a cura di Rosanna Frattaruolo

Paola Loreto della poesia dice

È un modo di stare al mondo, anzi, un modo di essere. Sotto forma dell’attenzione:
dell’inevitabilità della percezione. Sotto forma dell’ascolto e del rispetto: colloca quello che
sono in relazione con quello che non sono (ancora) e potrei (o non potrei, mai) essere o
diventare.
È inevitabile, eppure potrebbe anche non accadere mai.
È un’occasione per il rilascio del senso delle cose.
È libertà (che cerca forma, incarnazione).
È bellezza, nel senso meno ovvio delle possibilità dei modi del suo prodursi.
È suono che si fa senso.
È un modo di azione del linguaggio.
È, ovviamente (e felicemente), indefinibile.
È un bisogno, inestinguibile, che definisce l’umano (e forse non solo).


La sua poesia ci dice

da Miei Lari (Marcos y Marcos 2024)

Perché questo immaginare storie
per dire il momento più vero?


Ada fruga fra le fragole,
bassa. Le dita minuscole
strappano, staccano, scavano.
La terra, quanta!, nera, sporca,
così buona sulla lingua acerba.
La veste bianca tocca i solchi,
si sposa. Sandaletti sudati, blu.
Non sa, Ada, chi è. Sa il sole
che buca le foglie, le cicale,
il fresco sotto il pesco
e la merenda alle quattro
con la mezza rosetta e la nutella.
*
da case | spogliamenti (Aragno 2026)

Nella prossima vita
avremo una casa: io e te.
Un orto, un giardino.
(Il fico nero, l’acero rosso.)
Mani nella terra, sul nostro
corpo. Dentro sarà il fuoco
di legna, il legno su cui
camminiamo. Bianco
ma non di smalto.
Nella vita che viene
avremo un bambino
ispido e nero
selvatico, ardente.
Non avremo paura.
Lasceremo la fine
agli altri. Inizieremo.

*
dal catalogo della mostra di Gianluca Negrini Paesaggio glaciale, Spazio Editore 2026

Per quando mi spaventi.
Sei solo roccia adamantina
che mi muove incontro
o retrocede, lontana,
impassibile e inumana.
Sé stessa, inesorabile
materia sinistra
torva inclemente.
Grigio cupo
dove è spenta la luce
o non è mai stata accesa.
Tutto uguale. Tutto sassi
detriti, neve perenne e sporca
di avanzi offesi, transeunti.
Come sei inospitale.
(Guglie affilate e
sdruccioli colatoi.)
Come poco ti amo.
(Non sono riamata.)
Come mi atterrisci.
Mi scivoli.
Mi sfianchi.
Consumi la mia carne
la mia mente.
La mia vita.

Dicono di lei e della sua poesia

Franco Loi per L’acero rosso (2002).
Paola Loreto è una finissima scrittrice di racconti, che ho avuto la fortuna di leggere inedita. Sono piccoli poetici racconti tra esigue vicende quotidiane e umori e sapori semplici, una riscoperta di ciò che trascorre nella vita che pure ci corre sotto gli occhi tutti i giorni e spesso non cogliamo nella sua sotterranea ricchezza. Queste poesie adombrano quei racconti, quel suo stile piano, interlocutorio, con se stessa e con le cose, riservato e dolente, sempre attraversato da stupori e lampi d’intelligenza.
2. Il suo è un mondo sospeso tra figure concrete e ombre – sembra sempre che qualcosa di strano stia per accadere o qualcuno stia per apparire tra le trasparenze dell’aria. Tanto più è concreta l’esperienza, tanto più è immersa in un’altra realtà, e gli oggetti e le persone acquisiscono incorporeità.
“Non temere ch’io non temo/ lo svanire del sentirti / e del saperti chiara/ e trasparente d’aria” dice in quella enigmatica poesia che s’intitola “In visita”. Chi è che “all’angolo lumente” s’intravede rara? C’è un senso di mistero e nello stesso tempo di familiarità: “Sorridi e non sorridi/ ma mi piaci e plachi/ il moto errante del respiro”: è, appunto, il modo ambiguo di procedere di questa poesia. Credo di intuire ciò che si cela dietro a questi versi, ma non voglio irrompere in una riservatezza che s’adombra dietro la doppia valenza dei versi, svelandone la cronaca. Ciò che importa è il fascino che sanno suscitare.
3. Vediamo “La casa di Jonah”: le modalità del verbo ripropongono la consueta dualità: è presente o passato? o è addirittura sogno? Decisamente è un luogo visitato, appartiene al passato. Ma poi quell’amore della “casa di legno” emana un “rosso tepore/ solo desiderato”. Dunque, quella casa è anche un desiderio, forse la riproposta di un piacevole ricordo che si vorrebbe far rivivere. Ma non potremo mai sapere dove e in che tempo siano quelle “scale silenziose, / la notte” e quella “porta chiara/ col segno che la benediva”.
4. In una delle sue più belle poesie ci trascina nel suo mondo illusorio con la levità che le è propria: “Non tornerà. E che dire/ che non torna?”. È un’attesa impossibile e una nostalgia altrettanto assurda. Ma subitola sua “grazia” si dispiega nella leggerezza delle immagini: “Ero cera del vento/ alla radice dei capelli./ Certa del rosa del ciliegio/ cinese. Pedalare mi piace,/ si vede: così ho cominciato/ e sapevo sarebbero venuti/ questo e altri fogli”. Chi non ha provato questi soprassalti della memoria? questi ritorni di colore, profumi, sensazioni? Eppure sembra che tutto questo si dissolva
nell’atto stesso della poesia. Forse è ancora un inganno. Come inganno è l’”acqua che non toccavo/ perché non c’era” di un’altra poesia, altrettanto strana, perché “bagna gelida e perenne,/ senza corsa e senza sassi”. In lei e per lei la certezza “del vento” e “del rosa del ciliegio” si trasforma in fogli, un susseguirsi di fogli, come le forti impressioni della vita possono sempre farsi poesia, e proprio come “l’acqua che non c’era” “bagna gelida e perenne”.
5. La poesia che ascoltiamo emana da un’intelligenza sminuzzata in immagini come un mazzo di carte spaiate su un tavolo di pietra. Si ha l’impressione di entrare nel “farsi della poesia” oltre che nell’anima di questa giovane donna – le immagini entrano una nell’altra e spesso senza alcuna relazione logica: è puro abbandono al sentire e al memoriare, al frammentarsi in sé delle immagini più pure e amate. Paola non canta, accumula, raccoglie le sue esperienze e le svolge in una sequenza il cui tessuto connettivo è interno alle singole immagini e alla forza dirompente del loro accostamento: “C’è un cassetto – che so io – (soltanto)/ dove stanno le perle d’acqua./ Sono buone da inghiottire/ quando è sera d’estate/ e gridano le rondini/ da tempo immemorabile”.
6. Vediamo i ritratti. Sono paradossali e coinvolgenti: “Sente il rumore/ delle slavine e predice/ il tempo, ogni tanto./ Taglia il formaggio/ dal verso giusto./ Non vuole che dico grazie… / Senza lezio il cappello/ di feltro e le calze di lana grossa./ Ha avuto tempo di fare altro”, “Quanto tempo non vedevo/ una donna che si nutre/ veramente di uno straccio/ di prosciutto. Profuma/ e fa impressione. Non si cela/ e non vergogna”: si plasmano i personaggi attraverso azioni, indumenti, cibi, odori. Questa capacità originale di identificare attraverso le domestiche abitudini ha illustri precedenti sia in arte che in letteratura – la pittura del Seicento, per esempio l’Arcimboldi, e nel primo Novecento il pittore tortonese Patri.
7. Abbastanza scoperta, per lei bergamasca, è la passione della montagna. Stupenda quella poesia, detta “Far giornata”. “Ho bucato/ la nebbia su per il monte/ dove gela la pelle in superficie/ se sudi. Ho ascoltato/ il cuore palpitare/ sui sassi./ Mi tenevan compagnia/ come al solito, i corvi./ Volano neri e superiori,/ con rare grida improvvide…”. Si noti come il sentimento sia stemperato nelle pietre e negli uccelli di rapina – appropriata quella “danza delle anche/ che han mangiato il moto”. C’è l’intuizione profonda dell’unità tra materia e movimenti corporali, oggetti esterni e movimenti interiori, istanti del tempo ed eternità. È l’impressione – che un poeta non può ignorare – di un corpo universale che respira in noi e attraverso noi e tutte quelle cose che “l’universo a Dio fa simigliante” pur nella lontananza e diversità delle forme.
8. Questo poeta sembra tremare della voce del mondo e della sua presenza ben oltre la sua consistenza fisica: “C’est toi,/ que j’entends/ derrière moi?/ (Ce sont tes pas?)/ Non oso/ chiedere il nome/ di chi non si muove/ e tace”.
Un mondo che si fa sentire oltre i rumori, i silenzi e le forme. E sembra anche un mondo che si fa nel momento del dire. Paola entra nel verso con la stessa sensibile movenza con cui danza il camminare e modula la voce. È tutta intenta al significato interno, al suo suono interiore. È un rito sacro di cui è consapevole: “Ma monte/ è morte/ se non paghi cura/ alle offerte porte”. C’è devozione sia a vagabondare per la natura, sia nell’offrirsi all’andatura del verso.
9. Un altro evidente aspetto è la sua penetrazione filosofica. Quasi ovunque il pensiero è la fonte stessa della sua dizione poetica – c’è una perenne intelligenza dell’esperienza. E, del resto, quando il movimento è autentico, si presenta nella sua
prometeica complessità di pensiero, sensi, affetti. Osserviamola questa acuta consapevolezza: “Mi dicono di non mentire./ Che fare? È dove mento/ che dico il vero”. A parte gli echi che quel “che fare?” di materialista e pratica memoria può suscitare e qui offrire una ben diversa interpretazione, sembra una lezione di Gurdjeff: mentiamo soprattutto quando non ne siamo coscienti – è la mente stessa a sovrapporsi alla nostra esperienza, è lei che domina nell’occidentale orientamento che dà privilegio alla razionalità sui nativi movimenti dei sensi e del cuore. Ma nel caso di questo poeta l’intelligenza e persino il movimento psicologico appartengono al cuore. E lo vediamo quando parla di sé: “Non so cosa/ sono, a volte,/ ma un suono/ lo sento”. È l’esatto rovescio di Des Cartes: sono poco più di un suono e da qui, da questo fiato di voce che mi vibra dentro, procede il pensiero. Della stessa qualità sono quei tre versi: “Il difficile equilibrio/ è quando stai spesso/ per perderlo… “: appunto un suono che esige di essere ascoltato, e ci si riesce nei momenti in cui si esce dall’abitudine di sé e dalla facile immagine di un Io strutturato nella mente, quell’Io che Freud chiama un “incidente” e che, nel momento della sua destrutturazione rivela un’altra parte di noi, l’autentico centro d’equilibrio.
10. In tutte queste poesie si evidenzia una luce, più volte anche espressa in versi: “Danzavano le otarie/ nell’acquario, insieme a passi/ alleggeriti da una luce/ appena nata”, “Ricevo l’ora chiara/ e presta”, “La polvere di una mela non vieta/ al pennello il tratto assente/ della luce”, “Lucore ardito/ trasparente nell’aria”.
Anche se la luce è in questa poesia piuttosto una qualità del verso e di scelta semantica, quella bella vocalità italica a cui ho accennato più volte in altri scritti, che dà, appunto, aria e luce al dire di poeti come Petrarca e Leopardi, e che fa intravedere il silenzio da cui promanano le cose e le voci.
11. Accennavo alla cifra narrativa. Anche in queste poesie, spesso così aeree e luminose, si sente l’impulso al raccontare: “T’immagino nell’erba,/ china./ L’ombrello sulla testa,/ gli stivaloni ai piedi./ Scruti se c’è/ lei./ Magari è ancora viva”.
Tutto è ritmo da raccontare in questo desiderio di dar corpo e storia ai piccoli fatti e ai personaggi della vita. Ma il più delle volte, il moto poetico sovrasta l’attitudine al racconto. Solo una o due volte, c’è un eccessivo desiderio di annotazione, come nel caso del “Legno sardo” o della “Giovane madre”. L’evento poesia emerge da questo libro con evidente naturalezza. La lezione di Emily Dickinson e di Frost è stata capita in profondità. Non si tratta di dire, ma di ascoltare e lasciarsi dire. Come dice in una breve raffigurazione, forse un autoritratto: “Esiste piena/ di grazia sottile,/ trovata spostando oggetti/ in un mezzo denso/ e opaco”. Quel “suono” varca gli spessori della materia per farsi aria.
Milo de Angelis, “Un camoscio ti guarda negli occhi” per In quota e altre ascese (2024)
Parlare di poesia con Paola Loreto è una magnifica avventura, un viaggio fecondo nella conoscenza di sé e del mondo, così come ascoltarla mentre percorre i testi di Frost, di Walcott, di Mary Oliver, oppure si inoltra nel pensiero di Emerson o
Thoreau, tutti autori che condividono con Paola un appassionato sentimento della natura. Ma con lei è bello parlare anche di Sylvia Plath o di altri scrittori lontani dal suo mondo spirituale, che tuttavia Paola Loreto sa avvicinare con la sua eccezionale dote di ascolto e di silenzio, e anche con un’intelligenza «storica» rara ai nostri giorni, capace di viaggiare tra i secoli e avviare il gioco dei confronti e delle differenze. Accennavo prima al sentimento della natura. Ecco, c’è un libro di Paola Loreto in cui esso emerge in modo decisivo e che mi sta particolarmente a cuore: In quota, pubblicato nel 2012. Qui c’è una parte essenziale della sua anima. C’è incanto, stupore, meraviglia. Siamo in montagna, come suggerisce il titolo, tra le nevi, le vallate, le rocce, i giorni «ebbri di luce». Paola cammina, si arrampica, parla con i fiori e con le piante, con gli aceri prediletti e con gli anemoni, in un colloquio ininterrotto ai confini del panteismo. Oppure incontra un camoscio, lo osserva e viene osservata, sente che quello sguardo durerà per sempre. Per sempre: la sete di infinito che anima queste pagine ci immerge in una vibrante visione cosmica, ci fa sentire «vicini alla vita», in una prossimità totale e inebriante, abbagliati dalla fiamma del suo mistero. Paola ci conduce lungo i sentieri montani con il suo passo cadenzato, ritmico e attento, come deve essere il passo di chi affronta le salite più ripide o di chi scrive una poesia, gesti entrambi di massima sorveglianza. Ci mostra il profilo delle vette e ci fa percepire il profumo dell’origano, la delicatezza dell’anemone, i guizzi del luccio, l’anima della betulla, le timide balle di fieno, le nozze dell’acqua con la roccia, ci comunica la gioia di avere freddo, di avere un corpo, di cantare, ci narra l’incontro con un cercatore di funghi felice di esibire il suo tesoro o con un pastore che compie il gesto sacro di donarle una tazza di latte.
Paola Loreto ci rivela insomma, come un’antica maga, i prodigi del mondo. Ma lo fa con la fermezza pensosa del suo carattere: nessuna euforia, senza nessun facile ottimismo. Lo fa ricordando che ci sono state ombre terribili in un altro tempo della nostra vita, che il dramma ci ha attraversati e ci parla, eterna metamorfosi in cui si intrecciano la gioia e il dolore.

Paola Loreto e i suoi poeti

Emily Dickinson: poter dire come lei, senza dire e con lo stesso coraggio (nella stessa beata, solitudine).
Walt Whitman: poter abbracciare come lui, senza perdere forma e con lo stesso coraggio (nella stessa, radicale relazione).
William Carlos Williams: poter cantare solo con la voce, senza artificio e con la stessa invisibile (inevitabile) misura.


In dono a Paola e ai lettori di Il Tasto Giallo, di William Carlos Williams da Un uomo come una città (a cura di Alfredo Rizzardi) Milano, Edizioni Accademia, 1972, p. 211

e nient’altro, che la morte fissa negli occhi,
privo d’amore; non palazzi, non giardini nascosti,
non acqua tra le pietre; i corrimani di pietra
delle balconate, incavati, su cui scorre
l’acqua chiara, e senza pace .
Le acque
sono asciutte. È estate, è . finito.
Cantami una canzone che renda la morte sopportabile
una canzone
di un uomo e di una donna: l’enigma di un uomo
e di una donna.
Che lingua ci calmerà la sete,
che venti ci solleveranno, che flutti ci porteranno
oltre le sconfitte
se non il canto, il canto immortale?

La roccia
sposata al fiume
non dà
suono.

E il fiume
passa — ma io rimango
e chiamo
e invoco senza posa a voce alta
gli uccelli
e le nuvole
(ascoltando)
Chi sono io?
— la voce!

*

nothing else, that death stares in the eye,
lacking love: no palaces, no secluded gardens,
no water among the stones; the stone rails
of the balustrades, scooped out, running with
clear water, no peace .

The waters
are dry. It is summer, it is . ended
Sing me a song to make death tolerable, a song
of a man and a woman: the riddle of a man
and a woman.
What language could allay our thirsts
,what winds lift us, what floods bear us
past defeats
but song but deathless song?

The rock
married to the river
makes
no sound

And the river
passes—but I remain
clamant
calling out ceaselessly
to the birds
and clouds
(listening)
Who am I?
—the voice!

Paola Loreto, è nata a Bergamo e insegna Letteratura americana all’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato Miei lari (Marcos y Marcos, 2024), case | spogliamenti (Aragno 2016), In quota (Interlinea 2012), La memoria del corpo (Crocetti 2007), Addio al decoro (LietoColle 2006), L’acero rosso (Crocetti 2002), le plaquette Spiazzi dell’acqua e Ascesa (pulcinoelefante 2008 e 2018), e Avola (Volo) (Luciano Ragozzino, 2019), le sillogi Conoscenza della neve (Poesia, gennaio 2012) e Transiti (Almanacco dello Specchio Mondadori 2009), oltre a una silloge di poesie sulla montagna (Premio Benedetto Croce 2003) e numerosi testi in rivista e in volumi collettanei. Con certi aceri sono accesi ha collaborato con l’Accademia di Belle Arti di Brera (collana coincidenze, edizioni di grafica d’arte a tiratura limitata, progetto da>verso). Con Lauda, ha collaborato con l’artista Pierluigi Puliti. La sua poesia è stata tradotta in inglese, spagnolo, portoghese e polacco. Una plaquette è stata pubblicata negli Stati Uniti a cura di Lawrence Venuti (houses | stripped, Toad Press, 2018). È stata poète en residence al Centre de Poésie et Traduction della Fondation Royaumont (Parigi). Ha pubblicato studi sulla poesia di Emily Dickinson, Robert Frost e Derek Walcott. Traduce i poeti americani (tra cui Mary Oliver, Primitivo americano, Einaudi 2023) e collabora con varie riviste di studi americani italiane e straniere.

In voga