a cura di Rosanna Frattaruolo
(Secondo Premio Inedito Colline di Torino 2026)
*
Giotto, Assisi
Il treno sorpassa villaggi e campi con la lestezza del tempo,
pochi profumi nella mente, il simbolo di una pace
a cui gli altri non arrivano
nelle visioni di quadri polverosi, entro scuri magazzini
nei paesi di pietra bianca.
Rientro nella sala ovale dagli immensi scaffali,
tra tavoli su cui ho bruciato la giovinezza
e fuori cori di protesta continuano ad accendere
quella speranza che c’ingannò-
scegliere di vivere con la testa sotto la sabbia, per non vedere
la loro violenza e come tutto gridi di follia.
Il brutale dominio dei capi e la loro ossessione
(l’ammirare estasiati i bavagli sulle nostre bocche)
ma a questo Imperio sfugge l’eremita
tra i boschi di castagni,
il clown senza casa che fa delle strade una corte di risate,
il senza legge che non crede ai dettami sacri
degli uomini e ai loro austeri maestri,
colui che s’imbarca per ritrovarsi in viaggio e mai arrivare
nella nostalgia di qualcosa
che ignora.
Così, ad Assisi, potemmo sentire nuovamente l’assenza
di preoccupazioni e rinascere alla vita
con la speranza negli occhi
fissi su quelle salite di bianco e semplicità,
nell’odore amaro di gelsomino delle viuzze vuote
che portano ad antri di rose canine e pozzi,
nell’inconscio bisogno di rivivere l’esultanza
che in ogni epoca ha risollevato dalle sconfitte e ha il volto
dell’abbandono e della libertà:
solo ciò che più si ama.
*
Ghirlandaio, De rerum natura
Che pericolo sottile dimora nella tristezza:
lieve, muove i portoni degli amanti e con passo nebbioso
fa visita ai musicisti
in una gabbia di note, come fenice che illude l’ispirazione.
Laggiù, dove dorme la gioia, s’affossano i ragazzi
e neppure l’indignazione basta più a suscitare violenza.
I rossi di Firenze e quegli interni rassicuranti
da cui ammirare paesaggi geometrici;
i ricchi che s’ammalavano di gotta
ma la bruttezza non scandalizzava, era il volto
della saggezza, di chi si dedicava
agli altrui destini.
Per quelle vie ho cercato una risposta
all’ingiustizia di natura:
il passero che cade sul marciapiede e lo calpestano,
il bimbo in fasce già pronto a sfiorire o l’opulento orto
di alcuni
riflesso nel margine di latrine,
ma l’arte non può che ipotizzare, mentre resta il segreto
da cui si passa solo eviscerando l’io
ed è possibile a malapena annusarlo
come i lontani pollini di tiglio
che lasciano un messaggio di primavera alle piogge.
La resa alla perdita apre gli occhi,
così è lampo d’innamoramento il mare verde
e il chiasso dei pini
ed è istante di liberazione il corpo nel vento
che scorda la morte
o forse ad essa si consegna poiché è avido
di una cosa soltanto:
essere ancora qui
*
Giorgione, porto e risacca
A noi la promessa del risveglio, ostriche pronte da scartare.
Non siederemo più a tavola con i notabili,
ma dopo aver frequentato i sottopassi in sordina
verremo nuovamente allo scoperto, per rendere visibile
chi non appartiene a nulla e così
attraverseremo i bacini minerari delle città
e le loro balaustre di ferro
con la fedeltà al vero, un nettare autunnale
che richiede l’invecchiamento nella fatica e nel tedio.
I lupi famelici osservano dalle alture i passi falsi
e con calcolo attendono di scendere
a prender possesso degli spazi urbani, laddove ammassarono
corpi come fiammiferi, in scatoloni di cemento e disperazione,
nello squallore stretto
che impedisce al cielo notturno
di mostrarsi.
Tra effeminate immagini e morbose visioni,
la stanchezza di esistere si consolida
e attende inconsapevole una salvezza primitiva,
che riporti l’uomo alla natura barbara dei primi giorni,
libero dallo scrutare intento a puntare il dito
contro ai perdigiorno.
Eppure, il mare aperto risparmia chi si lascia trasportare
e tutto sa perdere-
un bosco di pini tra cui tirar su capanne e luce
è sempre meglio del ritmo serrato di fabbrica, del suo cieco
odore di pareti grigie e sagome in tuta
con la vescica piena.
Il vento ora scodinzola e appartato
spia i movimenti dei rospi
per restituire all’autunno
le dirupate corse nel rumore di foglie secche.
Il tempo dei bambini c’ingloberà interamente!
Lucrezia Lombardo nasce ad Arezzo nel 1987. Dopo gli studi classici si laurea a Firenze in Scienze Filosofiche e si specializza con vari master. Negli anni Lombardo ha pubblicato più di venti testi, che spaziano dalla saggistica, alla narrativa, sino alla poesia. Ha inoltre ricevuto importanti riconoscimenti e premi letterari, come il Premio Sandomenichino per la poesia, il Premio Carver, il Premio Casentino, il Premio Ossi di Seppia etc. Attualmente l’autrice collabora, tra le altre, con le riviste Atelier, La Bibliothèque Italienne ed è responsabile di due collane. Hanno pubblicato testi e articoli di Lombardo i giornali La Repubblica, Il Corriere della Sera, Il Corriere del Mezzogiorno, La Nazione etc. e riviste come L’indice dei libro del mese, Nazione Indiana, Minima et Moralia etc. Lombardo è stata infine ospite di trasmissioni tivù e radiofoniche e sono state dedicate alla produzione poetica dell’autrice due tesi di laurea magistrale, per l’Università degli studi di Firenze. Riceve per la raccolta Deposizione il secondo Premio InediTo-Colline di Torino 2026.




