a cura di Antonio Corona

da le sembianze 

terra nullius

smessa la circospezione
il guado tentato d’arraffo leggero
la tela miniata dal ragno sorpreso
l’attraversamento infantile senza dare la mano

pare un richiamo l’insonnia notturna di pareri e dèi
sconfinati, tra anse e oggetti inanimati
nella luce che si accascia di soppiatto
come olio che risalga in superficie delle cose che non sono

estese le sembianze capaci di chinarsi
sono ciò che non si tocca e non è stabile
il nulla di ritorno senza più pretese da guarnire


*
dove finisce il derma
il confine appoggia il corpo sorregge il peso
una forma che non parla riflette
cerca qualcosa da dire o da strappare
cerca una frase per tornare
prova la pena di fabbricazione argentina
liscia fluttuante accondiscendente
osserva la sua scrittura irregolare
a tratti infantile e a tratti maschile
si arrende all’assenza di sé
è volata chissà dove volata chissà
dove incagliata cosa addormentata
seguo l’ombra della mano

da qui riparto un luogo saturo di finitezze
la mente stagna surriscalda gocce ai lancette di farfalla
iridescenze sincopate. li ho visti gli occhi sulla lastra
il vetro l’attraversamento la scia dell’abito abitato
definita nel così trovarsi passeggera, impermeata scivolata
scivolata via

da dall'oscuro senza eco

*
ancheggia il pomeriggio
clemente si arrotonda il fianco
scivola il chiarore in lamento verso il buio
infinitesima il tramonto lo spinge in superficie
il rosso sulle gote e in fondo al campo

l’opacità sfinisce della fine di un’estate
sempre quella che non torna da cent’anni
si vede su ogni cosa nella luce polverosa
immobile sfrontata incurante a sé bastante

rimbalzano i pensieri sulla patina d’eterno
la vacuità è istante d’oro sfarinato
tutto era ma come non il grillo s’innamora


arabesque

l’istinto alla voliera al passero sotto la pietra
la separazione dal mio volto al mio, nessuno è mai tornato
a sostituirmi esterna. ci si mette in salvo quando ancora si può perdere
ma del dopo dell’essere saliti sulla sedia per ignorare l’acqua
e poi prima sul piede in punta alternato all’altro non perdendo l’equilibrio
estinguendo verso l’alto l’improvvisa soluzione
non avere da cercare. cosa si vede in quel punto preciso
di un niente che volge le spalle


Doris Emilia Bragagnini nata in provincia di Udine dove tuttora risiede è presente in riviste letterarie cartacee e online, antologie e poemetti collettivi, in numerosi accreditati lit-blog. Co-curatrice di “Neobar”, redattrice nel “Giardino dei poeti”, sostiene la divulgazione poetica con note di lettura e prefazioni. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo e rumeno. Il suo libro d’esordio è “Oltreverso” (Zona ed. 2012) prefazione di Augusto Benemeglio, seguito da “Claustrofobia” (Ladolfi ed. 2018) prefazione di Plinio Perilli, postfazione di Laura Caccia, segnalato al Premio Lorenzo Montano (2019), segnalato al Premio Bologna in Lettere (2019), selezionato tra i finalisti al Premio Pagliarani 2019, segnalato al Premio Umbertide xxv Aprile (2020), nella rosa dei venti finalisti al Premio Rilke 2023. Per Editura Cosmopoli, traduzione in lingua rumena di Alexandru Macadan, esce nel 2023 la plaquette bilingue “Umbra Răsturnată/L’ombra rovesciata”. Numerosi gli articoli rintracciabili in rete di autori e critici che si sono occupati della sua poesia. Il blog personale: inapparentecremisi.com

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