a cura di Rosanna Frattaruolo

I. Ingresso

Chi è all’altezza?

Chi è all’altezza
di questa liquida,
quotidiana rappresentazione?
Non certo io, che alla scuola
d’arte rimasi solo uno studente.
Mi destreggio incredibilmente bene
nell’imprimitura della tela,
non dipingo mai niente.

*
In camera tua

Entriamo come animali silenziosi
osservando gli altari, lucidati e persi
i monumenti decaduti, le suppellettili,
funebri cumuli di ricordi
che non si adeguano alla morte.

Ciò che è abbandonato
qui trattiene il respiro
immobile di paura, si finge cosa
mentre il tempo si distrae e fuori
s’immobilizzano i fiumi,
non tira più il vento, si arresta il sangue
nelle vene degli animali.

Sprofondare.
Un vuoto accoglie i nostri piedi.
Aspettare.
Le anime tendono all’abisso
perché ogni cosa è reale
ora, solamente se cade.

E ti pensiamo, finalmente
nello squarcio del momento,
ci chiediamo
se mai siano esistite le ore
prima che qualcuno di noi
iniziasse a contarle.
**
II. Trasfusionale

Fattore di crescita

Il grosso del dolore
è all’imbocco della colonna,
nello stilobate
conficcato al centro
di questo desolato paesaggio,
fioritura innaturale,
nido di ragni elettrici
che pulsa e irradia.

I neuroni dormono
nei recessi del corno anteriore,
sognano una danza
e le fibre tremano,
al pensiero
le fitte si spostano
sulla pianura del torace,
una spinta lenta
sulla vertebra giusta,
presidio del confine
tra lo sterno e il silenzio.

Qualcuno muove gli argini,
ordina le cose
come il sole
quando ridispone a terra
le ombre degli alberi.
Inerpicabili,
le strade dei nervi
si perdono nel dedalo,
nella mappa segmentale
che sparge i nodi al suolo.

E nel cuore del plesso sacrale
dorme fragile un Partenone
nobile, dissestato
incubo incubatrice
tibiale, peroneale,
restare,
andare.

**
III. Sale d'attesa

Viola

Viola, quante volte hai scritto
il tuo nome sullo zaino?
Nessuno qui sa di te,
ma tutti ti aspettavamo
per spaccare con un arcobaleno
la grigia attesa del trasfusionale.

Viola, caleidoscopio altruista
di lentiggini e bigiotteria colorata,
tu non lo senti il peso dell’aria?
Hai volteggiato, farfalla,
disegnando traiettorie disallineate,
ti sei posata solo un attimo
a donare il plasma
e hai ripreso ad aleggiare
nel marasma sbigottito
di noi che restiamo.

Viola, se vai,
ti prego, torna ancora,
porta con te il fresco
d’estate,
il profumo di grafite
delle matite.

IV. Terapia intensiva

Medicine

Non viviamo più a lungo
solo più lentamente moriamo.
Di abitudini, non di ferite.
La malattia è un linguaggio
che abbiamo dimenticato,
un equilibrio che ha perso il silenzio.

Siamo tutti qui
per sanare fratture invisibili
tra la storia e il sangue
non per le patologie,
siamo qui per ristrutturare
l’architettura del nostro respiro.

I sintomi
sono codici interrotti,
gli squilibri
sono messaggi che chiedono luce,
corpi che hanno smesso
di fidarsi di noi.

E il corpo non mente
ma parla molto piano,
il fegato ricorda,
l’intestino ascolta,
la pelle respira.
Io mi idrato
come se stessi scrivendo
una lettera d’amore.

*
Maria

Maria,
che preghi sempre
per mio padre e hai paura
che la tua voce
non riesca a raggiungere Dio,
non ti preoccupare.

Se non arriva al cielo,
l’amore sparge
e poi ricade, come pioggia
accade, sopra di noi.

Francesco Giovanni Bresciani (1979) è nato e vive in provincia di Bergamo, è laureato in Lingua, Cultura e Letteratura Italiana e in Scienze e Tecnologie delle Arti e dello Spettacolo.
Lavora nel campo delle risorse umane. Autore e musicista, ha scritto e inciso canzoni con le band “Karenina” e “Triste Colore Rosa”. La sua prima raccolta poetica, Del tutto e di minuscole cose (2023), ha vinto il Premio Internazionale “Fōrma Cultura” per la miglior silloge edita.

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