
MARIA è la silloge di Aldo Nove, recentemente ripubblicata da Crocetti editore, dove l’autore compie un gesto inattuale: torna cioè alla figura più cantata, pregata e consumata della tradizione cristiana, restituendole una forza poetica originaria. Maria è bambina, madre, creatura, soglia. È il luogo in cui il tempo umano e il tempo sacro tornano, per un istante, a toccarsi. La raccolta nasce da un nucleo affettivo dichiarato. Nella nota introduttiva l’autore racconta di aver scritto Maria tra il 2005 e il 2006 come atto d’amore e di riparazione verso la nonna Virginia Sabot, donna di rosario, lacrime, casa e fedeltà. Da questa origine familiare il libro si apre a una domanda più ampia: che cosa resta del sacro in un presente che ha smarrito il rapporto con il passato e soprattutto con il futuro?
Nove lo dice con chiarezza: la percezione attuale del tempo è contratta sul presente. In questa contrazione, il sacro diventa quasi inimmaginabile. Maria prova allora a riaprire quello spazio attraverso una litania semplice e visionaria, infantile e cosmica, dove la ripetizione custodisce il senso. Fin dalla prima poesia, Maria viene sottratta alla fissità dell’immagine religiosa. È “una bambina che qualunque collina / avrebbe voluto avere come sole”, ma anche “una stella”, una creatura “sospesa tra l’eterno e la paura”” Prima ancora di essere Madre di Dio, Lei è presenza terrestre e assoluta, un corpo fragile dentro una luce più grande.
Il tema dell’origine ritorna nel secondo testo, dove “all’inizio era solo la parola”. Questa parola attende allora Maria per diventare voce, corpo e destino. Il passaggio decisivo arriva nei versi: “in lei non solo più parola: carne”. È qui che il libro trova una delle sue intuizioni più forti: il sacro come incarnazione, materia vivente e presenza. Anche la maternità viene restituita alla fisicità: la Maria di Nove tiene un bambino tra le braccia, ne conosce il seno, il battito, il silenzio improvviso del mondo davanti alla nascita. La grandezza attraversa il corpo, lo rende spazio di rivelazione. Per questo Maria è anche un libro sul tempo. Nove la chiama “Donna d’eterno, donna del presente”, e più avanti “mediatrice”, “silenziosa bambina che attraversa / i secoli e coi secoli conversa”. Maria diventa il punto in cui le epoche si guardano, dove la morte viene attraversata e il futuro torna pronunciabile.
Nella nota introduttiva, l’autore oppone il suono pieno delle campane al mondo virtuale, le cui campane “suonano sempre a morto”. La poesia tenta così di restituire profondità a ciò che il presente ha appiattito: memoria, attesa, nascita, futuro. Il nome Maria, ripetuto fino all’essenzialità, diventa una parola che resiste alla chiusura del tempo. Nel testo finale, la morte “in te è sconfitta” e il suo sì abbatte “le mura / che cingono nel tempo ogni creatura”.
Aldo Nove scrive una preghiera contemporanea, limpida e spavalda, capace di tornare al sacro con una voce insieme antica e presente. Forse proprio qui sta la forza più profonda del libro: nel pronunciare ancora un nome semplice senza renderlo banale, lasciando che dentro quel nome risuoni qualcosa che il nostro tempo credeva di non saper più ascoltare.
Nota di lettura a cura di Antonio Corona.
Estratti da MARIA
I
Lei era una bambina che qualunque collina
avrebbe voluto avere come sole.
Da tempo immemorabile era bella.
E più che una bambina era una stella.
Più che una stella era qualunque cosa.
Più di qualunque cosa era amorosa,
più di qualunque amore decorosa:
di tutto l’universo era la sposa.
Ma era troppo piccola: una rosa
che sboccia appena, come ogni creatura
sospesa tra l’eterno e la paura
dei giorni che dei sogni sono mura.
Le mura di chi è nato e non gli è dato
capire più di quanto del creato
gli venga in uno spazio costruito
e dentro un tempo già determinato.
Ma i sogni la sognavano più forte
del sogno che a ogni nato è dato in sorte
prima che nel silenzio della morte
le vite si ritraggano contorte.
Quasi che solo quello si sapesse:
che tutto infine ha fine come il sole
e l’universo e tutto ciò che vuole
vivere sempre, e che vivendo muore.
Quest’era l’infinita nostalgia,
quest’era l’assoluta lontananza
prima che quella luce in quella stanza
dicesse allora e per sempre: “Maria”.
XXX
Così semplice il nome tuo è: “Maria”:
ripetuto quel giorno nella stanza
dall’angelo ed in quella lontananza
ridetto con immensa nostalgia
da chi sa che attraverso te non muore
ciò che è perfetto e a te benigna vuole
donarsi come ha fatto un giorno il sole,
come se il sole e ogni stella sapesse
di te da sempre oltre le contorte
vicende della vita, che la morte
in te è sconfitta, in te la nuova sorte
del mondo si è manifestata forte
in te per te oltre ogni determinato
passato tutto ciò che ha costruito,
il tuo sì tramutato nel creato
eterno che nel seno tuo si è dato
a noi per sempre abbattendo le mura
che cingono nel tempo ogni creatura
in un abbraccio fatto di paura,
ora nel nuovo tuo abbraccio di rosa
che è diventata di ogni cosa sposa
sbocciata al cielo, come decorosa
custode di ogni vita che amorosa
si abbraccia a te non più soltanto cosa
ma in te per te ora diventata stella,
tu che di ogni altra cosa sei più bella,
bambina in cui i suoi raggi ha sciolto il sole
scegliendo dolce in te la sua collina.
da “Nota su Maria” di Aldo Nove
L’attuale percezione del tempo è contratta sul presente. Esclude il passato ed esclude il futuro. Ossia (e specialmente riguardo il secondo: è quel “futuro” che più di tutto ci spaventa, incapaci di immaginarlo adesso) l’ambito del Sacro. Dio è morto e cioè non c’è e basta. Caduta la “e” di escatologia. Frizzata tra le macerie di senso in cui cerchiamo brandelli di costrutti e significanze posticce. Errare mortale a cui questa Maria non ha avuto ambascia alcuna di volgere le spalle.
Quando scrissi Maria, tra il 2005 e il 2006, volevo innanzitutto chiedere scusa a mia nonna Virginia Sabot con un atto d’amore. Mia nonna era bigotta quando io facevo il giovane ribelle. Bigotta anche perché mio nonno Egidio Centanin le metteva un sacco di corna mentre lei gli teneva, oltre ai quattro figli, la casa pulita come uno specchio. […]
Aldo Nove, (pseudonimo di Antonio Centanin) è nato nel 1967 a Viggiù, in provincia di Varese, e vive a Milano. È laureato in Filosofia morale. Ha esordito giovanissimo con la raccolta poetica Tornando nel tuo sangue, a cura di Milo De Angelis. Nella collana bianca di Einaudi ha pubblicato Nelle galassie oggi come oggi. Covers (2001, con Raul Montanari e Tiziano Scarpa), Maria (2007), A schemi di costellazioni (2010), Addio mio Novecento (2014) e Poemetti della sera (2020). Tra i suoi libri di narrativa, Woobinda (1996, a cura di Nanni Balestrini), Amore mio infinito (2000), La vita oscena (2011), da cui l’omonimo film di Renato De Maria, e Tutta la luce del mondo (2014). Ha inoltre pubblicato I tarocchi, con Mimmo Paladino (Istituto Treccani 2017), e Franco Battiato (2020). Fuoco su Babilonia! è il suo più ampio volume di poesia. Edito da Crocetti nel 2003, raccoglie i primi due libri e alcuni testi giovanili di Aldo Nove composti dal 1984 al 1996.





