a cura di Rosanna Frattaruolo

da Preambolo 

Eravamo ancora tutti vivi

In quel rettangolo irregolare
– nel cerchio esatto della vita –
diametralmente opposti – distanti
uno all’altro – negli angoli del mondo
nascosti – eravamo ancora tutti vivi:
già morti senza saperlo.

Riviviamo l’istante – quello esatto –
in cui tutto si è sciolto – dissolto –
come fossimo invisibili – muti – nudi
nel fondo di ogni terra ignota: nati
soli – solo per scomparire.

**
da Frammenti di parole – morte

Mai – più

Non potendo essere
per sempre – esigo
mai più.

*
Il cuore bucato

Fa acqua da tutte le parti
– come un colabrodo – ogni
cuore bucato perde colpi
a tratti e sporca ovunque:
sangue che traccia lacrime
amare – senza sale.

* *
Nulla nasce davvero –
senza morire


*
I bordi

Stracciati i bordi contorti del reale
– come una busta di carta nella mano –
tracci linee spezzate con fili rotti
in ogni dove – slarghi improvvisi –
deserti – tracce impercettibili di vuoti
avvolti in coperte di lana – tenuti al caldo
come desideri segreti – vivi –
nel grembo dei morti.

(chi resta?)

Storie private – senza coda.
A capo – da capo.

**
da Relazioni in frammenti

*
Disattese

Sentire il tempo che conduce
dolcemente non che cancella
impietoso me – te – noi che
svuotati viviamo senza attesa.

(abbiamo disatteso sogni
cancellato patti – dilapidato
promesse)

**
da Nel nome del padre

Silenzio

L’estate in cui mio padre morì
senza morire mai davvero –
io mi trovai nuovamente sola
nel mondo con ricordi sparsi
disintegra nella rabbia sciolta
in silenzio – con la coscienza
della fine come unica traccia
di passaggio sulla terra.

(non resta nulla della vita vissuta)

**
da Frammenti di luce – in ombra

(È stato)

Non è stato quello che è stato
– quello che ho sentito che fosse –
è stato a tramutare tutto in mille
pezzi bui.

*
Il monito

La madre come essere inerme
che non raccoglieva eppure
accoglieva – ricorda il vuoto –
il muro contro cui ogni
dolore rimbalza – sobbalza
moltiplica il male – che non sa
come amare.

Frangersi implodendo perché
il rumore annienta – il pianto
lacera: grida lontano il monito
antico dei panni – che sporchi
si lavano in famiglia – meglio
se le lavatrici sono sorde e rotte.

Silvia Patrizio, Nell’intimità di una stanza
[…] C’è una nudità del dire che è trasparenza a se stessi, è il coraggio di chi attraversa e si attraversa.
Il confronto con il corpo, il proprio corpo, il corpo defunto, diviene possibilità di affrontare, attraverso la parola, l’esperienza per lo più rimossa, della morte: quella degli altri, delle persone amate, ma di riflesso anche la propria morte, sempre rimandata, inconoscibile.
Così il foglio diventa il luogo dove il corpo si fa corpo del testo e ogni stanza va vissuta, scalfita, abitata, trasformata come
strofa poetica che prova a dire anche ciò che la vita sottrae al linguaggio.
Con tutti questi angoli di senso il lettore è costretto a confrontarsi per frugare quel difficile antro dove nulla è più paura.
Filippo Golia, Prefazione
[…] In nessun libro come in questo, però, il tentativo di raggiungere e conquistare stabilmente la superficie (e la luce) è condotto con coerenza e determinazione […]. Il poema, brillante nonostante la materia opaca, ingaggia, di stanza in stanza, un corpo a corpo; più che la morte in sé ne è oggetto, infatti, il corpo della morte, inteso come superficie […]. Il corpo è da subito superficie magica, che consente l’accesso a una dimensione impossibile, alla comunicazione tra mondo di sotto e mondo di sopra, alla riconciliazione delle stagioni […].
le parole non divengono neanche polvere
Inevitabile che ci sia una religiosità sottesa a un simile testo.
Ma, nonostante i riferimenti espliciti alla storia di Cristo, nonostante la formazione cristiana dell’autrice, sembra si tratti di una religiosità diversa, sapienziale e trasversale, che va dal Qohélet della Bibbia fino al gesto del buddismo tibetano di spargere le ossa dei defunti sulle vette, perché siano pasto degli uccelli.
Cosa resta? Resta il mondo infero, di cui Luisa Trimarchi si riappropria nelle poesie che seguono le dieci stanze. Lei sembra
dire che non c’è altro: questo groviglio di voci che si mordono a vicenda, dentro.
E fuori, alla fine, nulla.
Allora, forse, il mito greco che descrive meglio questa poesia è un altro, pure molto noto. L’autrice di Nel nome del padre vi recita entrambe le parti: lei è Orfeo, che cantando (in modo disarmonico, ma provateci voi a risalire il pendio dell’inferno alla fine del ‘900) conduce Euridice verso la superficie e la luce; lei è anche Euridice che immancabilmente si volta a guardare in fondo [….].


dell’autrice leggi anche: Affioramenti da Carteggio d’amore


Luisa Trimarchi, laureata in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma con la poetessa Biancamaria Frabotta, ha pubblicato nel 2021 la silloge Versi della dimenticanza (Transeuropa), nel 2022 Le stanze vuote (Controluna), nel 2023 Storia della bambina infranta (puntoacapo) e nel 2025 Carteggio d’amore (puntoacapo). Ha ottenuto riconoscimenti in numerose rassegne nazionali e internazionali. Interessata da sempre alla commistione dei linguaggi artistici, sperimenta forme di videopoesia e sintesi grafico-testuali. Legge e interpreta, oltre ai propri, anche i testi poetici di altri autori per una rubrica della rivista online “Bottega portosepolto”. Partecipa a reading poetici e realizza podcast. Ha gestito per due anni la rubrica “Coordinate poetiche” su una radio web. Insegna in un liceo cremonese.

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