a cura di Rosanna Frattaruol
NON ANDARTENE MITE IN QUELLA BUONA NOTTE
Non andartene mite in quella buona notte
ardere dovrebbe la vecchiaia e infuriare alla fine del giorno
rabbia, rabbia mentre la luce muore.
Sebbene i saggi sappiano, alla fine, quanto è giusto il buio
perché nessun lampo è scoccato dalle loro parole
pure non s’avviano miti in quella buona notte.
Brava gente, che piange, di fronte all’ultima onda, per
quanto lucenti
le loro gesta fragili avrebbero potuto danzare in una verde baia,
brucia di rabbia mentre la luce muore.
Gente selvaggia, che colse e cantò il sole in volo
e seppe, troppo tardi, di averlo intralciato nel cammino,
non entra mite in quella buona notte.
Gente severa – a un passo dalla morte, che scorge con
sguardo accecante:
occhi ciechi potrebbero brillare di meteora e gioire –
sprigiona rabbia mentre la luce muore.
E tu, padre mio, là sulle tristi vette, maledici,
ti prego, benedicimi ora con lacrime feroci.
Non andartene mite in quella buona notte,
rabbia rabbia mentre la luce muore.
*
DO NOT GO GENTLE INTO THAT GOOD NIGHT
Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.
Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.
Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.
Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.
Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.
And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.
**
PER UN EPITAFFIO PERSONALE
Mentre nutro il verme
chi devo incolpare
se il tempo alla
fine mi stende,
qui sotto terra insieme alla fanciulla e al ladro,
chi devo incolpare?
Incolpo mia madre
che in grembo
forgiò la mia forma
col suo crimine d’amore,
che vita mi diede e poi la tomba,
incolpo mia madre.
Ecco il frutto della sua pena,
morte membra e mente;
tutto, amore e sudore,
finito ora al macero.
Sono la replica umana a ogni questione,
lo scopo e la destinazione.
*
WRITTEN FOR A PERSONAL EPITAPH
Feeding the worm
Who do I blame
Because laid down
At last by time,
Here under the earth with girl and thief,
Who do I blame?
Mother I blame
Whose loving crime
Molded my form
Within her womb,
Who gave me Life and then the grave,
Mother I blame.
Here is her labour’s end,
Dead limb and mind,
All love and sweat
Gone now to rot.
I’m man’s reply to every question,
His aim and destination.
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C’ERA UN TEMPO?
C’era un tempo in cui gli acrobati armati di violino
nei circhi dei bambini potevano fermarne i tormenti?
C’era un tempo in cui potevano piangere sui libri,
ma il tempo ha steso un verme sul loro sentiero.
Sotto l’arco del cielo non sono al sicuro.
Ciò che mai si conosce è la cosa più sicura in questa vita.
Sotto i segni del cielo chi manca di braccia
ha le mani più pulite e, come il fantasma senza cuore
solo è illeso, così chi è cieco ha la vista migliore.
*
WAS THERE A TIME
Was there a time when dancers with their fiddles
In children’s circuses could stay their troubles?
There was a time they could cry over books,
But time has set its maggot on their track.
Under the arc of the sky they are unsafe.
What’s never known is safest in this life.
Under the skysigns they who have no arms
Have cleanest hands, and, as the heartless ghost
Alone’s unhurt, so the blind man sees best.
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LA FORZA CHE PER LA VERDE MICCIA GUIDA IL FIORE
La forza che per la verde miccia guida il fiore
pure guida la mia verde età; ciò che annienta gli alberi alla radice
è il mio distruttore.
E io non ho voce per dire alla rosa sbilenca
che piega la mia giovinezza la stessa febbre invernale.
La forza che spinge le acque oltre la roccia
guida il mio rosso sangue; ciò che secca alla foce le correnti
muta in cera la mia.
E io non ho voce per scandire alle mie vene
che alla fonte montana la stessa bocca si abbevera.
La mano che ruota l’acqua nel gorgo
schiude le sabbie mobili; ciò che l’impeto imbriglia del vento
tesa pure la vela del mio sudario.
E io non ho voce per dire all’impiccato
che della mia creta è plasmata la calce del boia.
Le labbra del tempo, mignatte, s’attaccano al becco della
fontana;
l’amore stilla e si raccoglie, ma il sangue caduto
lenirà le sue pene.
E io non ho voce per dire al vento di stagione
che il tempo ha scandito tutto un cielo intorno agli astri.
Non ho voce per dire al sepolcro dell’amante
che viene al mio lenzuolo lo stesso ritorto verme.
*
THE FORCE THAT THROUGH THE GREEN FUSE DRIVES THE FLOWER
The force that through the green fuse drives the flower
Drives my green age; that blasts the roots of trees
Is my destroyer.
And I am dumb to tell the crooked rose
My youth is bent by the same wintry fever.
The force that drives the water through the rocks
Drives my red blood; that dries the mouthing streams
Turns mine to wax.
And I am dumb to mouth unto my veins
How at the mountain spring the same mouth sucks.
The hand that whirls the water in the pool
Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind
Hauls my shroud sail.
And I am dumb to tell the hanging man
How of my clay is made the hangman’s lime.
The lips of time leech to the fountain head;
Love drips and gathers, but the fallen blood
Shall calm her sores.
And I am dumb to tell a weather’s wind
How time has ticked a heaven round the stars.
And I am dumb to tell the lover’s tomb
How at my sheet goes the same crooked worm.
Leonardo Guzzo. […] Da un’istintiva immedesimazione deriva il mio interesse per Dylan Thomas. Un incontro fortuito – in una libreria sotterranea nel centro di Roma, ai tempi dell’università – e rapace, sancito da un libretto della collana I Miti della Poesia dell’editore Mondadori, che raccoglieva una ventina di componimenti nella traduzione di Ariodante Marianni. Colpo di fulmine istantaneo. Sbizzarrirsi di interpretazioni. Cascata di suggestioni. Per molto tempo Dylan Thomas è stato ai miei occhi quelle traduzioni benedette dall’ispirazione, quelle poche poesie capaci di germinare, di comporre un mondo e durare un periplo. […] Nell’opposizione a ogni “teoria della poesia”, nella sua opera artigianale e in fondo incomunicabile, se non per via di se stessa, sta gran parte del fascino dell’autore. Riesco a immaginarlo affacciato alla finestra del suo capanno di Laugharne, nel Galles più rustico e solitario, su un’ansa del fiume Taf, mentre modella una poesia come “un tratto impermeabile del flusso che si muove in tutte le direzioni”, una sospensione incantata del tempo, in cui le immagini crude, incessanti, confliggenti che la vita produce si riconciliano nell’armonia dell’arte. La scarsa dimestichezza con l’accademia e una visuale periferica, uno sguardo sghembo lanciato da un luogo ameno alla densità del mondo, è tutto quello che la mia esperienza ha in comune con quella del “bardo” gallese. Il resto è figlio dell’istinto e dell’empatia, di un’affinità improbabile e elettiva, dell’incontro, insieme casuale e fatale, con l’immaginario pulsante, vulcanico, ribelle di Dylan Thomas e con le sue parole di fuoco […].
Dylan Thomas nasce a Swansea nel 1914. A nemmeno vent’anni Dylan ha già pubblicato alcune delle poesie che lo renderanno famoso. “And death shall have no dominion” esce nel 1933 sul “New English Weekly”. A dicembre del 1934 Thomas dà alle stampe la sua prima raccolta, 18 Poems, edita dalla Fortune Press grazie all’interessamento di Victor Neuburg, che cura una rubrica di poesia sul quotidiano Sunday Referee. Il libro non gli procura alcun vantaggio economico, ma attira l’attenzione dei critici e di giganti del calibro di T.S. Eliot. Nel 1939 Thomas pubblica The map of love, una raccolta di 16 poesie e 7 racconti brevi, mentre l’anno successivo dà alle stampe Portrait of the artist as a young dog, che raccoglie 10 storie basate su memorie di infanzia. Lo scarso successo dei libri costringe l’autore a vivere dei magri proventi di articoli e recensioni, ricorrendo a ingenti prestiti che presto lo mettono nei guai coi creditori. Subito dopo la guerra pubblica un altro libro di poesia: Deaths and Entrances, che finalmente ottiene un buon successo al di qua e al di là dell’oceano. Tra i suoi libri successivi: In Country Sleep and Other Poems (1952) e The Doctor and the Devils and Other Scripts (1953). Nell’autunno del 1953 è negli Stati Uniti per un ciclo di conferenze e per recitare il radiodramma Under Milk Wood. Dylan Thomas si spegne il 9 novembre a mezzogiorno senza mai essere uscito dal coma. L’autopsia attribuisce il decesso al fegato grasso, a un edema cerebrale e soprattutto a una broncopolmonite di natura infettiva, tardivamente diagnosticata, che ha seriamente compromesso la funzionalità dei polmoni. Il funerale del poeta è celebrato a Laugharne il 24 novembre. I suoi resti riposano nel piccolo cimitero cittadino.
Leonardo Guzzo (Napoli, 1979) è scrittore e giornalista. Dopo gli studi classici, si è laureato in Scienze Politiche alla LUISS di Roma nel 2002. Scrive per “Il Mattino” di Napoli, “L’Osservatore Romano” e la rivista “50&più”. Collabora con la rivista letteraria “Nuovi Argomenti” e col “Journal of Italian Translation” della City University di New York. Ha pubblicato le raccolte di racconti Le radici del mare (Pequod, 2015) e Terre emerse (Pequod, 2019), seguite dal romanzo Beco (Pequod, 2021) in cui canta tra realtà e invenzione, in una chiave insieme epica e intimistica, la vita e il mito del campione di Formula Uno Ayrton Senna. Col titolo di Veloz como o vento (Maquinaria Editorial, 2024) il libro è stato pubblicato anche in Brasile.
Ha tradotto in italiano Eneide Libro VI (Il Ponte del Sale, 2018), Field Work (Biblion, 2020) e Speranza e storia (Il Convivio, 2022) del premio Nobel irlandese Seamus Heaney, Due scritti (Archinto, 2021) del poeta anglo-americano W. H. Auden e La gente e altre seccature (Einaudi, 2023) della poetessa americana Judith Viorst.




