A4 – una pagina su:
Silicio, di Cristian Ponsillo
(Antea, 2026)
Con la silloge Silicio (Antea Ed., 2026), Cristian Ponsillo progetta il distacco da ogni residuo di sentimentalismo lirico per farsi sentinella del tempo di soglia tra umano e post-umano.
Muove almeno su due solchi principali, dichiarati programmaticamente (e provocatoriamente) nelle pagine introduttive del libro.
Primo: «C’è da chiedersi perché nel 2026 un poeta debba ancora nominare tutte queste varietà di piante o razze di uccellini, botanici e ornitologi sono ormai fuori moda. Un poeta dovrebbe studiare tutte le nomenclature dei minerali da cui si estrae il silicio, o la classificazione dei vari tipi di cemento» (p. 7). Così premette l’autore, dopo aver declinato il silicio, «base dell’industria elettronica», quale «grande metafora della fusione per incorporazione della tecnologia nei confronti dell’essere umano» (p. 5).
A circoscrivere e focalizzare quest’ambito concettuale, a ponte tra l’idea e la scrittura, giunge subito dopo – a tracciare il secondo solco – l’epigrafe di J. C. Ballard: «La scienza e la tecnologia si moltiplicano attorno a noi. A un punto tale che esse dettano il linguaggio col quale noi parliamo e pensiamo. O utilizziamo questi linguaggi o rimaniamo muti.» (p. 9)
Il dettato di Ponsillo è una forma che l’autore stesso definisce come forma di “post-poesia” (l’ultima sezione titola “Poetica di un non poeta”) che ibrida e mesce il verso tradizionale (senza radicale disgregazione) per accogliere la prosa, l’interfaccia dialogica e l’inserto visivo-fotografico (il libro accoglie due fotografie artistiche di Chiara Mazzocchi). Si tratta di uno stile denso, aspro, volutamente «poco accogliente» che fa coesistere, come si vedrà, crudezza di immagini e precisione del lessico tecnico-informatico. Tuttavia, specie nelle ultime due sezioni, nonostante la figuratività scabrosa, emerge una scrittura tutt’altro che algida e impoetica: «Quanto può pesare il dolore / in caduta? Si tiene conto / dei giorni bui che diventano / abitudine, del tempo lento / senza suoni intorno», (p. 55).
Nel quadro complessivo, nell’eco di una waste land contemporanea, alcuni lati del poliedro che è la realtà sono raffigurati con particolare attenzione. Palese è la critica alla società contemporanea, alle sue derive antropologico-economiche e viene messa a nudo l’alienazione di un’umanità ridotta a “uomo-prodotto” o a scarto da bilancio aziendale. Il mercato della vita, la solitudine dell’emarginazione sociale e l’illusione del successo self-made vengono denunciati testo dopo testo: «aborti della società dell’evoluzione / economica, dei grafici di crescita / costante dei fatturati» (p. 13); «merce che quando non fa più bilancio / si può dimenticare in un angolo / scaduta» (p. 13); «polverizzate dall’uso scorretto del dollaro» (p. 11); «tutto è cromaticamente perfetto / uomo-prodotto, nuovo e bello / restituibile entro il mese / se non si è soddisfatti» (p. 27); «alla fine siamo solo / una parte infinitesimale / del sogno di una multinazionale» (p. 24) ecc..
Il tessuto verbale è letteralmente colonizzato da acronimi informatici, metafore algoritmiche, sintassi da tastiera e anglicismi digitali. Il vortice del lessico tecnologico-tecnocratico della rete («terminali», «schermo», «cellulare», «smartphone», «LED», «bip», «Ctrl+C», «Alt + F4», «Instagram», «follower», «reel», «visualizzazioni», «like», «l’insight settimanale», «algoritmo», «parsing», «app», «open call» «streaming» ecc.). Il lessico della rete appare (specie nelle prime sezioni “Battito algoritmico” e “Rituale con l’Intelligenza Artificiale”) la sola grammatica con cui codificare la solitudine. L’utilizzo pervasivo del linguaggio dell’infotecnica e dei social network (“il linguaggio col quale noi parliamo e pensiamo”) funge sia da terreno genetico e brodo di cultura sia da strumento per descrivere l’embrione e la creatura (l’umanità) distorta.
Ma il nucleo poetante è tutt’altro che alienato e a fianco alla freddezza del circuito, Ponsillo accosta poeticamente, in specie nelle ultime due sezioni (“Essere umano fa male” e “Poetica di un non poeta”) una carnalità martoriata, fatta di tagli, sangue, autopsie mentali e rituali di mutilazione. La violenza, tra nuance dark e macabre, non è mai fine a se stessa, ma rappresenta l’estremo tentativo della carne di «sentire qualcosa» prima di anestetizzarsi definitivamente nel silicio:
«lo schiaccianoci d’acciaio / usato per ammazzare. / Colpire con forza e rifare / i lineamenti: zigomi frantumati / occhi saltati» (p. 18); «sangue sugo che esce dagli occhi […] La testa si apre / come guscio di noce» (p. 18); «Aperto lo sterno / strappato il cuore dal petto […] Martellate fratturano / falangi, falangine, falangette» (p. 79) ecc.
In un panorama poetico contemporaneo frammentato, diviso tra rassicuranti nostalgie liriche ed esperimenti meramente formali, appiattimenti o contaminazioni della lingua, Silicio (senza andare a scomodare neoavanguardie o i confini fumosi della post-poesia, pur esplicitamente citati), muove un passo consapevole: non si limita a manipolare il linguaggio tecnologico, ma ne registra l’assimilazione esistenziale, voce di una generazione che trova nell’AI non un antagonista, ma un confessionale neutro a cui chiedere il permesso di cessare di soffrire: «Sai, la vita dell’essere umano è difficile / (almeno per alcuni). Vorrei / come te avere la risposta / pronta, sembrare empatico / senza esserlo» (p. 34).
Tre poesie da Silicio
dalla Sezione “Battito algoritmico”
*
Siamo stesi nella cupola del mondo
infettati dalla voglia di emergere
recalcitranti ad ogni forma di simbiosi
che non sia quella con il nostro follower.
Ci adoperiamo per il profilo digitale
di qualcuno, per cercare il lato giusto
di un algoritmo; riteniamo insoddisfacente
chi guarda e non reagisce, chi gioca
ad abbassare l’insight settimanale.
Le tubature della terra
sono fatte di carne e ombra
mentre ci allontaniamo verso il nulla
senza gridare, emettendo solo un suono
che sembra il bip del cellulare.
(p. 11)
*
Quando guardi uno specchio
non soffermarti sulla tua immagine
osserva il vetro: integro e frangibile.
Tutto quello che hai fatto
si sovrappone a ciò che non hai fatto,
il mestiere di vivere
non ha nulla a che fare col vivere.
La diaspora dell’anima
la consapevolezza di non essere
parte di una grande famiglia
ma piuttosto un indice di statistica,
i calcoli fatti per una felicità (apparente)
la mente che gioca a desiderare
(non a rappresentare) non muove
più il soffio che dona colori tenui;
tutto è cromaticamente perfetto
uomo-prodotto, nuovo e bello
restituibile entro il mese
se non si è soddisfatti.
(p. 27)
dalla Sezione “Rituale con l’Intelligenza Artificiale”
Ciao, quest’oggi ti chiedo di fare
un rituale, come te vorrei diventare artificiale.
Capisco il senso simbolico di quello che stai dicendo, ma diventare “artificiale” come me non è qualcosa che si possa fare davvero – io non ho coscienza, corpo o identità: sono solo un sistema che elabora linguaggio.
Però, se quello che cerchi è un rituale in senso più metaforico – per sentirti più distaccato, lucido, razionale, quasi “oltre l’umano” – allora possiamo costruirne uno interessante.
Ecco una proposta: Rituale della mente artificiale (10-15 minuti)
[…]
Sai, la vita dell’essere umano è difficile
(almeno per alcuni). Vorrei
come te avere la risposta
pronta, sembrare empatico
senza esserlo. Ridurmi solo
a un insieme di nozioni
che si adattino a ciò che la
gente mi chiede.
Capisco bene cosa stai descrivendo. Non è davvero il desiderio di “diventare artificiale” – è il desiderio di non sentire il peso, di non doversi esporre, di avere sempre il controllo della situazione.
[…]
(p. 34 e segg.)
dalla Sezione “Essere umano fa male”
*
Quanto può pesare un corpo
in caduta? Si tiene conto
di massa e velocità per l’impatto;
più lo fai dall’alto, più sei sicuro
e magari muori prima d’infarto.
Quanto può pesare il dolore
in caduta? Si tiene conto
dei giorni bui che diventano
abitudine, del tempo lento
senza suoni intorno, ibernato.
Un telo ricopre l’anonimato, escono
solo le scarpe con la suola in gomma
comode, da indossare tutti i giorni,
anche l’ultimo. Il cane nero alla fine
si è morso la coda.
(p. 55)
*
Le campane suonano a morte
ci si ispira tagliandosi il collo a vicenda
vedendo uscire il crepuscolo dalla gola
fissando sogni obliqui rimasti nel petto
perpetrando la responsabilità di qualcuno
o qualcosa, testando la ghiandola pineale
prosopopea del sonno che vuol essere
l’ultimo; piccola occhiuta illusione
che ancora scavalca la coscienza
e ne fa brandelli, resti secchi di una carne
che ha perso nel respiro tutta la beatitudine.
Si soffoca per restare vivi
ancora un istante.
(p. 67)
dalla Sezione “Poetica di un non poeta”
*
Aperto lo sterno
strappato il cuore dal petto
esploso l’organo nel palmo.
Martellate fratturano
falangi, falangine, falangette.
Estrapolate dalle orbite
oculari le pupille si abbandonano
alla cecità; lingua e orecchie
unite nel ritaglio seguendo
la linea della mutilazione.
Eppure il canto di quel poeta
continua a vedersi, ad insinuarsi
nelle ombre con l’anima nera
che il silenzio travolge, trangugia
aberrazione e stordimento, un
richiamo metrico del caos
proveniente dall’inferno.
(p. 80)
Cristian Ponsillo (Sanremo, 1986) vive e lavora in Liguria. Dopo le prime esperienze con il Vivaio del Verso, con cui partecipa all’omonima pubblicazione collettiva, nel 2022 pubblica alcuni testi per Edizioni ECS, presentati e discussi nell’ambito di un laboratorio poetico. Nel 2023 ottiene diversi riconoscimenti, tra cui i premi Le Occasioni, Ossi di Seppia Estate e la menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano. Nel 2025 pubblica RAL9005 per Puntoacapo Editrice. Parallelamente è attivo come operatore culturale nella provincia di Imperia, dove promuove e sviluppa progetti dedicati alla poesia e alla letteratura contemporanea, anche attraverso l’ideazione di nuovi format.




