SANTA BREZZA è la recente silloge di Riccardo Olivieri, pubblicato da puntoacapo Editrice nella collana AltreScritture, con prefazione di Fabio Franzin. Un libro unitario, non suddiviso in sezioni interne, ma attraversato da nuclei ricorrenti che ne costruiscono l’unità: la paternità, il lavoro, la coscienza civile, il corpo, il paesaggio, l’amicizia, la fiducia nella parola poetica. Alla sequenza principale segue, in chiusura, un Omaggio a Mario Benedetti. Due traduzioni, che funge non da semplice appendice, ma come dichiarazione di una “parentela ideale”. La prefazione di Franzin, Utopia di una Repubblica gentile, offre già una chiave preziosa indicando la poesia di Olivieri come difensore dei sensibili. In questo senso, la “brezza” del titolo non appare come un’immagine debole o decorativa, ma una forza che si intende custodire. Senza compiere azioni violente, agisce in silenzio. È quindi “santa” nel suo conservare qualcosa di sacro nell’umano, una possibilità di respiro e/o redenzione dentro un tempo segnato da violenza, disuguaglianza e disattenzione.

Il libro è ricco di nuclei tematici affrontati con spirito propositivo e speranzoso. Uno di questi è quello della felicità; non sempre piena, ingenua o pacificata, ma più fragile, intermittente, legata a ciò che resta vivo nelle relazioni, nei gesti, nei luoghi condivisi. A volte sembra quasi una promessa da proteggere più che una condizione acquisita: qualcosa che può apparire ogni giorno, ogni volta che ci si interroga, ogni volta che una presenza amata consente ancora di abitare il mondo. La brezza diventa allora anche questo: la felicità nel movimento leggero che permette alla vita di non chiudersi del tutto.
Altro tema centrale è la paternità, soprattutto in Istruzioni, testo dedicato ad Alberto, “che cresce ed è fiore”. Qui la paternità diventa educazione etica: “In ogni tuo gesto / comportati come una repubblica gentile”. Il padre non consegna al figlio una regola di successo, ma una postura: salutare, guardare, stringere mani, riconoscere gli altri. La gentilezza, dunque, non è remissività, ma una forma civile dello stare al mondo. Anche quando il figlio “sparisce dalla vista”, quando entra nella sua autonomia, lo sguardo paterno continua a misurare la distanza fra protezione e libertà, fra cura e necessità del distacco. Ma Santa Brezza non è tuttavia un libro ripiegato sull’affetto privato. Nei testi più esplicitamente civili — I vostri soldi sporchi, Primo maggio, Il nuovo Capitale vuole, Das Kapital, im neues Jahrtausend — Olivieri porta sulla pagina il denaro, il lavoro, l’azienda, il ricatto del salario, la solitudine prodotta dal Capitale. La rabbia è presente, senza farsi slogan, perché nasce dalla condizione concreta di uomo che ama, lavora, che ha una famiglia e misura ogni giorno la distanza tra desiderio di giustizia e necessità materiale. In questa tensione, la poesia civile di Olivieri non si separa mai dalla vita quotidiana e rimane incarnata, domestica, affettiva e, proprio per questo, più credibile.
Accanto alla paternità agisce con forza il motivo dei luoghi fisici: il Po, il mare, le risaie, Torino, Parigi, la Spagna, i bar, i ristoranti, i giardini, le strade, i treni. Sono tutti spazi in cui la vita torna ad accadere. Olivieri costruisce una geografia affettiva, fatta di luoghi reali e riconoscibili e sempre attraversati da una vibrazione interiore.
A questa linea si affianca il motivo del “manichino”, figura del corpo sociale, esposto, irrigidito nei ruoli. In La voce e gli occhi, voce e sguardo diventano ciò che ancora libera l’io dall’involucro e gli restituisce presenza. È uno dei punti più intensi del libro: contro l’apparenza e la prestazione, Olivieri cerca ciò che rende una persona davvero riconoscibile.
Non è casuale che il volume si chiuda nel segno di Mario Benedetti. Olivieri riconosce in lui una poesia capace di tenere insieme amore, lavoro, paternità, giustizia e storia: una parola limpida, quotidiana e civile, mai semplificata. Santa Brezza è dunque un libro di mitezza non pacificata. Dice il bene senza ingenuità e il male senza compiacimento. La sua “repubblica gentile” non è un sogno consolatorio, ma una pratica di resistenza: fragile, concreta, necessaria.


Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da SANTA BREZZA

Da Società Canottieri Esperia, un respiro

Sarà felice qui,
sarà felice ogni giorno,
sarà felice
ogni volta che ci facciamo
una domanda,
questa Santa Brezza
proteggerà ogni cosa

e le tue mani – al bisogno –
caleranno dalla prua
a bagnarsi.


*
C’è sempre un punto in cui sparisci.
Può essere l’angolo della tua scuola
o altro,

ma non sei più nella mia vista…
(come le porte blu di quella operazione
di tonsille – avevi cinque anni – si chiusero
irreversibilmente e salutavi entrando in
sala operatoria)
un punto di non ritorno
a cui mi devo rassegnare,
simulare un capace di staccarmi, un
la vita è sua, lui è lui tu sei tu…
Ma mentre vado verso il caffè per
riprendere la strada
mi rendo conto – nel locale –
che sono ancora lì a pensare
al punto in cui ti ho visto sparire, a tutta la mia
giornata sola, ancora da venire.



La voce e gli occhi *
scritta di nascosto dal mio manichino

La voce e
gli occhi.
La voce e gli occhi
sono le due sole cose
che mi fanno uscire scappare liberare
dal mio manichino.
Io mi distinguo, esisto lì.

Guardami negli occhi
– ma dentro gli occhi –
e ora io parlo
e tu senti la mia voce:
Sono io. Non è
il mio manichino.

* dalla serie di poesie “Il mio manichino”


Dal treno

viaggio nascosto per un respiro

Passo le risaie e ti penso,
caro Checco, cugino biondo svizzero
sempre col sorriso e sempre con
quell’angolo di triste che si vede,
penso ai nostri giorni aperti, alle vicende
inalterabili, e al tuo sguardo.
Ora che siedo al contrario nel treno ai trecento
spero che ti sfili via – almeno un po’ – il dolore.


Ultimo

Allora, caro Dio, siamo rimasti tu ed io
dal giardino di Santa Cristina gli scivoli
d’argento
di quando il nostro Alberto era bambino, dalla
croce pietra della punta del paese
lassù in cima,
da questo odore di pane del temprano ultimo dia,
siamo rimasti tu ed io, ora – con certezza – il tuo (?)
Sole prima della partenza arriva
nella rétina
s’incrina e io ti vedo, caro Dio.


dalla prefazione di Fabio Franzin

[…] Come può pensare un uomo di volerci difendere, in questa epoca brutale, di mostri possenti e al contempo invisibili o celati dietro scudi di sigle, cifre, diagrammi, armato di due pagine bianche con qualche verso inciso sopra? Come pensa di farlo, lui, capace ancora di commuoversi fino alle lacrime, in un mondo che le lacrime non le vede, o casomai, le calpesta come bava immonda? Nel mondo che ci è toccato in sorte, caro Riccardo, nel medioevo in cui siamo ripiombati, il potere si fa beffe di un canto che chiama gli altri a redimersi, a riconsiderare il fatto che la purezza è la ricchezza più grande, la giustizia sociale, la compassione. “Il risultato d’azienda”, il risultato – umano – d’azienda, come lo hai fotografato tu, caro Riccardo, è in perdita da decenni ormai (vedi che ti cito, che cito il titolo della raccolta che ci ha fatti conoscere, e riconoscere, in nome di un comune destino subalterno, io dentro la fabbrica, tu dentro l’azienda?).
Questa tua raccolta è proprio una Brezza in forma di poesia, Santa come lo è ogni preghiera, mentre nel mondo che canti e racconti, spirano venti di guerra, di guerre atroci come lo sono tutte, spirano bufere di indifferenza, atroci come lo sono tutte le indifferenze, e la realtà che tracci con le tue parole è ormai spolpata, sfruttata, desacralizzata. Eppure ci dici che “questa Santa Brezza proteggerà ogni cosa”, che nulla può spostarci, per quanto esili possiamo essere, per quanto indifesi, perché “È nel sorriso / la roccia più ferma”. Ci parli di erba che spunta dopo una pioggia dalle crepe di una strada, di formiche, in queste tue pagine, “queste marcianti fedeli righe tirate sulla pagina di Dio” (che cosa rappresentano poi, se non le parole di un poeta nei suoi versi?), di rose e fiumi, o meglio, il Fiume, di scie d’acqua, di consessi umani che si affratellano. Così io incomincio a credere nel miracolo insito nei tuoi versi, nei versi di tutto il tuo percorso poetico.

[…] Questa tua raccolta è proprio una brezza rigenerante, una benedizione in forma di parole. In questo sta la tua difesa, che è la nostra, il fragile baluardo di due pagine bianche da opporre alla prepotenza imperante. In questo sta la “concreta gentilezza” del tuo sguardo e dei tuoi versi. In questo un’utopia che è “solo” uno splendido esempio.


Riccardo Olivieri, nato a Sanremo nel 1969, dopo l’Università ha lavorato tre anni in Piemonte, poi ha vissuto in Lussemburgo e in America Latina. È rientrato a Torino nel 2000, vive e lavora come ricercatore di marketing. Ha pubblicato: Diario di Knokke, segnalata al Premio Montale 2002; Il risultato d’azienda (pref. di Stefano Verdino, Passigli 2006); Difesa dei sensibili (Pref. di Davide Rondoni, nota di Massimo Morasso, ivi 2012); A quale ritmo, per quale regnante (Presentazione di Giuseppe Conte, finalista al Premio Firenze 2017 e vincitore del Premio Cesare Pavese 2018 per la poesia edita); Diario di Knokke (II edizione puntoacapo 2020, prefazione di Daniele Mencarelli); Restare vivi (Passigli 2023, Prefazione di Claudio Damiani, Premio Il Meleto di Guido Gozzano 2023). La silloge Santa Brezza è una delle quattro segnalate al Premio Gozzano – Sezione Inediti. Ha inoltre vinto il Premio Dario Bellezza 2001 e il Premio Lerici Pea – Sezione Poesia Inedita (2013). È presente in Poesia a Torino. Cent’anni e quaranta volti, a cura di A. Rienzi, puntoacapo, 2024.

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