a cura di Rosanna Frattaruolo
Così mi avvito su me stessa
come un’erba, come la serpe
sotto il sasso, mi abbraccio
E so stare immobile
mentre tutto intorno sibila, stride
Dal cielo, dal mare
richiamo tutte le forze
per star ferma sulla Terra
Sono pronta alla pace,
a lasciar scorrere via
tutto il sangue,
ogni respiro è sacro
in questo tempo di guerra
**
da INCIPIT I – 1978. La vita, la morte e altre facezie
*
‘Hai quell’aria da gatta soddisfatta’,
ma non sai nulla di ciò che mi soddisfa
dell’estro dei gatti
del parapiglia che mi squassa corpo, mente
e ciò che resta appeso ai fili della marionetta
/sotto i piedi covi di vipere, come straordinari amici/
Ho gli occhi di chi ha deciso d’esser altrove,
e non so più per chi ora intercedo
né cosa cercavo
Ma nessuno sa chi sono,
gatta matassa nido nuda proprietà lama statua scheggia
Nessuno deve sapere
*
Piccoli rettili si inerpicano sui muri
Soffioni e cieli di foglie nuove
srotolano una primavera svogliata
Se nei miei atti di pura solitudine
c’è sempre luce,
l’ordine delle cose sfugge al controllo e sfuma
nello spazio fra te e me,
colori di un tramonto silenzioso
il sentore d’animali
senza traccia che siamo
*
Vorrò dirti che nulla sta accadendo davvero
Che non stanno sottraendo ossigeno all’aria
e se invece così fosse avremo branchie,
abiteremo di nuovo le acque,
cresceranno forse ali dalle scapole per assurgere ai cieli
Dèi destinati al nulla, sanguinari
come quelli che abbiamo creato per millenni
/a nostra immagine e somiglianza/
Vorrei dirti che nulla sta succedendo,
che il sogno sta muovendo piccoli passi
in senso contrario al vero,
dopo tanto falso furore una calma sottile
si inerpica sottopelle
Quale intelligenza è la nostra,
ché di una razza pacifica non v’è mai stata traccia,
né di civiltà
Resteranno pregevoli manufatti erosi da nuove foglie,
piante metteranno radici nel cemento, come già è accaduto
Nulla sta succedendo,
se tutto è già stato
**
da INCIPIT II – 1982. I Mondiali
I
Da piccola mi sfilavo i pigiami di dosso,
sotto le coperte come fossero foglie morte nel bosco,
sotto la coltre del buio
Il letto diventava vascello per attraversare
il liquido denso della notte
Quando comincio a sognare,
il barbagianni sbatte contro le vetrate,
il riflesso scuro dei pioppi specchiati sulla cascina
nella nebbia rasente la terra dei campi
Rallenta il tempo col meccanismo
del suo trascorrere che s’ingrippa,
si morde la coda e cade all’indietro,
contro il muro di brina della malinconia
Nell’estate il Mondiale era azzurro, gli occhi cantavano vittoria
manco avessimo vinto la guerra,
noi, perdenti in terra
divorati dall’ansia di restare in vita per sempre
*
In uno stato perenne d’irrequietezza terminale
dormo di un sonno chimico, da settecento anni
Dormo solo con te, come germe nel grembo,
seme al centro della terra
/il ventre della balena si fa casa,
si schiude, nido, attorno/
Se scorgo i tuoi occhi,
la sensazione del pericolo che custodiscono,
apro le porte al vento, al sentimento che mi accompagna
a cambiare una volta ancora
Aiutami a uscire dalla vecchia pelle,
a riempire di luce le smagliature,
riportami a sentirmi la più strana
la più incompresa
di tutte le creature
*
Ed è come se la mia vita fosse stata un labirinto di alte
mura che infine ho scelto di attraversare per non restare
eternamente nascosta, camuffata tra simili che non capisco
L’ho fatto per te
Come correre in mezzo ai campi di mais d’estate, fra le
piante folte, le foglie che schiaffeggiano e tagliano - barbe
di pannocchie accarezzano i segni brucianti d’ortiche sulla
pelle, radure nell’ombra, topi, lucertole
Posso lasciarti l’eredità del mio sguardo sul mondo, le extra
sistole che mi battono in petto con ritmo folle e incongruo
fin dall’infanzia, le fitte allo sterno
E se è questo, ciò a cui porta essere nati liberi, a questa
affilata consapevolezza d’essere soli,
sempre assolutamente soli, allora ricordami così, tu
Sola nella folla,
sola davanti a uno specchio,
mai bambina,
mai adulta,
mai del tutto umana
Una bestia priva di branco, senza voce
Ricordami strana,
libera,
viva,
sola
*
da INCIPIT III - 1985 La nevicata
Da bambina credevo di essere un maschio
come tutti i miei pari,
fratelli, cugini, compagni di giochi fra i campi, lungo gli argini,
in caserma tutti erano maschi,
tranne le madri e pochi altri adulti,
e perché mai io no?
Adulta, non ero
Nemmeno dopo mezzo secolo lo sarei diventata
E scappavo veloce su bici con la canna,
salivo sugli alberi come un gatto,
tappandomi le orecchie ai richiami
sei femmina, scendi, chiudi le gambe
Sono esperta nell’arte di scappare
e scendere dagli alberi a gambe chiuse,
ve l’assicuro,
non è cosa,
non si può fare
*
Il cane annusa la porta chiusa, spinge il naso contro
lo spiraglio sotto la soglia,
agita furiosamente la coda avido di fantasmi
Chissà quale odore raccoglie, quale filiforme traccia
di ormoni o effluvio misterioso
gli scuote i sensi
Il vulcano in un tempo d’apocalisse si è tuffato nel mare,
tomba di lava, e ora poggiamo
i piedi su ciò che rimane di una montagna che riposa
nell’abisso, galleggiamo senza peso
su residui minuti, sassi, polvere da sparo
Colgo vaghi pensieri sotto soglia,
rapide schegge,
lampi improvvisi nel buio
una solitudine di lingue incomprese,
distese di pelle che parlano senza muovere fiato
in labirinti di cellule
Perché nessuna parola
è capace di dire chi siamo noi,
dove abitiamo,
cosa sentiamo davvero
Ho molti cuori, un cuore nascosto
alla fine di ogni sperduto sentiero
**
da INCIPIT IV - 1986 Di bambini adulti
*
Restavo isolata per ore
da bambina,
rinchiusa in un atomo interiore
più complesso di qualsiasi luogo
al mondo
Al vento si affidano
petali e piume,
il corpo
al fiume
*
I bambini distolti dal sonno nel calmo silenzio della notte,
animali si muovono nel buio, spostano aria,
piccoli rami
Sul settimo anello di qualche pianeta
cammino rovesciata, speculare a me stessa
L’ordine inquieto del giorno ricompone simmetrie irreali,
poco umane
Moriamo sempre delle nostre paure,
di grandi pene interiori
Chissà se è vero,
il fuori
e in fondo sono così luminosi
tutti i difetti, tutti i magnifici errori
che compiamo dal primo all’ultimo passo
dal primo all’ultimo respiro
su questa terra
Forse, anche
sull’altra
**
da INCIPIT V - 1990 Distrazioni
Fra poco porgerò il volto alla luce,
le palpebre socchiuse per non ferire pupille
ai raggi radenti d’inverno
Spalancherò gli occhi, la torsione del corpo
a spezzare il bozzolo di cui precipito al fondo
Si rinasce, se la vita è sforzo
spinta - risalita di china - desiderio
Se è così dolce inganno,
la speranza
Il sigma di rottura si sposterà di un altro poco,
ho spalle forti,
la pazienza delle meduse,
a trovare il largo
**
da VI Dell'amore e di altre strane creature
I giorni volgono alla notte, e dal mio inverno d’amore
è tutto
La realtà si sfalda, nei dintorni di Livorno,
in rocce limate dal vento
folate verticali d’aria cariche di salmastro
Ci sono note che solo i cani sentono
fili invisibili tesi fra persone e cose che solo io osservo,
fantasma d’altri tempi,
di prigioni d’isola al largo
I principi della Fisica rovesciati,
i dolori affilati che abitano l’inconscio,
a me così palese,
la parete sottile che separa un mondo dall’altro
Tu non ci sei, svaniscono le cime dei monti,
le foglie rosse sul finire d’autunno,
e muoiono tutti i colori
nell’implosione senza fine dei nostri sguardi
persi su opposti confini
Talvolta credo di morire anch’io
/in ogni respiro trovo resistenza/
Così lenisco l’attesa di un improbabile ritorno,
e ogni abbandono
è una conquista pura,
cristallina,
di perdono
**
da VII Di necessità umane
La rotonda di Livorno,
le giornate sulle giostre del lungomare
i bambini tendono le braccia verso
la codina da afferrare
Il giostraio salva un piccolo che ha ingoiato una caramella,
quelle tonde, di zucchero
perfette per soffocare
Adopera un’abilissima manovra di Heimlich,
il piccolo eietta il proiettile
e la ruota gira, gira ancora
Le regole del nulla a poco valgono
nel caos del caso, eventi avversi e sisma,
mentre la barca fende l’orizzonte salato
e scorre su lame di bagliori
La vita ti uccide in modo assai meno garbato
di una caramella di zucchero
/prendi la codina sì sì sì/
e Baby, guardami
- infine
oggi ho branchie,
orche,
al posto del cuore
**
VIII Di mali sottili, guerre e pace
II
Sarei un meraviglioso errore della natura,
se non fossi una tempesta perfetta
Qualche dio ha mischiato le stesse molecole,
gli stessi monconi di DNA,
pezzi acuminati in una partita a shangai
II
Ho sentito il suono del filo che si sfilaccia
l’ultima fibra che si spezza,
qualcosa di fondamentale si è rotto, si è irrimediabilmente
perso
Nell’abiogenesi che ci compone
tracce di universi
frammenti sparsi di specie estinte,
ribosomi e DNA alieni
Morirò e troveranno sepolte nelle ossa
manguste
insetti primordiali
denti di tigre e squame di squali
pelle di serpenti
dinosauri e balene
zanne
Alberto Bertoni, Postfazione a La pazienza delle meduse, Interno Libri edizioni, 2026
Comincia prestissimo, al nono verso del suo libro, Carla Ghisani a offrirci un’indicazione decisiva di poetica: “Ricordo il momento esatto in cui ho iniziato a cercare le parole,/ o forse hanno cominciato loro a cercarmi/ sciame di meduse”. Tutto nasce dal ricordo nitido di un io liricamente attivo, ma il ricordo non è generalmente visivo o esistenziale oppure onirico, bensì è di natura verbale e performativa: sono le parole stesse a cercare il soggetto, ad abitarlo, in qualche modo a invaderlo, tuttavia senza mai costringerlo al diffusissimo peccato del narcisismo. […] Nella scrittura di Carla Ghisani, infatti, le parole della creazione si presentano come uno “sciame di meduse”. Strani esseri marini, trasparenti e gelatinosi, filamentosi e abrasivi, molto radicati nelle tradizioni artistiche del mondo occidentale fin dalla penultima fin de siècle, coi quali toccherà alla natura umana dell’autrice di confrontarsi e di lottare, le meduse vengono alla fine disposte – ma al prezzo di una lotta drammatica, condotta a colpi di sguardi pietrificanti e di imprendibilità definitiva degli oggetti di desiderio – nell’ordine calibratissimo di una narrazione e di un viaggio percettivo, che costituiscono assieme l’originalità e la fortissima coerenza interna di questo libro di Carla Ghisani, un’autrice lombarda del tutto estranea alle dinamiche del mondo della poesia “organizzata” (per affiliazioni editoriali o affinità espressive, per provenienze geografiche o generazionali) di oggi. […] questo di Carla Ghisani è libro in movimento continuo, instabile e problematico, teso a chiamare di volta in volta in causa dominanti memoriali, esperienziali, psicologiche, sentimentali, filiali, sportive: un libro che pare cronologicamente concentrato nel decennio degli anni ’80, per l’io che parla sospeso fra le dimensioni ugualmente traumatiche della bambina e della donna soggetto/oggetto di desiderio, ma che in realtà non fa di questo controverso decennio un mito ex post (come in genere avviene nei cronotopi lirici) ma come uno scenario di quesiti radicali e di traumi ancora aperti e soprattutto ancora tutti da socializzare e da trasmettere nella chiave di un’interiorità radicalmente autentica, addirittura al prezzo estremo di un “olocausto interiore”.
Compimenti figurali ed esperienziali del libro, filtrati dai presupposti di vita interiore che ho appena cercato di tratteggiare, sono l’amore e lo scrivere, due meccaniche del profondo che s’intrecciano e alla fine si congiungono nella pazienza di meduse che permette infine di raggiungere l’alto mare. E il rito di una poesia ontologicamente priva di intertestualità riconoscibili e riconducibili a un albero genealogico strutturato si compie così nello spazio vitale di una concatenazione di testi perfettamente calibrata e strutturata, a costituire un’opera in versi come poche altre necessaria.
dell’autrice leggi anche: Gli inediti di Carla Ghisani
Fioriture in settembre di Carla Ghisani
L’inedito. Fioriture di maggio di Carla Ghisani
Carla Ghisani (1969) nasce a Cremona, e vive fino ai vent’anni in un paese al confine con il parmense, sul fiume Po. Del grande fiume vive campi e natura, inondazioni e un’infanzia brevemente spensierata. La vita la porta ad abitare in varie regioni e città d’Italia. Onnivora, atea, esteta, tendenzialmente apolide, ama le parole, gli spazi aperti, le piante. Gli animali, umani inclusi. Il mare e il cielo, sopra ogni cosa. Pubblica nel 2022 Prove di volo, Les Flaneurs Edizioni.




