a cura di Daniel Calabrese
traducción de Lucia Cupertino
traduzione di Lucia Cupertino
Oracolo
Remember me, but ah! forget my fate
Nat. Tate & Henry Purcell
(Dido and Aeneas)
– Non vi è destino più chiaro dell’iride del mio occhio,
chiedete ai figli che stanno piangendo terra,
soffermatevi in mare a respirarne il volo
se il sole è trasparente e geme e non appare.
La chiromante chiude gli occhi e crepitano
i denti e la sua lingua, di malumore, arida.
– La ruota torna sempre al centro del suo cielo
e tutto si arresta e parla e permane.
– Nuda tesserà sempre in soffitta,
forse l’amante non tornerà mai più dalla guerra
e balleranno gli anni e senza riconoscere
i pezzi di metallo, il colonnato, il mare.
– Dopo vedo il silenzio e un grido spietato.
Il sangue ha scoperto il proprio peso vuoto.
Più in là un incendio e il cavallo console
e martiri che profumano di gloria capricciosa.
...Nuvole sulle mie sopracciglia e pesci,
pianeti...
Riesco a vedere la traccia, come si sfigura e cade.
La luna s’avvicina, l’angelo s’avvicina.
Duemila campane feriscono, si configgono nelle orecchie
e Gerico si arrende e l’aquila perisce
mentre il toro fugge dietro i leoni.
Penultime notizie, gli araldi corrono:
è caduta Roma, Tenochtitlan, Cusco.
– Daccapo il pianto percorre i miei anelli.
– La polizia è in attesa dietro le mura,
non vi è via di fuga, mi trascinano con zolfo,
mi forzano, mi condannano, mi baciano il volto.
– Allontanate gli specchi, ravvivate quel fuoco!
– La fame mi commuove e sento come volano
i corvi nella mia bocca, o miei folli.
– Perché mai annuncio ciò che si è scritto ieri!
...Nuvole nelle mie mani,
ricordo solo il mare...
(a Gonzalo Rojas)
*
Oráculo
Remember me, but ah! forget my fate
Nat. Tate & Henry Purcell
(Dido and Aeneas)
–No hay azar más claro que el iris de mi ojo,
pregunten a los hijos que van llorando tierra,
deténganse en el mar a respirar su vuelo
si el sol es transparente y gime y no aparece.
La adivina cierra sus ojos y crepitan
los dientes y su lengua, malhumorada, seca.
–La rueda vuelve siempre al centro de su cielo
y todo se detiene y habla y permanece.
–Desnuda en el desván irá tejiendo siempre,
tal vez nunca regrese su amante de la guerra
y bailarán los años y sin reconocer
los trozos de metal, la columnata, el mar.
–Después veo silencio y un grito despiadado.
La sangre descubrió su propio peso hueco.
Más allá un incendio y el caballo cónsul
y mártires que huelen a gloria antojadiza.
...Hay nubes en mis cejas y peces,
hay planetas...
Puedo ver la huella cómo se desfigura y cae.
La luna se avecina, el ángel se avecina.
Dos mil campanas hieren, se clavan en mi oído
y Jericó se rinde y el águila perece
mientras el toro huye detrás de los leones.
Penúltimas noticias, los heraldos corren:
Ha caído Roma, Tenochtitlán el Cuzco.
–Otra vez el llanto recorre mis anillos. –
–La policía aguarda detrás de las murallas,
no hay escapatoria, me arrastran con azufre,
me fuerzan, me condenan, me besan en la cara.
–¡Alejen los espejos, aviven ese fuego!
–El hambre me conmueve y siento como vuelan
los cuervos en mi boca, enloquecidos míos.
–¡Por qué jamás anuncio lo que se escribe ayer!
…Hay nubes en mis manos,
recuerdo sólo el mar…
(a Gonzalo Rojas)
**
Sibilla si confessa davanti allo specchio
Soffro, soffro io tutta tra i gelsomini,
nell’orto e nello spazio e nel tuono,
sotto la pioggia, alle intemperie, desolata
soffro perché credo d’essere pazza
(con quest’io terribile, incredulo
nello specchio blu del cielo rotto
e in quella luna piena dei miei occhi).
Abito il deserto della lacerazione:
I miei indizi sono occulti, spietati.
*
Sibila se confiesa ante su espejo
Sufro, sufro entera en los jazmines,
en el huerto y el espacio y en el trueno,
en la lluvia, a la intemperie, desolada
sufro porque creo que estoy loca
(con este yo terrible, descreído
en el espejo azul del cielo roto
y en esa luna llena de mis ojos).
Habito en el desierto del desgarro:
Mis señas son ocultas, despiadadas.
**
Sala di tortura
(Stanza n.1, in una Clinica Psichiatrica)
Qui giace Andrés il benamato.
Andrés il detestato.
Qui giacciono molti sogni, la nostalgia,
la bella vita che non si è fatta viva.
In questa sala di tortura i miei monconi,
la mia pleura, i miei occhi ardenti.
Tutto in pochi metri cubici, quadrati.
Tutto in quell’ordine che non comprendo
O non mi comprende.
*
Sala de tortura
(Habitación N. 1, en una Clínica Psiquiátrica)
Aquí yace Andrés el bienquerido.
Andrés el malquerido.
Aquí yacen muchos sueños, la nostalgia,
la hermosa vida que no se presentó.
En esta sala de tortura mis muñones,
mi pleura, mis ojos encendidos.
Todo en pocos metros cúbicos, cuadrados.
Todo en ese orden que no entiendo
O no me entiende.
**
Inquisizioni
Passerà la voce, la chiarezza, il mare?
Passerà il silenzio e il ritmo dei venti?
Passerà, forse, la tua impronta sullo specchio?
Pensa come un uomo, mormorano i demoni.
Pensa come un bambino, intonano gli arcangeli.
Come un cane abbaia, così mi urlano quelle ombre.
L’acqua che è passata in questo fiume torbido
che sta passando adesso, nuda, lei, sola,
rimarrà nell’acqua, circondata d’acqua,
rimarrà perfetta cadendo tra le mani.
(a Raúl Zurita)
*
Inquisiciones
¿Pasará la voz, la claridad, el mar?
¿Pasará el silencio y el ritmo de los vientos?
¿Pasará, tal vez, tu huella en el espejo?
Piensa como un hombre, murmuran los demonios.
Piensa como un niño, entonan los arcángeles.
Como un perro ladra, me gritan esas sombras.
El agua que pasó en este río turbio
que está pasando ahora, desnuda, ella, sola,
quedará en el agua, rodeada por el agua,
quedará perfecta cayendo entre las manos.
(a Raúl Zurita)
**
Poesia del segreto
Lasciami la voce, ti do il canto,
lasciami il buio della notte,
che ci sia sempre aria tra noi,
sempre l’allegria del forse.
Lasciami i fiumi, l’acqua, il mare che s’infrange
ora,
in mezzo a noi due
quell’immensa scogliera che raccoglie
quel nostro segreto da ieri.
Lasciami nelle tenebre; il sole a te, la luce.
Io racchiudo il tuo fulgore nella mia gola.
*
Poema del secreto
Déjame la voz, te doy el canto,
déjame lo oscuro de la noche,
que exista siempre aire entre nosotros,
siempre la alegría del quizá.
Déjame los ríos, el agua, el mar que rompe
ahora,
en medio de los dos
ese inmenso arrecife que recoge
aquel secreto nuestro desde ayer.
Déjame en tinieblas; el sol a ti, la luz.
Yo encierro tu destello en mi garganta.
**
La bestia
(Iraq)
La bestia ci attraversa con la sua lingua nera
e beve ogni sogno d’amore o bellezza
così, come nulla fosse, costruisce la sua ferocia
sull’altare del goffo, del debole, dell’ingenuo.
Non può andare oltre il nostro sguardo
e quindi soffoca, affonda, si versa
cercando la caduta, l’odio, la vergogna
per riversare la sua ira sulla purezza altrui.
L’aquila è la bestia. La guerra la sua pazzia,
un falco è un’altra piccola bestia morta,
dove ci conduce la lotta scatenata?
il crudele deserto cavo di voci che si amavano?
Aggiusta gli zoccoli, intreccia i suoi capelli,
allo specchio osserva il suo corpo minaccioso
come una strana ragazza che odia le bambole
e rompe le loro teste e ne mangia le viscere.
La bestia ci fa scivolare su un riseccato mare
dove non esistono più il riso o il buon senso
di dèi che andarono via amaramente ieri
e non torneranno. E non torneranno.
*
La bestia
(Iraq)
La bestia nos recorre con su lengua negra
y bebe todo sueño de amor o de hermosura
así, como si nada, construye su fiereza
en el altar del torpe, del débil, del ingenuo.
No puede ir más lejos que la mirada nuestra
y entonces se sofoca, se hunde, se derrama
buscando la caída, el odio, la vergüenza
para volcar su ira en la pureza de otros.
El águila es la bestia. La guerra su locura,
un halcón es otra pequeña bestia muerta,
¿a dónde nos conduce la lucha desatada,
el cruel desierto hueco de voces que se amaron?
Arregla sus pezuñas, trenza sus cabellos,
en el espejo observa su cuerpo amenazante
como una extraña niña que odia a las muñecas
y rompe sus cabezas y come sus entrañas.
La bestia nos desliza por un reseco mar
donde ya no existe la risa o la cordura
de dioses que se fueron amargamente ayer
y no regresarán. Y no regresarán.
Nota:
Estos y otros poemas pueden encontrarse en la antología de Andrés Morales Paese di occhi e sogni (con traducción de Lucia Cupertino, publicada en Roma por la casa editorial Fili d’Aquilone) en este enlace:
https://www.efilidaquilone.it/fili34.html
Nota:
Queste e altre poesie possono essere trovate nell’antologia di Andrés Morales Paese di occhi e sogni (con traduzione di Lucia Cupertino, pubblicata a Roma dalla casa editrice Fili d’Aquilone) al seguente link:
https://www.efilidaquilone.it/fili34.html
Daniel Calabrese, Il mio Dio non potrà più sognarmi
Il mio primo approccio all’opera poetica di Andrés Morales avviene negli anni ’90, quando in Cile la critica si sforzava di agglutinare una diversità di voci e tendenze simultanee raramente vista, che si rifaceva da una parte all’indiscutibile ricchezza della tradizione e dall’altra a quel momento sociale, politico così particolare e senza precedenti nel panorama latinoamericano: una quasi democrazia montata sull’uscita graduale e con presunti onori della dittatura; un presidente eletto che tra molti pregi e qualche difetto sarebbe stato ricordato con la frase “giustizia nella misura possibile”; Pinochet, un tiranno vigilante che tollerò la sua sconfitta alle elezioni e consegnò la presidenza ai civili, ma rimase in qualità di capo delle forze armate, dopo 17 anni consecutivi di black out culturale. In questo contesto generale, forse non asfittico ma neppure di sospirata liberazione, come poeta da poco residente in Cile, ho conosciuto i suoi primi libri e ho anche curato personalmente l’edizione di alcuni di essi, tra cui metterei in evidenza: Verbo («Todo es esperanza y en el árbol/ parece que la rama está quebrada», «Tutto è speranza e sull’albero/ sembra essersi spezzato il ramo»), Vicio de belleza («Cada cosa en su lugar,/ también la muerte», «Ogni cosa al suo posto,/ anche la morte»), Visión del Oráculo («El hambre me conmueve y
siento como vuelan/ los cuervos en mi boca, enloquecidos míos», «La fame mi commuove e sento come volano/ i corvi sulla mia bocca, o miei folli»), mentre leggevo ed entravo in contatto con altri autori del momento che erano i rappresentanti di quella pluralità: Teresa Calderón, Sergio Parra, Tomás Harris, Malú Urriola, José María Memet e decine di nomi che composero il sostrato della memoria poetica di quegli anni. Da ognuno di loro si poteva imparare qualcosa di nuovo perché erano tutti unici e diversi; tuttavia, un misterioso denominatore comune li univa. Mi arrischio a dire che il Cile ha la più ricca e diversificata tradizione poetica della lingua spagnola. Senza dover nominare le sue alte vette, note a tutti, la poesia cilena è come la sua cordigliera: un sistema di bellezza bestiale. Questo posto è un palcoscenico per la poesia contemporanea e ciò che succede qui è sempre apprezzato fuori, motivo per cui distinguersi come poeta nel piccolo paese australe è ben più difficile di quanto si possa immaginare. A dispetto di tutto questo, Andrés Morales si è conquistato una posizione chiara e distintiva, a forza di tanto lavoro e talento.
Mentre la maggior parte degli autori in quegli anni si identificava con traiettorie letterarie decisamente politiche o con incursioni beat che spaziavano dall’epigramma ironico alla Parra fino ai lunghi ululati ginsberiani, nella vastità di quel diapason cominciavano ad imporsi le voci più sporche, più jazz, ciò che avvertiamo quando si sente un musicista dal vivo fondersi col suo strumento e le note convivono con il respiro affannoso o lo stridio delle dita mentre scorrono sulla tastiera. Nel mezzo di un paesaggio già dominato dalla grande influenza lirica di Zurita, la distinzione di Andrés Morales
giungerebbe dalla direzione opposta: un attaccamento all’eredità spagnola della generazione del ’27, un rispetto unico per il lavoro poetico, la cura, la musicalità del verso e della metrica. Unico, insisto, per quel momento in cui molti poeti dell’America del Sud avevano sostituito quell’eredità con la potente calamita della poesia statunitense contemporanea, la poesia sperimentale neobarocca, la poesia latinoamericana sociale o la tanto discussa antipoesia.
In questo caso, non sto affermando che la risposta all’oppressione da parte dell’arte e della letteratura corrisponda direttamente all’equazione tradizione versus avanguardia, in quanto se così fosse si potrebbe pensare che la linea classica di Morales, quel “così si scrive la poesia in spagnolo”, potrebbe compromettere l’autore con valori più conservatori in termini sociali o politici. Al contrario, Andrés Morales è depositario dell’orgoglio repubblicano, quello a cui ho assistito coi miei occhi, nella sua casa di Santiago, quando colmo d’emozione mi ha mostrato l’uniforme del partito repubblicano di suo padre, veterano della guerra civile spagnola. Inoltre, come professore di letteratura spagnola presso l’Universidad de Cile, è ed è stato un grande diffusore di poeti spagnoli e stranieri che hanno combattuto per la libertà contro la dittatura di Franco. Possiamo supporre che assuma qui nuovo significato la vecchia congettura di Coleridge, il quale immaginava un mondo che si presenta come caos a cui il poeta cerca di dare ordine, secondo il proprio metro e ritmo. Qualcuno ha detto che se un artista è fermamente convinto nel mantenere la sua posizione, afferrato all’integrità del suo stile, ciò può essere alternativamente avanguardia o tradizione, secondo come si modifichi la realtà che lo circonda. Così, Morales naviga lungo le acque procellose della letteratura ispanoamericana su una delle navi più stabili ed eleganti tra quelle che siamo abituati a vedere, forgiata su una sintassi misurata e la fermezza del metro castigliano che incornicia la sua poesia. Il mondo ha già ruotato più di 40 volte da quando ha iniziato a costruire la sua opera.
Oltre all’ascendente spagnolo, vedo nella sua poesia l’influenza del fatalismo slavo – a partire da sua madre Višnja Milohnić Roje, anche lei poeta, nata nell’ex Jugoslavia, fino all’ammirato Drago Štambuk – dal momento che è un grande conoscitore della poesia contemporanea croata. Forse è per questo che la morte è il tema che attraversa tutta la sua poesia. In effetti, questi precoci versi appartenenti a Lázaro siempre llora (1985): «Mi Dios ya no podrá soñar conmigo/ mi voz descubre el mar y todo el mundo/ (…)/ No recuerdo un solo día sin nombrarte/ mi herida mi muerta mi lejana/ Ya no puedo regresar al viejo cuerpo/ SOY EL NUEVO CIUDADANO DE LA MUERTE/ Soy la patria del dolor y su cuchillo», «Il mio Dio non potrà più sognarmi/ la mia voce scopre il mare e il mondo intero/ (…)/ non ricordo un solo giorno senza nominarti/ la mia ferita la mia morta la mia lontana/ Non posso più ritornare al vecchio corpo/ SONO IL NUOVO CITTADINO DELLA MORTE/ sono la patria del dolore e il suo coltello», sono quelli che mi vengono in mente quando penso alla sua poesia, e ancora mi scuotono.
Tra i molteplici aspetti che affronta l’opera di Morales, quello che mi appare più attrattivo è l’oracolo. Quando entriamo nell’orbita delle rivelazioni, come in alcune poesie di Escenas del derrumbe de Occidente («sin sueños que soñar nos descubrimos/ con las entrañas secas en la tierra», «senza sogni da sognare ci scopriamo/ con le budella a secco sulla terra»), ci facciamo guidare e crediamo che per l’io profetico dell’autore la poesia è una sibilla che ci riceverà nella sua grotta segreta, dove in pochi possono accedere, e ci rivelerà il futuro assieme ad altri misteri dell’esistenza, specialmente quegli intrighi sulla morte e il destino che nell’arte mantica neppure le divinità potevano sbrogliare. Forse la immagina come quelle dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina e che si esprima in esametri o in qualche altra forma classica, perché la rivelazione giungerà nella lingua e nella forma poetica che ognuno concepisce quale più alta espressione del suo gergo. Così, «la muerte y la naturaleza se asombrarán», «la morte e la natura si meraviglieranno», come dice il Dies Irae di Tommaso da Celano (1200-1260) descrivendo il giorno del giudizio finale, che sicuramente Morales ha letto e coltivato tra i suoi raffinati riferimenti letterari.
Garcilaso de la Vega e Boscán introdussero l’endecasillabo italiano nella lingua spagnola del XVI secolo; da allora e fino ad oggi è stato ed è il metro più adoperato dai poeti spagnoli e di gran parte dell’America Latina, con tutte le sue varianti tonali. L’accento sulla decima sillaba venne avvertito quasi come un obbligo con timore di sanzioni, dal momento che molti autori infusi di quel nobile registro sarebbero giunti a sacrificare il contenuto piuttosto che scombussolare il conteggio delle sillabe ereditato da Francesco Petrarca. Per Morales è uno dei metri basilari a sostenere l’impalcatura della sua versificazione, motivo per cui intravedo certa naturalità nella traduzione italiana, rispetto ad altre lingue.
Sono d’accordo con il critico Ismael Gavilán che, ripassando i suoi libri, afferma: «Il continuo risultante di ciò è impressionante: una tensione di ampio respiro in cui si può intravedere la persistenza tonale e tematica (…) un’architettura linguistica come raramente è esistita nella poesia cilena». Ho detto che l’aspetto che mi più mi attrae della sua poesia è
quella del Cronovisore, il visionario («Todos íbamos a ser Rimbaud.», «Tutti saremmo stati Rimbaud.»), ma quello che più mi inquieta e scuote ad ogni lettura, in tutta la sua opera, è quella specie di matrimonio della lingua con la morte che Andrés Morales raggiunge con il suo lavoro poetico.
Daniel Calabrese, Mi Dios ya no podrá soñar conmigo
Tuve un primer acercamiento a la obra poética de Andrés Morales en la década de los 90, cuando en Chile la crítica hacía esfuerzos por aglutinar una diversidad de voces tendencias simultáneas pocas veces vista y que respondía, por una parte, a la incuestionable riqueza de la tradición mientras que, por otra, a ese instante social, político, tan especial e inédito en el paisaje latinoamericano: una cuasi democracia montada sobre la salida gradual y con pretendidos honores de la dictadura; un presidente electo que entre muchas virtudes y algunos defectos sería recordado por la frase «justicia en la medida de lo posible»; Pinochet, un tirano vigilante que toleró su derrota en las elecciones y entregó la presidencia a los civiles pero se mantuvo como jefe de las fuerzas armadas después de 17 años consecutivos de apagón cultural. En ese contexto difuso, quizás no de asfixia pero tampoco de anhelada liberación, como poeta recién avecindado en Chile, conocí sus primeros libros y hasta edité personalmente algunos de ellos, entre los que destaco Verbo («Todo es esperanza y en el árbol/ parece que la rama está quebrada»), Vicio de belleza «Cada cosa en su lugar,/ también la muerte»), Visión del Oráculo («El hambre me conmueve y siento como vuelan/ los cuervos en mi boca, enloquecidos míos»), a la vez que leía y tomaba contacto con otros autores del momento que eran representantes de esa pluralidad: Teresa Calderón, Sergio Parra, Tomás Harris, Malú Urriola, José María Memet y decenas de nombres que fueron componiendo el sustrato de la memoria poética en esos años. De todos ellos se podía aprender algo nuevo porque eran únicos y diferentes; sin embargo, los ligaba un misterioso denominador común. Me arriesgo a decir que Chile tiene la tradición poética más rica y diversa de la lengua española. Sin necesidad de nombrar las altas cumbres, que todos conocemos, la poesía chilena es como su cordillera: un sistema brutal de belleza. Este lugar es un escenario para la poesía contemporánea y lo que sucede aquí siempre es apreciado afuera, por eso destacarse como poeta en el pequeño país austral es más dificil de lo que se pueda imaginar. Pese a ello, Andrés Morales ha conseguido un espacio claro y distintivo a fuerza de oficio y de talento.
Mientras la mayoría de los creadores se identificaba en esos años con líneas de escritura definitivamente políticas o con incursiones beat que iban desde el epigrama irónico cercano a Nicanor Parra hasta largos aullidos ginsberianos, en lo extenso de ese diapasón empezaban a imponerse las voces más sucias, más jazz, eso que se advierte cuando oímos a un músico en vivo fusionarse con su instrumento y las notas conviven con el jadeo y el rechinar de los dedos deslizándose sobre el mástil. En medio de un paisaje ya dominado por el gran influjo lírico de Zurita, la distinción de Andrés Morales vendría por el lado contrario: un apego al legado español de la generación del 27, un respeto único por el oficio, la pulcritud, la musicalidad del verso y la métrica. Único, insisto, para ese momento en el que muchos poetas de América del Sur habían reemplazado esa herencia por el poderoso imán de la poesía norteamericana contemporánea, la poesía experimental neobarroca, la poesía latinoamericana social o la tan discutida antipoesía.
En este caso, no estoy afirmando que la respuesta desde el arte y la literatura a la opresión responda directamente a la ecuación vanguardia versus tradición, pues cualquiera podría pensar que la línea clásica de Morales, ese «así se escribe poesía en lengua castellana», podría comprometer al autor con valores más conservadores en términos sociales o políticos. Por el contrario, Andrés Morales es depositario del orgullo republicano, el mismo que presencié en su casa de Santiago cuando me mostró emocionado el uniforme del Bando Republicano de su padre, ex combatiente de la Guerra Civil Española. Además, como profesor de literatura española en la Universidad de Chile, es y ha sido gran difusor de los poetas españoles y extranjeros que lucharon por la libertad ante la dictadura franquista. Podemos suponer que tiene sentido aquí la vieja conjetura de Coleridge, quien pensaba que el mundo se nos presenta como un caos y entonces el poeta trata de ordenarlo a su medida y a su ritmo. Alguien dijo que si un artista tiene la convicción de permanecer en su sitio, aferrado a la integridad de su estilo, alternativamente puede ser vanguardia o tradición, según se desplace la realidad que lo circunda. Así, Morales navega las aguas procelosas de la literatura hispanoamericana sobre uno de los barcos más estables y elegantes, para lo que estamos acostumbrados a ver, forjado sobre una sintaxis templada y la firmeza del metro castellano que enmarcan su poesía. El mundo ha girado ya más de 40 veces desde que comenzó a construir su obra.
Además del ascendente español, percibo en su poesía el influjo del fatalismo eslavo –a partir de su madre, Višnja Milohnić Roje, también poeta, nacida en la ex Yugoslavia, y de su admirado Drago Štambuk–, en tanto es gran conocedor de la poesía croata contemporánea. Tal vez por eso la muerte es el tema que traviesa toda su poesía. De hecho, estos versos tempranos que están en Lázaro siempre llora (1985): «Mi Dios ya no podrá soñar conmigo/ mi voz descubre el mar y todo el mundo/ (…) / No recuerdo un solo día sin nombrarte/ mi herida mi muerta mi lejana/ Ya no puedo regresar al viejo cuerpo/ SOY EL NUEVO CIUDADANO DE LA MUERTE / Soy la patria del dolor y su cuchillo», son los que acuden a mi mente cuando pienso en su poesía, y todavía me estremecen.
De los muchos aspectos que aborda la obra de Morales, el que me resulta más atractivo es el Oráculo. Cuando entramos en la órbita de las revelaciones, como en esos poemas de Escenas del derrumbe de Occidente («sin sueños que soñar nos descubrimos/ con las entrañas secas en la tierra»), nos dejamos conducir y creemos que para el Yo profético del autor la poesía es una sibila que nos atenderá en su reservada gruta, donde muy pocos pueden acceder, y nos revelará el futuro junto a otros misterios de la existencia, en especial aquellas intrigas sobre la muerte y el destino que en el arte mántica ni siquiera los dioses podían torcer. Tal vez se la imagine como a aquellas que pintó Michelangelo en la Sixtina y ella se exprese en hexámetros o en alguna otra forma clásica, porque la revelación llegará en el idioma y en la forma poética que cada uno concibe como estructura máxima de su decir. Así, «la muerte y la naturaleza se asombrarán», como dice el Dies Irae de Tomás de Celano (1200-1260), cuando describe el día del juicio final, que seguramente Morales leyó y cultivó entre sus cuidadas referencias literarias.
Garcilaso de la Vega y Boscán llevaron el verso endecasílabo italiano a la lengua castellana en el siglo XVI; desde entonces y hasta la actualidad fue y todavía es el metro más recurrido por los poetas de España y de gran parte de Hispanoamérica, con todas sus variantes tonales. El acento necesario en la décima ha llegado a ser casi una obligación con temor a penalidades, en tanto muchos autores infundidos de ese noble registro preferían sacrificar su contenido antes que desajustarse del conteo de sílabas heredado de Francesco Petrarca. Para Morales es una de las medidas básicas que sostiene los andamios de su versificación y por eso vislumbro cierta naturalidad en la traducción al italiano, antes que a otras lenguas. Coincido con el crítico Ismael Gavilán cuando repasa sus libros y afirma que «El continuo resultante de ello es impresionante: una tensión de vasto aliento donde se deja entrever una persistencia tonal y temática (…) una arquitectura lingüística como pocas veces ha existido en la poesía chilena». Y dije que el aspecto que más me atrae de su poesía es el cronovisor, el visionario («Todos íbamos a ser Rimbaud»), pero el que más me inquieta y estremece en cada lectura, a lo largo de su obra, es esa especie de matrimonio del lenguaje con la muerte que Andrés Morales consigue con su oficio.
Juan Andrés Morales Milohnić è un poeta, saggista e scrittore cileno (nato a Santiago nel 1962).
Laureato in Letteratura presso l’Università del Cile e dottore in Filosofia e Lettere con specializzazione in Filologia Ispanica presso l’Università Autonoma di Barcellona. Della sua prolifica opera poetica, alcuni titoli sono: Por ínsulas extrañas (1982), Lázaro siempre llora (1985), Verbo (1991), Vicio de belleza (1992), Visión del oráculo (1993), El arte de la guerra (1995), Escenas del derrumbe de Occidente (1998), Réquiem (2001), Demonio de la nada (2005), Escrito (2014), Esencial (2015) e Al sur de los espejos(2021). Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, ha ottenuto nel 2001 il Premio Pablo Neruda, conferito dalla Fondazione omonima. È membro corrispondente dell’Accademia Cilena della Lingua e dell’Accademia di Belle Lettere di Granada. Attualmente risiede a Madrid.
Juan Andrés Morales Milohnić es un poeta, ensayista y escritor chileno.nacido en Santiago, en 1962).
Licenciado en Literatura por la Universidad de Chile y doctor en Filosofía y Letras con mención en Filología Hispánica por la U. Autónoma de Barcelona. De su prolífica obra poética, algunos de sus títulos son: Por ínsulas extrañas (1982), Lázaro siempre llora (1985), Verbo (1991), Vicio de belleza (1992), Visión del oráculo (1993), El arte de la guerra (1995), Escenas del derrumbe de Occidente (1998), Réquiem (2001), Demonio de la nada (2005), Escrito (2014), Esencial (2015) y Al sur de los espejos (2021). Entre muchas distinciones, obtuvo el Premio Pablo Neruda en 2001, otorgado por la Fundación del mismo nombre. Miembro correspondiente de la Academia Chilena de la Lengua y de la Academia de Buenas Letras de Granada. Actualmente, reside en Madrid.
Lucia Cupertino: poeta, cuentista, traductora y antropóloga cultural italiana. Escribe en italiano y español. Ha publicado: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), la antología poética Non ha tetto la mia casa / No tiene techo mi casa (Casa de poesía, San José de Costa Rica, 2016), el libro de cuentos I rituali dell’addio (L’erudita, Roma, 2023) y la obra poética bilingüe Dall’altra parte di una cicatrice / Al otro lado de una cicatriz (Seri editore, Macerata, 2024). Parte de su trabajo poético y narrativo ha sido traducido al inglés, chino, bengalí, polaco, turco y albanés. Cofundadora de la revista en línea La macchina sognante. Traductora de poesía latinoamericana.
Lucía Cupertino es poeta, cuentista, traductora y antropóloga cultural italiana. Escribe en italiano y en español. Ha publicado Mar di Tasman (Isola, Bolonia, 2014), la antología poética Non ha tetto la mia casa / No tiene techo mi casa(Casa de Poesía, San José de Costa Rica, 2016), el libro de cuentos I rituali dell’addio (L’erudita, Roma, 2023) y la obra poética bilingüe Dall’altra parte di una cicatrice / Al otro lado de una cicatriz (Seri Editore, Macerata, 2024). Parte de su obra poética y narrativa ha sido traducida al inglés, chino, bengalí, polaco, turco y albanés. Es cofundadora de la revista en línea La macchina sognante y traductora de poesía latinoamericana.
Daniel Calabrese è un poeta argentino di origine italiana residente in Cile. I suoi libri sono stati pubblicati in più di dieci paesi. In Argentina ha vinto il Premio Alfonsina e il Premio dal Fondo Nacional de las Artes. Ruta Dos (Premio Revista de Libros in Cile), libro di ampia risonanza critica, è stato pubblicato dalla casa editrice Visor de Madrid (2017) con prefazione di Raúl Zurita, opera uscita anche a Roma con il sostegno della Cancelleria argentina. Sono state pubblicate anche in Italia Battuta d’arresto, libro basato sulla sua esperienza come soldato adolescente durante la guerra delle Falkland (2022,) e Un cielo per le cose (2022). Tradotto in italiano, inglese, francese, portoghese, rumeno, bulgaro, cinese e altre lingue. Dirige Ærea. Rivista Hispanoamericana di Poesia ed è membro del consiglio della rivista Il Tasto Giallo. Vedi di più in http://www.daniel-calabrese.com.
Daniel Calabrese es un poeta argentino nacido en Dolores y residente Chile. Obtuvo los premios Alfonsina y Fondo Nacional de las Artes en Argentina y en Chile el premio Revista de Libros. Su libro Ruta Dos, de amplia repercusión crítica, se publicó en Visor de Madrid (2017) con prólogo de Raúl Zurita, y fue traducido y editado en Roma con apoyo de la Cancillería argentina. En 2022 publicó Compás de espera, obra basada en su experiencia como soldado durante la Guerra de las Malvinas. Sus libros y antologías –la más reciente: Un cielo para las cosas– se han publicado en más de diez países.
Traducido al italiano, inglés, francés, portugués, rumano, búlgaro, chino y otras lenguas. Es fundador y director de Ærea. Revista Hispanoamericana de Poesía y miembro del consejo de la revista Il Tasto Giallo. Ver más en http://www.daniel-calabrese.com .
in copertina: foto di Juan Andrés Morales Milohnić




