fra i pollici
pianifichiamo una storia
poi parte la sigla
di una nuova stagione.
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Troppo lunga la clip
taglia, rallenta sull’impatto
stringe sul volto
aggiunge la traccia di un urlo
al crollo del muro
il sangue ha un colore perfetto
con la color correction
un peluche tra le macerie
fermo immagine
esporta tutto in 4k, pronto
per la prima serata.
dalla MOTIVAZIONE di Carlo Giacobbi per 11a ed. Premio editoriale di poesia “Arcipelago Itaca”
[…] Con un dettato piano, che fa uso di misure versali brevi, ridotte all’essenzialità di una pronuncia spesso epigrammatica e ad alta densità semantica, Antonella Sica ci consegna un’opera ascrivibile alla categoria della poesia civile, monito per noi tutti, spesso complici, con il nostro silenzio, dell’orrore che si consuma in ciò che situiamo altrove, spesso in un narrato che confiniamo nei libri di storia, nelle pagine, come scrive la poetessa, «da sottolineare».
Antonella Sica, genovese, laureata in Lettere Moderne, è regista e manager culturale nel settore audiovisivo e cinematografico. Ha pubblicato Fragile al mondo (Prospero Editore, 2015), La memoria nel corpo (Rayuela Edizioni, 2018), L’ira notturna di Penelope (Prospero Editore, 2022) e Corpi estranei (Arcipelago Itaca, 2025), con cui ha vinto il Premio “InediTO – Colline di Torino”. È presente nelle antologie Singolare, molteplice (Puntoacapo, 2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago Itaca, 2023). Suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi festival e pubblicati su riviste e blog letterari.




