a cura di Rosanna Frattaruolo

da Sugli argini solenni, edizioni dei Dioscuri, 1980 

da Congetture

Il vento gioca alto sulle piazze
aperte. Ricomposto il colloquio
per provvisoria necessità,
come una volta la contraddizione:
la dispersa sembianza, altri
incanti e calcolati inganni.

Non la risoluzione nel dialogo
che ormai non pesa, né il mistero
è nei passi e nel fiato
della stagione adolescente.
L’interrotta cadenza pasce i gesti
nuovi che impari.

*
da Altrove

Siviglia

A una luce così annuiscono
gli amici spersi, a questo bianco
che intuimmo nel soggolo
di una monaca a Cadice
dove i due mari s'avventano
su barene di cenere.
L'imbarcadero, là, l'obolo,
il raffio che li trascina...


*
da Nascita presunta

A nuova vita

Il plurale per sempre imperfetto
scandaglio della mente si conficca
oggi – e per chiara mimesi –
nel tuo farti, e l’intorbida.

Come d’uso maturano nidi
tra bronchi e l’occhio segue
imperturbato le vaganti scommesse
che per sorte in voli si compiono.

A frutti il tosco si rammemora
più vivo del delirio degli sterpi,
più che da ramo a ramo
la sforzata ascensione della linfa.

Pure vivrà la radice, nome
tra nomi o senso che compiuto
dilaga e al muro volge
e l’avviluppa e lo screpola.

*
da Notizie del paese al padre

Contraffazione: il suono. Lo sopporta il cuore
come terra l’aratro. Spento, non rivivrà.
Pure, a crederlo, s’alza e lo ridona
da campane, la sera, da passi strascicati.

*
da Memoria del principe centurione

Tu conosci i gironi che discende l’uomo
senza età, senza nome, come quando dicendo
“è l’ora del lavoro” i padri fendevano il mattino
con profili possenti e il fracasso dei carri
donava umana consistenza ai muri
maculati da salnitro e lebbra.
La tua indifferenza al mondo è come
quella più arcana religione. I padri scomparvero
in fradici autunni e all’uomo senza storia
che discende i gironi nemmeno infernali
quell’assenza non pesa, non dolgono
che le giunture per antica maledizione.

***

da Opera su carta, Edizioni Corpo, 1987

da Boltraffio

Più avanzano gli anni più mi commuovono
le materie fluenti, le acque...
lave, alghe, capigliature...
sarò stato una forma geometrica
in uno stemma araldico, ma sospesa su forre,
cascate, orridi, sventolante mano di pezza
ricamata a un riflesso concitato di falaschi
o dormire come la chiocciola
un incubo di concrezioni minerali
e di bave cerimoniose, infine rovesciando
la forma della recita
dirimpetto a un tumulto ostile di sbuffi,
agitando per scherni e addii la mano che scrive.

*
da Zona

Dido – e la feroce proprietà dei nomi
la concatenazione la sequenza dei fatti

mi chiedo se dovesse essere
precisamente così lo svolgimento
se una diversa pronuncia
un movimento non previsto

intanto sono pronte le tavole
perché ciò che è detto
deve essere raccolto.

*
da Visibile

lame mobili, 13

Il poema sa l'incurvatura dell'osso
il perfetto disegno dei tendini sa
come sotto le volte della Karl Marx Hof
alle due di notte in retromarcia
visibili per effrazione pilastri rughe
in una pagina concreta: inastati
osserviamo da un oblò questi accadimenti.

Il compito della poesia. Appunti manoscritti del 1981 per una pubblicazione non individuata

La poesia è quello che succede quando la domanda dell’uomo cessa di rivolgersi al mondo e si ripiega su se stessa, interroga se stessa senza attendersi una risposta. È domanda che insegue se stessa, come su un nastro di Möbius, senza mai raggiungersi. È domanda che ha perso il punto interrogativo, domanda sospesa. Resta un’intonazione interrogativa, e questa intonazione è il ritmo, ritmo profondo che non coincide, se non casualmente, con quello dei versi. Si può anzi affermare che l’un ritmo si oppone all’altro e questa opposizione fa emergere l’immotivata domanda poetica.
Il linguaggio poetico non è un modo diverso di usare il linguaggio; nemmeno è metafora del linguaggio: la metafora scinde il mondo, lo frantuma in due figure distinte e contrapposte; la poesia non sceglie tra l’uno e l’altra figura ma vive, nella tensione che s’instaura fra di esse, non come elemento di unione, o di sintesi, ma come strumento di divaricazione, di ulteriore frattura. La poesia non crea la metafora, ma prende atto del suo formarsi nel linguaggio comune e tenta d’impedire che essa venga riassorbita come senso comune (il formarsi della metafora nel linguaggio comune è l’inconscio tentativo di opporsi alla falsa unità del mondo; il senso comune si appropria immediatamente della metafora nascente e tenta di omologarla nella dimensione estetica; la poesia si oppone a questo tentativo di omologazione). La poesia è sovversione, violenza, parola in rivolta contro se stessa: è contraddittoria perché è (e non può non essere) parola, ma questa contraddizione fonda il suo stesso statuto. Il punto massimo di contraddizione coincide col massimo di intenzione poetica. Il linguaggio poetico non è un linguaggio «altro»: è lo stesso linguaggio che si contraddice.
Si dirà che la parola poetica è perversa. Ebbene, sì, essa è perversa, perché crea un’interruzione, un brusio, un’intermittenza tra gli elementi del linguaggio sociale, sfalsa il rapporto tra i parlanti, genera una crisi ma si sottrae alla critica perché non è mai ferma; essa è perennemente in fuga, alla rincorsa di se stessa. Mancando di un punto di consistenza, essa non è intercettabile, la si misura (la si riconosce) dai vuoti che lascia dietro di sé. La poesia è assenza, è ciò che manca quando il linguaggio entra in crisi: non è, propriamente, la crisi, ma ciò che tenta vanamente di spingere la crisi alle estreme conseguenze.
La poesia non è uno «sta per», non significa qualcosa di diverso da sé […]


Angelo Lumelli, Appunti per una lettura di Gennaro Pessini, prefazione al libro

Gennaro Pessini, nella sua vita troppo breve, ha pubblicato due libri di poesie: Sugli argini solenni (1980) e Opera su carta (1987).
Cominciamo a sfogliare quest’ultimo, il quale attira subito l’attenzione per la presenza di un rebus: il nome Boltraffio.
Come un abile giocatore di poker, Gennaro Pessini tiene stretta la sua carta fino all’ultima pagina, quando rilascia, studiatamente, una nota senza preannunci o asterischi, informandoci che Boltraffio, pittore, “compare nell’analisi di una dimenticanza riferita da Freud nella Psicopatologia della vita quotidiana.”
Con ciò Pessini, che d’ora in avanti chiamerò Gennaro, come si conviene in una appassionata, accanita conversazione, ci invita ad affrontare un rebus a più livelli, quello freudiano della dimenticanza e quello delle sue stesse poesie, le quali un po’ parlano e un po’ trasformano le parole in figure.
Con ciò Gennaro Pessini intende metterci in guardia, come un Dedalo gentile che avesse scritto sull’entrata: Labirinto.
Stiamo usando la parola rebus sia nel suo significato popolare di rompicapo sia nel significato tecnico di vignetta che interagisce con lettere o sillabe, vari agglomerati da ricomporre in una frase, come insegna l’enigmistica.
La frase, inaspettata, che nasce dalla vignetta potrebbe addirittura essere una poesia, per cui si può sostenere, all’occasione, che il rapporto tra una poesia e la sua origine sia in ogni caso sorprendente, un cambio di rotta del linguaggio, una specie di inatteso decollo, un’ascensione al cielo che ci lascia, come perfino i più fedeli apostoli, di stucco.
Gennaro usa i termini interruzione e intermittenza per segnalare che la poesia non è un respiro a pieni polmoni nel linguaggio, ma l’istante del fiato che manca, della parola che invece di circolare si blocca per mostrare, in un fotofinish drammatico, il proprio destino vero.
A questo proposito empirei una parentesi suggerita da uno scritto di Gennaro datato 1981, mai pubblicato, una bozza di ragionamenti a guardare la forma, ma un grido della mente a guardare il contenuto, un pensiero che riconosce la crisi costitutiva della poesia, non sintesi ma divaricazione, linguaggio deragliato, con una rotta diversa da quella del dialogo, strumento per ogni assoluzione.
Gennaro, si capisce subito, ha intercettato profondamente la cultura del Novecento europeo e la vive con profondità e purezza, disarmato, senza una squadra, lontano da compagnie e da gruppi. Colpisce la sua severità nei confronti della poesia, mai rilassata, mai svagata e soprappensiero, a fronte di un suo istinto felice verso la comunità, un dialogo leale, come dimostra il ricordo amorevole e duraturo lasciato a Castelnuovo Scrivia.


Gennaro Pessini (1941-1989) è originario di Castelnuovo Scrivia (AL), paese natale del novellista Matteo Bandello. Dopo la laurea in Lingue e letterature straniere presso l’Università Bocconi ha ricoperto diversi incarichi di consulenza nel settore delle pubbliche relazioni, prima di diventare direttore di un’agenzia di informazione giornalistica con sede a Milano. Le sue poesie hanno ricevuto numerosi premi, suscitando l’attenzione di critici, intellettuali e scrittori italiani. Ha pubblicato due raccolte, Sugli argini solenni (1980) e Opera su carta (1987), per la prima volta riunite in un unico volume Tutte le poesie, puntoacapo, 2019.

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