
STRAPPARE LO SCALPO è la recente silloge di Flaminia Rocca, edita da puntoacapo (2026) con postfazione di Stefano Massari. Il libro è costruito in tre sezioni — Gargoyle (la moglie di Lot), Un collo spezzato (è la guglia), Nel mortaio (indossare le ossa) — precedute da Giuseppe, o della Grande Macelleria, testo che richiama l’olio su tela di Bottega del Macellaio o Grande Macelleria (1585) di Annibale Carracci. Il titolo indica già un gesto estremo: togliere la superficie (scalpo), arrivare al punto in cui identità, corpo e linguaggio non possono più proteggersi. Fin da questa apertura la carne oltre che dato biologico è anche materia esposta, rappresentata e giudicata. Il sacro viene condotto dentro il macello: il Cristo, il legno, la sega, i nervi, i visceri, la croce ribaltata. Rocca impone subito la propria parola in un luogo astratto dove il divino si compromette con la materia più cruda: “la carne non è morta è / fresca in mostra nel macello”.
Prima sezione – Gargoyle (la moglie di Lot) – L’ accostamento con la moglie di Lot (celebre personaggio biblico della Genesi cap. 19, dove si narra che mentre fuggiva dalla città di Sodoma in fiamme, Lot venne tramutata in statua di sale perché disobbedì agli angeli che avevano ordinato di non voltarsi indietro per guardare la distruzione della città) e il termine Gargoyle (figure mostruose tipiche dell’architettura gotica, usate per sputare l’acqua piovana dai tetti) ha diverse origini nella cultura pop e nella letteratura. In ambito letterario e artistico, l’espressione viene usata a volte come metafora per descrivere una persona “pietrificata” dai propri rimpianti, incapace di andare avanti e costantemente rivolta verso il passato. Nel capitolo domina quindi una geografia del sale, del mare, della soglia. In Sparachiodi (Esodo inadatto) il soggetto cerca il mare, ma incontra “un cielo / col suo occhio di Ciclope”; il passaggio salvifico non avviene, resta una traversata mancata “non il pane, non il vino, / solo il mare Rosso dell’Egitto”. La figura della moglie di Lot viene sottratta alla sola dimensione della colpa. Nei pochi versi a lei dedicati, il sale diventa materia affettiva, memoria, sete: “Dormire annegata nel sale / Assetata di possibile”. La chiusa — “Di nostalgia morì / la moglie di Lot” — trasforma la punizione biblica in una forma estrema di attaccamento al perduto. Non è la disobbedienza a uccidere, ma l’impossibilità di separarsi. Persefone, Atlante, il Ciclope, il Signore, gli esoscheletri e le scolopendre vengono ricondotti a organi, posture, residui. Il corpo stesso è una lingua che però non riesce a farsi dimora: “Il mio corpo / non è un idioma”. È qui che la poesia di Rocca mostra una delle sue tensioni più forti: il corpo parla, pur non traducendo si espone al lettore, senza pretesa salvifica.
La seconda sezione – Un collo spezzato (è la guglia) – sposta l’immaginario dalla soglia salina alla verticalità franta. La guglia, immagine di elevazione, nasce da un collo spezzato: ogni ascesa è compromessa, ogni forma del sacro passa attraverso la lesione. In Giovanni 8:7, il riferimento evangelico alla pietra scagliata contro l’adultera viene deformato in una sequenza di caviglia, denti, ferite, guglie, sangue: “Il sasso scrive la mano vivo / nella caviglia non rinsaldata”. La colpa diventa iscrizione corporea e anche Cristo, in questa sezione, perde ogni distanza astratta. In Cristo dal ventre apribile il divino è fragile, manipolabile, quasi infantile: “I capelli non muoiono / ma quel Dio di pasta sì”. Non si intravede intento puramente blasfemo ma un tentativo di riportare il sacro dentro la sua vulnerabilità materiale. La fede si fa attrito, fame, ventre e piaga. Il testo eponimo, (Strappare lo) Scalpo, porta la tensione al punto più duro del libro. Lo scalpo è superficie identitaria, significa togliere ciò che ancora separa il soggetto dalla sua esposizione assoluta: “Strappo lo scalpo l’animale / scalpo”. Capelli, bocca, latte, sangue e sale compongono la grammatica della spoliazione. Eppure il libro non si limita alla crudeltà dell’immagine. Nel Post scriptum si apre una richiesta più nuda, quasi affettiva: “Ascoltami oh perduto Sale. / Ascoltami oh perduto abbraccio.” Dopo la violenza dello scalpo, dopo la croce, la fame, le piaghe, resta una domanda di ascolto col tentativo di trattenere ciò che scompare.
Nell’ultima sezione – Nel mortaio (indossare le ossa) – il corpo entra in una fase ulteriore ritrovandosi pestato, disperso, mescolato. Il mortaio di Baba Jaga è il luogo di una trasformazione arcaica, quasi stregonesca: “Farine a pioggia e muscoli / Farine di carne e d’ossa”. Carne, cervello, semi, pepe, ossa e desiderio diventano ingredienti di una materia da lavorare, il corpo viene attraversato nella sua disgregazione. In questo contesto l’osso è resto e possibilità di ritmo e testimonianza. Il valzer degli ossicini consegna un’immagine di consunzione domestica e insieme rituale: “La mia casa è / un vento gelido e lamina consunta”. La chiusa con La Medusa raccoglie molti nuclei del libro: l’occhio, la colpa, Ade, la melagrana, il liquido amniotico, il petto, il collo, la sete, le scolopendre, le unghie, il costato. Medusa non è solo una figura mitologica, ma un corpo che guarda e viene guardato, corpo che pietrifica e insieme chiede di non essere cancellato. La dichiarazione finale è netta: “Voglio / si sappia chi sono stata”. Dopo il macello, il sale, lo scalpo, le ossa e il mortaio, la voce domanda testimonianza.
In questa ostinazione Strappare lo scalpo trova la propria necessità. È un libro impervio, a tratti respingente, ma dotato di una voce riconoscibile, aspra, corporea, visionaria. La poesia di Flaminia Rocca non è alla ricerca del bello come levigatura: cerca una forma ferita, dove mito, Bibbia, fiaba, anatomia e materia organica si contaminano continuamente. Stefano Massari, nella postfazione, parla di un testo che si pone come ostacolo e chiede attraversamento. È una definizione precisa perché questo libro non si lascia leggere senza resistenza, ma risiede proprio in questa la sua forza. Strappare lo scalpo espone la ferita, la lascia agire e impedisce che scompaia nel silenzio.
Nota di lettura a cura di Antonio Corona.
Estratti da STRAPPARE LO SCALPO
da GARGOYLE (LA MOGLIE DI LOT)
La moglie di Lot
Dormire annegata nel sale
Assetata di possibile
Sudare le ossa
Sputare le unghie
E forse si sciolse e non s’indurì
Di nostalgia morì
la moglie di Lot
Controcanto
C’è una strada
tortuosa di sale
una battigia – al limitare
del mio corpo. Il mio corpo
non è un idioma, non crea
una casa dalle sabbie.
E questi e quelli e le loro
bianche spighe d’uomo
E il terrore che mi coglie e
le carni che non sento e
le giostre che accarezzo
Prestami
due mani di scorta
cosicché io possa scucire
capelli dal mio scalpo –
tutto morbo e controcanto
campo santo
sabato mattina
da UN COLLO SPEZZATO (E’ LA GUGLIA)
Cristo dal ventre apribile
Predire la fame
Approvare la morte
I capelli non muoiono
ma quel Dio di pasta sì
Irrituale
letto d’ossesso
Ho messo le mani a coppa
Il guscio d’uovo della pazzia
da NEL MORTAIO (INDOSSARE LE OSSA)
Sinonimia
Ieri sera ero
un viandante ieri notte
un assassino.
Ogni giorno una nota senza fuga
un’ombra tra le cose vive.
I miei occhi come un pensiero
stanco.
dalla postfazione di Stefano Massari
ecco un testo che si pone come ostacolo che ci chiama a un attraversamento che ci invita a non capire a non cercare spiegazioni che ci impone di affidarci al suo linguaggio come materia viva e mutevole che basti a condurci .
la bussola è nascosta le coordinate sono nascoste sembra che anche la stessa autrice non sappia verso dove la sua parola si sta muovendo .
questo può accadere leggendo da una certa e probabilmente parziale visuale Strappare lo scalpo . […]
chi legge deve entrare ed uscire da questi spazi instabili rinunciando a una linearità all’attesa di una continuità seguendo il ritmo non prevedibile di un respiro sconosciuto accogliendo un andamento per stratificazione .
il principio compositivo sembra dunque quello della tensione ogni testo vuole essere un campo magnetico attira e respinge crea collisioni tra immagini e simboli poesia che procede per urti: figure mitiche che si infrangono nel corpo reminiscenze bibliche che si contaminano con immagini carnali liturgie che si mescolano con la tensione liberata nella materia .
è un linguaggio che non teme la contraddizione usa l’ecces- so ma rifugge compiacimenti estetizzanti puntella i suoi baricentri sui suoi stessi squilibri mobili . […]
Flaminia Sveva Rocca nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Ha studiato filosofia della religione, in particolar modo la teologia di Martin Lutero e quella di Karl Barth, e filosofia politica, focalizzandosi sull’esplorazione dei paradigmi teologici e narrativi nelle mitopoiesi dell’Europa orientale. Ha pubblicato Dalle mie vene a cielo aperto (Ensemble, 2019). Nel 2023 alcuni suoi testi inediti, parte della presente opera, sono comparsi sulla rivista L’intranquille n° 24 (Ed. Atelier de l’agneau, St-Quentin-de-Caplong), nella traduzione francese del poeta, traduttore e critico letterario Benoît Gréan.



