“sant’anna” di Daìta Martinez e la bambina-rondine

di Rosanna Frattaruolo

Un cristallo, un fiore, un guscio si distaccano dal disordine ordinario dell’insieme delle cose sensibili. Essi sono per noi oggetti privilegiati, più intellegibili alla vista, benché più misteriosi alla riflessione, di tutti gli altri che noi scorgiamo indistintamente1.

Dei misteri annoverati da Valéry, Daìta Martinez, nel suo libro sant’anna (ilglomerulodisale, 2026), sceglie di declinare sia il fiore – con una particolare predilezione per quelli bianchi – che il guscio, seppure infranto, nell’accezione di «nido di […] stella brucata» (p. 40), di «casa nuda come nudo il / soffitto eterno di cicale e d’assenza trema / la carezza di una stella la mano del padre» (p. 42)»2.

«L’anima botanica si compiace nella miniatura d’essere rappresentata da un fiore»3 e Martinez nel suo florilegio scardina l’idea di natura solo da osservare, creando figure retoriche in cui l’elemento botanico si fonde con l’esperienza metafisica: i fiori diventano protagonisti in grado di riorganizzare tempo e spazio. Ne è un esempio folgorante il «bianco giglio di tempo» – il fiore si fa unità di misura dell’eterno (p. 45) – o l’immagine in cui lo stesso «assonna l’origine nell’ora» (p. 20), finendo per abitare una dimensione temporale sospesa; e, ancora, «solleva l’aria // e il suo perdono la magnolia bianca» (p.22), che si fa presenza etica e pneumatica, legando la purezza del bianco a una purificazione dello spirito. Infine, il fiore si fa forza dinamica e dirompente: nel momento in cui «nel silenzio il glicine ha rotto / il vento» (p. 37).

Seguendo un percorso bachelardiano, il fiore cessa di essere un dettaglio infinitesimale per divenire la vera unità di misura dello sguardo bambino: la magnolia o il giglio di Daìta Martinez smettono di essere semplici elementi botanici e diventano abitazioni della grandezza.
Nella dimensione del minuscolo – dove il fiore, diventato la «porta stretta per eccellenza», si apre su un’immensità interiore e si offre, assieme alla preghiera, nido – appare la bambina, figura che attraversa le pagine del libro come una comparsa epifanica nel ricordo: la bambina-rondine caduta dal nido (p. 32) incarna la massima e più dolorosa fragilità ontologica: «era bambina // di quelle bambine che non sanno di bambina / se non fosse stato per il suono delle lentiggini / sbriciolate sulle ginocchia capovolte» (pp. 66-67). La sua caduta segna il momento in cui la protezione dell’infanzia si infrange e la bambina si ritrova esposta al dolore del vuoto e dell’illusione «di un dono per un furtivo abbraccio alle spalle / che sappia per un solo attimo [farle] fiatare la / gondola del cuore» (p. 70).

Nella vulnerabilità – non cade solo il nido, l’odore della pioggia […] cade tutto cade / il cielo cade capovolto al suo volto cade» (p. 40) – «la casa [è] spezzata nella pioggia» (p. 32) e la parola di Martinez si fa invocazione e preghiera rivolta all’angelo della sera, affinché le insegni «a camminare finché possa /dimenticare la stanza l’ombra del / gigante nella culla […] le grida / tutte quelle grida nel ripetersi della /colpa non compresa scomposta poi / nascosta nel sottoscala della gonna / al muro di sant’anna» (p. 69); affinché egli protegga «la sua bocca […] / alla prima ora in fiore sul silenzio di Dio» (p. 33) in un atto di devozione e di custodia necessaria: la bocca è il tempio su cui poggia l’odore «della piccola / voce innamorata del momento / attesa alla pendice del silenzio» (p. 24). Nel proteggere la bocca della bambina-rondine l’angelo di Dio tutela la purezza del lògos garantendone il mistero, come guscio che resiste all’urto del tempo e del silenzio.

In una dimensione naturalistica, che solo di rado espone scorci cittadini – «le campane della piazza barocca», (p. 22), – il «mercato dimenticato» (p. 65) che «assonna il ronzìo / delle stelle […] / sul corpo dimenticato di palermo» (p. 58) – , l’autrice opera una scomposizione del bianco, che cessa di essere un non-colore per farsi molteplicità di intuizioni. Il candore si effonde su superfici e pensieri: dalla casa bianca all’evanescenza della «piccola sposa nel vento», fino a lambire l’immateriale nella nuvola che immaginiamo, per conseguenza, bianca (p. 17); anche l’ora è bianca (p. 19). L’«amato chiarore di luna che abbandona» – e a cui Martinez chiede di sorgerle «laddove sola [immerge] / il «grembo candido del distacco» (pp. 22-23) – diventa carne «sulla piega / della bocca voltata bianca alla matrice bianca / del silenzio bianco come bianche viole fiorite» (p. 49) e nella «ferita della vita caduta […] / come bianca foglia perduta alla speranza» (p. 36), consumando consistenza nel «silenzio impresso» (p. 34) e nella «forma del vento sulle spalle» (p. 22), trovando nel fiore la sua sintesi più densa. Tuttavia, la pervasività del bianco, sublimata nella preghiera, produce un’atmosfera rarefatta, quasi sbiadita; l’occhio non è sollecitato da contorni netti e le immagini spesso sembrano sul punto di dissolversi, marginalizzate da quelle successive. Il colore, emerge per contrasto, come quando il cielo si concede il lusso di un papavero sul seno (p. 41). In un paesaggio di rarefazione visiva, l’olfatto s’impone con prepotenza, i testi si caricano di una tale densità aromatica che diviene l’unico strumento di orientamento e conoscenza. L’odore del «cuore [si ferma] sul viso di Dio» (p. 53) e diventa epicentro sensoriale dell’opera, sostanza dell’esperienza umana: lo stesso «nascere è l’odore del dolore» (p. 52). Il vento è l’altro elemento che agita questa raccolta: non è mai solo movimento d’aria, è instabilità, sospensione, perdita di equilibrio. Il vento solleva casa e bambina, lasciandole in uno stato di insicurezza, come se ogni immagine potesse dissolversi da un momento all’altro.

La scrittura di Martinez non cerca il senso, lo aggira: le parole non si incastrano secondo logica, si sfiorano producendo percezioni visive e olfattive. La sinestesia4 diventa necessaria: l’odore della voce (p. 17), «il fiore bagnato di sole» (p. 18), «odora / la preghiera del mattino il suo / piccolo occhio e la tua piccola voce» (p. 24), l’odore del silenzio (p. 28). I riferimenti al seno e al «grembo candido del distacco» (p. 23) evocano una maternità che non offre rifugio, ma che appare sporcata dal senso di assenza, privata di ogni certezza: è un nutrimento che non consolida, un’origine che non trattiene. Quando il lettore accetta di perdersi, accade qualcosa che non comprende, ma sente che, seppure abbia «poche onde […] / e nessun pontile per l’attracco» (p. 70), «il cuore è un’alba bellissima» (p. 43).


1P. VALÉRY, Les merveilles de la mer: les coquillages. Pion, Paris 1936, p. 5.

2È possibile annoverare il fiore, nelle sue molteplici declinazioni, insieme alla casa, tra i topoi nodali della produzione di Martinez. La raccolta precedente, nell’ora dell’aurora (peQuod, 2023), ad esempio, è impreziosita di rose, giacinti e calendule, bucaneve e gigli, e la casa resta il luogo dove – come suggerito da Elio Grasso in prefazione – «genealogia e geologia si fondono [e] segreti e cose umane [sono] messi in una specie di almanacco di proverbi e sapienze».

3BACHELARD, La poetica dello spazio, © 1957 Presses Universitaires de France, titolo originale: La poétique de l’espace , trad. Ettore Catalano, revisione per questa nuova edizione di Mariachiara Giovannini, Edizioni Dedalo, p. 186.

4Tale figura retorica è un tratto distintivo della poetica di Martinez.


Estratti dal libro

il giglio ancora assonna l'origine nell'ora
perché il cuore rialzi il vento dalla stanza

sulla lingua della luna dondolando storna

(p. 20)

*
guardami dal nido caduto sull'altare
di maggio come rondine attesa nella
sera dipinta sulla fronte di Maria un
timido imperfetto e pochi ricordi tra
i boccioli delle rose odorose di casa

la casa spezzata nella pioggia come
pane raffermo perché me dimentico
e il nome dei santi spersi nella folla
del silenzio che a sé induce il sonno
aperto dal tempo distante dal bosco

nel bosco che puro dentro ti sboccia
al petto di una nuvola ed è Sua luce
questa carezza che lieve culla il viso
della bimba addormentata tra i rami
lesi da una lacrima entrata dal vento

(p. 32)

da sant'anna

sarebbe bastato un colpo un semplice colpo
indietro per camminare dove si fa limite lo
sguardo sarebbe bastato addormentarsi
dall'altra parte della stanza e non sapere se
dopo a chiudersi è la finestra o se è stata la
casa senza volto ad averla chiusa stretta la
manica del seno nella trappola di un dolore

(p. 66)

Daìta Martinez è una poeta e scrittrice palermitana, considerata una voce centrale e peculiare nel panorama della poesia siciliana contemporanea. La sua cifra stilistica distintiva risiede in una complessa fusione linguistica tra l’italiano e il siciliano, quest’ultimo recuperato come “lingua originaria”, essenziale per accedere a una dimensione più profonda della realtà. La sua poetica è caratterizzata da elevata precisione lessicale, ricerca musicale e una marcata consapevolezza della struttura visiva e tipografica del testo.

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