“Enchiridion” di Diego Riccobene e l’alchimia della parola poetica

di Rosanna Frattaruolo

All’ingresso dell’Ade, l’iniziato eleusino si trova dinanzi a una puntuale e profetica topografia segnata da un bianco cipresso e una fonte che, a seconda della tradizione misterica o delle varianti delle lamine orfiche1, si colloca sulla sinistra o sulla destra della casa di Ade. È a quel punto che i custodi intimano all’anima di non accostarsi alla sorgente dell’oblio, ma di bere l’acqua fresca del lago di Mnemosine2 e pronunciare una precisa formula di riconoscimento: «Ardo di sete e mi struggo»3.

Non semplice conforto escatologico, tale inciso è la premessa stessa dell’atto creativo di Diego Riccobene, il cui stile si dichiara liminale attraverso una precisa trasformazione corporea e, allo stesso tempo, estatica: «Sento tremore in bocca, l’incompiuto / Dell’infera tensione, sento / Piagnucolare brina dall’orecchio, / L’orecchio cornucopia, il ricco / Dispensatore del giusto collasso / Che si concede e sta scendendo / Se mentre scende tutt’affatto obliquo / Ne cava il mio proscioglimento, / Un peso che m’eccede pur che adesso / Degni il collasso rimordendo / Il morto – e lo riscatti, sempre in tempo». Con questo testo Riccobene introduce Enchiridion, Edizioni Tipheret Srl, 2026, evidenziando come «Il processo [debba] comprendere entrambi i movimenti, altrimenti diventa distruttivo. L’alchimia illustra splendidamente la necessità di non nuocere allo spirito a vantaggio della materia e di non nuocere alla materia a vantaggio dello spirito. Il corpo deve essere spiritualizzato e lo spirito si deve incarnare»4.

Se non si arde di sete, se non ci si strugge di fronte all’infera tensione, non può esserci poesia: è un’immersione che esige l’esperienza catartica dei lavacri sottoterra – pratiche di purificazione sotterranea in cui, sperimentando il mistero in uno stato di veglia lucida, «Si strappa ogni maligno luppolo» e parassitosi dell’io, approssimandosi alla «convergenza [suprema del] culto sugli estuari»5 che torce il petto del poeta e lo ammonisce a preservare la facoltà immaginativa: «“Ma bada entrarvi mai due volte6, / Malati sono i fati a chi non sogna”» (p. 13). È in questa dimensione che il fare poetico si fa ricezione assoluta e sottomissione al dettato invisibile, poiché il poeta «Obbedisce allo spettro7 [seppure con] Salvifica avvedutezza / contristamento», facendosi carico di un peso spirituale enorme, nonostante la ragione umana – giudice balordo la cui visione è appannata dalla «cispa / Commessurata qui nell’infermiccio» (p. 18) nell’atto del distinguere, di tradurre la frattura originaria – abbia la pretesa di separare ciò che nell’universo è unito – visibile e invisibile. Per il poeta misterico, il guiderdone, che la logica crede di aver conquistato catalogando il mondo, è in realtà l’illusione che distrugge la sacralità universale.

Non esiste infatti alcun critico o poeta in grado di spiegare compiutamente, né nella forma né nel contenuto, i meccanismi oscuri che agiscono nell’atto creativo, seppure il tentativo debba essere instancabile. Se la poesia autentica custodisce sempre un nucleo inspiegabile e non interamente razionalizzabile, Enchiridion di Riccobene si presenta come «opera altra, svincolata dalle geometrie categorizzanti delle usuali raccolte poetiche»8, misterica e di difficile comprensione. La sua natura iniziatica evoca l’essenza stessa dei misteri antichi, come quelli di Delfi o di Eleusi, i quali non prevedevano affatto un accesso collettivo o profano all’interno del recinto sacro, distinguendo nettamente l’essoterico – il messaggio comunicato all’esterno e provvisto di elementi immediati di intelligibilità – dall’esoterico, destinato rigorosamente agli iniziati e sigillato in un linguaggio ermetico.

Al di là dei generi, l’arte vive in una tensione perenne tra diacronicità e sincronicità, ricercata da Riccobene con intima sofferenza, consapevole che l’arte non è mai del tutto sincrona e che la contemporaneità ipertecnocratica costringe le percezioni entro scale temporali ridotte di decenni o quinquenni, rendendo l’umanità cieca di fronte a dimensioni ben più vaste. Nel dimenticare la profondità del tempo, l’uomo moderno smarrisce la coscienza che quanto accadeva a Eleusi è concettualmente a noi vicinissimo, comprese le polemiche sulla natura stessa della poesia, sull’uso e sulla necessità della metrica. Di questa dimenticanza strutturale scrive con lucidità Stefano Andreani nella postfazione alla Lux obnubilata di Crasellame: «L’abbandono degli Dèi è probabilmente soltanto questo. Non saper più conoscere le lettere»9, ovvero quelle lettere prodotte originariamente con i numeri che hanno fondato la Cabala. Reagendo a tale analfabetismo spirituale, rileggendo Plutarco sui responsi di Pizia10, si trova l’amara constatazione che gli oracoli abbiano perso la loro primigenia forza divinatoria dal momento in cui hanno abbandonato gli esametri cantati – tipici della sapienza in metrica musicale di Parmenide ed Empedocle – per adottare un linguaggio prosaico e piano, finalizzato a raggiungere le fasce di popolazione meno colte. Mosso dall’analogo scetticismo verso la decadenza del verso, Enchiridion11, «evocando un sapere portatile, intimo, destinato non alla moltitudine ma allo junghiano “viandante solitario” che cerca, tra le fenditure del linguaggio, una via di trasmutazione […] si connota come grimorio mistico, formulario iniziatico, cifrario alchemico» (p. 117).

Inoltre, schernendo quel giudice balordo della sola ragione discorsiva che si culla nel guiderdone assurdo del distinguere – premio illusorio – che separa anche il testo dall’immagine, distruggendo l’unione profonda degli opposti e la sincronicità degli intermundia, Riccobene affianca ai versi gli emblemi dell’artista Mirco Andreoli: le immagini non sono subordinate al testo ma restano in dialogo attivo con esso, divenendo parte integrante dell’opera; i due linguaggi comunicano in modo paritetico, realizzando junghianamente una sincronicità estatica. All’alveo riccobeniano ci si accosta, dunque, sapendo che «qui non si dischiude semplicemente un libro, ma si apre un portale iniziatico (liber librum aperit), si attiva un rito arcano, officiato dal poeta-alchimista nel sacro laboratorio della sua scrittura trasmutazionale, dove la parola è sostanza sacramentale, emblema sapienziale, metallo alchemico – verbum torsionale» (p. 118).

In tutta la produzione poetica, Riccobene è profondamente connesso al vissuto, ma rifiuta di tradurre in confessione l’io senziente o in cronaca l’esistenza quotidiana, orientandosi piuttosto verso una ricerca altra, configurandosi l’opera come un dispositivo di soglia archetipica volto a una decifrazione verticale di questo verbo che, «sprigionandosi elettrico come un campo energetico che, in guisa di δαίμων12, circonda il lettore e lo possiede, con l’ambivalente suadenza del φάρμακον13: cura e veleno insieme», costringe l’operatore a torcersi con esso. La natura, come la parola, si offre allora come un nucleo metallico da forgiare, una materia grezza da laboratorio entomologico e botanico che il poeta, simile a un antico fabbro, deve piegare a livello simbolico e spirituale per approssimarsi a una formula definitiva che nessuno può millantare di aver trovato. Il simbolo opera così sulla soglia, creando una frattura, un varco tra mondo percepibile e intermundia, guidando l’opera alchemica in corso nell’atto di distillare e coagulare la materia sottile in un alfabeto privato; un percorso, quello di Riccobene, scandito da tappe precise poiché, dopo la fase di Nigredo, che attraversa Ballate Nere (Italic Pequod 2021) e Synagoga (Fallone 2023) e termina emblematicamente con l’opera Larvae (Arcipelago itaca 2023), Enchiridion rappresenta l’approdo all’Albedo, la calcinazione e la distillazione: una fase catartica, ma profondamente sofferente che opera una purificazione rigorosa del corpo e dello spirito, e di conseguenza del linguaggio, eliminando le scorie superficiali nella condensazione dell’energia vitale. Eppure, questo transito esige un occultamento necessario di fronte all’aggressione del mercanteggiare-la-parola contemporaneo: il nome originario è sacrificato per poter parlare alla superficie: se il poeta accetta di nascondere il segreto per paura della superficie, o se seppellisce il proprio nome originario senza fargli attraversare il fuoco purificatore della trasmutazione, il lignaggio misterico e sapienzale risalente a Enḫeduanna e ai misteri eleusini si estinguerà per sempre, perché nascondersi o cedere alla superficie equivale a morire14.

La poesia non può prescindere dalla forma: in un’epoca che fatica ad accettare la cognizione della metrica e della prosodia, la forma si rivela la croce d’amore che il poeta deve caricarsi sulle spalle, assecondando il principio di John Keats per cui la conoscenza genera sofferenza, ma la forma resta pur sempre un discorso d’amore15. Lontano da una versificazione fisiologica del respiro, per Riccobene la poesia nasce già metrica, adottandola come dogma assoluto e nucleo fondante del suo credo poetico; non a caso, la raccolta Ballate nere è interamente infarcita di versi regolari, un fitto ordito intessuto rigorosamente di endecasillabi, settenari e qualche ottonario; una dimensione formulare che affonda le radici nella prima poesia firmata della storia umana, quella della sacerdotessa sumera Enḫeduanna dedicata alla dea Inanna (la babilonese Ištar), un legame indissolubile tra parola e rito indagato magistralmente dall’antropologa Anita Seppilli nel saggio Poesia e magia: il logos non comunica ma, immediatamente, compie, una póiesis che è atto, azione, incantamento.

La poesia di Riccobene si scaglia contro il sonno dogmatico indotto dalla lingua comune rovesciando la glottide che trasmuta la voce, rendendola sigillo incorruttibile e magico – « rotta è l’allusione a ogni bisbiglio» – : «contro le trisulche / Ipnosi da barbarie: rivesciare / La glottide sigillo, il tuo diabàllo / S’incide qui sul palmo» (p. 64), palmo che richiama l’etimo di Enchiridion, il manualetto da tenere in mano.

Con Enchiridion il poeta giunge, a fine lavorazione, a un idioma radicalmente rinnovato, quasi di ascendenza dantesca. In un’architettura oracolare, l’endecasillabo della tradizione subisce una frantumazione controllata, riducendosi a scaglie e frammenti instabili, mentre il verso viene continuamente spezzato e accelerato da violente sequenze di inarcature. La sintassi, dominata da una fitta ipotassi, costringe la lettura a muoversi lungo percorsi tortuosi e labirintici, dove ogni torsione del suono e del lessico amplifica l’effetto di straniamento e di sacralità del suono, originando una tensione formale evocativa e un dinamismo verbale speculare al rigore del laboratorio chimico.

I libri misterici, più si sfogliano, più si aprono a nuovi significati, svelando la grandezza dell’arte quando si indugia sull’innesco del carmen, la forma ritmica che è canto, oracolo e fato prescritto. Vincolato a queste grandi tradizioni del passato, il poeta avverte che il carme può funzionare come punto d’accesso agli intermundia solo attraverso l’uso della parola esatta, poiché ogni legamento magico avviene sul nome e sul nome soltanto, pronunciato esattamente com’esso è. In questo specifico nodo di fedeltà assoluta al significante originario, Riccobene fa opposizione alle lusinghe del linguaggio ordinario, pronunciando la formula nel cuore profondo e oscuro del Nigredo: «Coraggioso chi / Polirà digerendo sopra l’astrico / Quanto ha lasciato. Questo del carteggio / Il luto tralatizio, / A te l’eredità, da te l’etera / Ostentazione d’essere stanati / Prima che il vulgo sferocisca pure / Un’ultima bevuta» (p. 74).

Si tratta di un precetto imprescindibile nel sentire di Riccobene, che riecheggia il frammento 150 degli Oracoli Caldaici nella traduzione di Angelo Tonelli – i nomi barbari non cambiarli mai – e che accosta le fonti mesopotamiche e greche al rigore sacrificale delle tradizioni nordiche. Nello sciamanesimo runico, la runa esige un sacrificio di sangue per sprigionare la sua efficacia, proprio come Odino si appese all’albero del mondo – iconografia che si specchia nell’Appeso, XII Arcano dei Tarocchi, una croce rovesciata ma oracolare – per donare il linguaggio agli uomini. Il mito nordico narra inoltre del tentativo di Odino, mutatosi in falco, di sottrarre ai giganti il calderone contenente l’idromele con il segreto della poesia e l’eloquenza: nell’impatto contro la roccia, il residuo di quel furto primigenio è gocciolato sugli uomini sotto forma di frammenti di genio16. Il tramite della “voce altra che sussurra parole, metri e ritmi diviene così la struttura portante della scrittura di Riccobene, un dettato trascritto con un trasporto totale che si fa croce, poiché nessuna iniziazione autentica può prescindere da una serie di morti rituali. Lo sguardo del poeta non può indugiare sulla rassicurante e piana esposizione della sincronicità contemporanea o sui ricordi nostalgici delle giostre dell’infanzia; il suo compito ancestrale va portato a termine a costo della sofferenza quotidiana.

Note

1Crf. G. Colli, La sapienza greca, “Commento, Orfeo”, Adelphi Edizioni, Milano, 1977, p. 400, per il commento in merito alla disposizione della fonte di Lete a destra o a sinistra in contrapposizione alle tesi di Pugliese Carratelli.
2«Oblio e memoria sono i due strumenti del dissetamento. Se si beve dalla corrente dell’oblio […]si dimentica tutto e si rinasce a nuova vita, cioè la sete è solo ingannata, e l’arsura non tarda a ripresentarsi in una nuova individuazione. Ma se si beve dalla fonte di Mnemosine […], la memoria fa recuperare la conoscenza del passato e dell’immutabile, l’uomo riconosce la sua origine divina […] e l’arsura non viene spenta, ma dissetata, da una gelida, divina, prorompente conoscenza. La vita non viene negata, e neppure sostituita da un’altra arsura, ma travolta da una vita diversa». Crf. G. Colli, op. cit., p. 401.
3«E troverai a sinistra delle dimore di Hades una sorgente, / e accanto a essa un cipresso bianco, diritto; / a questa sorgente non andare neanche soltanto vicino. / Ma ne troverai un’altra, l’acqua fredda che scorre dal lago di Mnemosyne. Di fronte stanno i custodi. / Di’ loro: “Sono figlia di Terra e di Cielo stellato / e la mia stirpe è celeste; lo sapete anche voi. / Ardo di sete e mi struggo. Ma date, presto, / acqua fredda che scorre dal lago di Mnemosyne”. / E loro ti lasceranno bere dalla sorgente divina / e dopo di ciò regnerai con gli altri eroi. // Parole consacrate a Mnemosyne. Quando dovrai morire…». Lamella Peteliae reperta, 400-350 a. Chr. n. mm 45×37, British Museum, Catalogue of Jewellery [1911], 380 in Eleusis e Orfismo. I misteri e la tradizione iniziatica greca, a cura di A. Tonelli, Feltrinelli/Classici, 2015, p. 463. Cfr. anche «Parole consacrate a Mnemosyne. Quando dovrai morire / andrai alle solide dimore di Hades: a destra c’è una sorgente / e accanto un cipresso bianco, diritto: / là discendono le anime dei morti, e si rinfrescano. / A questa sorgente non andare neanche soltanto vicino. / Ma più avanti troverai acqua fredda che scorre / dal lago di Mnemosyne: sopra stanno i custodi / e ti domanderanno nel loro saldo intendimento / che cosa vai cercando nelle tenebre di Ade caliginoso. / Di’ loro: “Sono figlio della Greve e di Cielo stellato, / ardo di sete e mi struggo. Ma date, presto, / acqua fredda che scorre dal lago di Mnemosyne” / E davvero avranno compassione di te per volere del sovrano degli Inferi, / e davvero ti lasceranno bere dal lago di Mnemosyne; / e davvero, dopo avere bevuto, andrai per la via sacra, che percorrono gloriosi / anche gli altri iniziati e baccanti». (Lamella Hyppone reperta, saec. V-IV a.Chr. n., largh. mm. 59 in alto, 49 in basso; alt. mm 32, Museo di Vibo Valentia), A. Tonelli, I greci e la morte, “L’Indiscreto” del 07/07/2023, consultato il 4 ottobre 2026, https://www.indiscreto.org/i-greci-e-la-morte/.
4M.L. von Franz, Alchimia, Bollati Boringhieri, 2023, p. 213.
5Per i Sumeri e i successivi Babilonesi, la vita e il cosmo nascevano proprio sull’estuario dove le acque dolci dei fiumi Tigri ed Eufrate si univano alle acque salate del Golfo Persico. L’estuario era la soglia fisica e spirituale in cui le acque dolci della conoscenza, Ea, si fondevano con le acque salate del caos marino, incarnato dal mostro Tiamat. Celebrarvi un culto significava trovarsi sull’orlo della creazione stessa del mondo, dove il fiume dell’esistenza umana tocca gli intermundia.
6L’ammonimento finale richiama il celebre frammento di Eraclito: Non si può discendere due volte nel medesimo fiume, spostandolo su un piano magico e oracolare.
7Qui lo spettro rievoca il concetto rinascimentale di fantasma, l’immagine simbolica proiettata dagli intermundia: il poeta non inventa dal nulla, ma obbedisce a una visione altra che gli detta la via. Il legame con il romanticismo e il decadentismo nordico conduce Riccobene verso lo studio delle derive esoteriche e magico-alchemiche che sottendono il Faust di Johann Wolfgang von Goethe, un amore mai sfumato e fonte di suggestioni feconde, mediato dal magistero di Gérard de Nerval, vero sacerdote del mistero che ha sacrificato l’esistenza al culto della verità. Fino al Rinascimento, la fantasia era intesa come facoltà in grado di produrre il fantasma, inteso non come spettro ma come immagine proiettata dagli intermundia, ricettiva e capace di tradurre l’invisibile in opera d’arte; fantasmi che sono andati tragicamente perduti con il predominio dei “lumi della ragione” e con l’aborto spontaneo della parte immaginativa dell’uomo, costringendo tutto ciò che non poteva sopravvivere in superficie a rifugiarsi, nel Settecento, sotto il velo delle società segrete, scorrendo silenzioso come acqua torbida nei canali sotterranei della storia.
8M. L. Valente, Per Speculum in Aenigmate. Ontologia dei Varchi Simbolici ed Ermeneusi dei Riti Trasmutazionali nell’Enchiridion di Diego Riccobene in D. Riccobene, Enchiridion, Edizioni Tipheret Srl, 2026, Acireale, p. 117.
9Crasellame, Lux Obnubilata, Prima traduzione in italiano del commento anonimo del 1666, Stefano Andreani (a cura di), Edizioni Mediterranee Roma, 1998, p. 149.
10Cfr. Plutarco, Tutti i Moralia, “28. Perchè la Pizia non dà più oracoli in versi? Introduzione, traduzione e note di Emanuele Lelli”, Bompiani, Emanuele Lelli e Giuliano Pisani (coordinamento a cura di), I edizione digitale 2018, p. 741-769.
11L’Enchiridion attribuito a Papa Leone III, databile all’alto Medioevo e da lui forse donato a Carlo Magno, si presenta come un compendio breve e programmatico ove la parola sacra diviene agente operativo: formule esorcistiche, invocazioni angeliche, sigilli verbali e norme per la consacrazione si dispongono non come mere rubriche ma come tecniche di trasformazione rituale; il testo testimonia una teologia dell’azione secondo la quale l’autorità ecclesiastica media una resa ontologica del mondo mediante lingua e gesto, ibridando ortodossia liturgica e pragmatica apotropaica; nella forma e nello spirito, l’Enchiridion riverbera moduli ermetici e alchemici, concependo il rito come coniunctio che trasmuta materia e anima e usa la parola come fuoco che opera purificazione e rinascita. Dalle note del saggio M. L. Valente, Per Speculum in Aenigmate. Ontologia dei Varchi Simbolici ed Ermeneusi dei Riti Trasmutazionali nell’Enchiridion di Diego Riccobene in D. Riccobene, op. cit., p. 118.
12Δαίμων «dàimon», «divinità; potenza intermedia; sorte»; voce antica che designa un principio collocato a mezza strada tra il divino e l’umano, non riducibile alla pericolosa accezione posteriore di malignità, ma figura di mediazione che assegna porzioni di destino e modula il carattere. Cfr. in D. Riccobene, op. cit., saggio di M. L. Valente, p. 119.
13Phármakon.
14«La superficie ci ha mangiato il nome, / Una chiosa obbligata / Verso cui riversammo l’intenzione: / È necessario cumularlo seco / Perché compulserebbe il suntuario. / Enorme doglia senza generare, / Donarlo stesso insieme ai tuoi diritti! / Quando si seppellisce non si brucia, / Ma s’estingue il lignaggio», da D. Riccobene, op. cit., p. 78.
15«Il poeta non è colui che vuole essere compreso per intenti etici (sempre che ne avvalli alcuni) o metalinguistici, ma deve muovere verso uno sforzo supremo, una fatica inverosimile, la sofferenza che esulcera il detto da quel silenzio, che lo trasforma da silenzio a ferita, da ferita a margine, da margine a scavo oltre cui muoversi, da scavo a rivelazione. Siamo sempre sull’orlo della caduta nel pozzo, sempre nei panni di quel condannato che scende una scala senza ringhiera, alla ricerca pervicace – inconclusa – di un flebile lume, ancorché acuminato: ogni verso scritto, ogni limite eterodirezionato o egotico, è figlio della croce che portiamo. Legno di tasso, croce mortuaria.  La parola può svettare perché deve dire l’incolto separandone il seme definitivo, deve macchiarsi, poi decidersi a ingoiare il seme stesso, beccandolo; infine partorirlo, di nuovo. Vita e morte, come in Apocalisse, 13:3 – “e vidi una delle sue teste come ferita a morte, ma la sua piaga mortale era stata guarita”». F. Centofanti, La parola ai poeti. Diego Riccobene, “La poesia e lo spirito” del 12 dicembre 2023, consultato il 05 ottobre 2026.
16Di Óðinn, signore della poesia, che è potere soprannaturale non lontano dalla stessa magia, si afferma che parlasse sempre in versi. Fu lui a dare inizio nel nord Europa all’arte della poesia. Cfr. S. Sturluson, Edda, G. Dolfini ( a cura di), Adelphi Editore, 2014.


Estratti dal libro

Sento tremore in bocca, l’incompiuto
Dell’infera tensione, sento
Piagnucolare brina dall’orecchio,


L’orecchio cornucopia, il ricco
Dispensatore del giusto collasso
Che si concede e sta scendendo


Se mentre scende tutt’affatto obliquo
Ne cava il mio proscioglimento,
Un peso che m’eccede pur che adesso


Degni il collasso rimordendo
Il morto – e lo riscatti, sempre in tempo.


**
Lavacri sottoterra, cosa vedi
Da sveglio: nel provarli
Si strappa ogni maligno luppolo,

La convergenza, il culto sugli estuari,
Un petto che ne torce.
«Ma bada entrarvi mai due volte,

Malati sono i fati a chi non sogna».

**
Obbedisce allo spettro: che salvifica

Avvedutezza, che contristamento
A disserrare dall’Ineffettivo;

Che balordo d’un giudice, la cispa

Commessurata qui nell’infermiccio,
Nel guiderdone assurdo del distinguere.

**
Conciliazione – sempre che persuada
Affiggere la bocca
Col mastice per non impollinarla.

Il silenzio dev’essere divieto
Al valico di piume:
Mentirlo sconcio se lo si riuscisse,

Cantare entracte a labbra poi scucite.

**
Qui si ministra anche l’estremità
Mendace, si bestemmiano le aurore;
E svergogna l’aurato con il rame,
Pretendendo un recinto che costringa
La rettificazione dell’ileo.
Al monatto, il suo pane verminoso.


**
Pronunci al buio? Coraggioso chi
Polirà digerendo sopra l’astrico
Quanto ha lasciato. Questo del carteggio
Il luto tralatizio,
A te l’eredità, da te l’etera
Ostentazione d’essere stanati
Prima che il vulgo sferocisca pure
Un’ultima bevuta.


Diego Riccobene (Alba, 1981) vive e lavora in provincia di Cuneo. Laureato in Filologia moderna presso l’Università di Torino, è poeta, docente, musicista. I suoi studi spaziano dalla poesia manierista/barocca ai testi esoterici e iniziatici. Suoi scritti sono apparsi su antologie, webzine e testate. Ha contribuito alla realizzazione di Ciro di Pers, Di mia vita i neri stami (2024) e Arrigo Boito, Re Orso e altre poesie (2025). Le sue pubblicazioni di poesia sono Ballate nere (2021), Synagoga (2023), Larvae (2023).

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