
VORA è la silloge di Mara Venuto pubblicata da peQuod (2023), nella collana Portosepolto, curata da Luca Pizzolitto. Vora, porta nel titolo il proprio movimento interno. Nella prefazione Giovanni Laera ricorda che “vora” è una parola dialettale pugliese: voragine, inghiottitoio – parola che richiama il latino vorare, inghiottire, e invoca da subito una dimensione di caduta, buio, sprofondamento. Anche alcune letture critiche già apparse hanno riconosciuto nel titolo il centro generativo dell’opera: Alfredo Rienzi, su Almanacco Punto, parla di un termine affine a “vorace, divorare” e “voragine”, evidenziando lo sradicamento e la discesa che attraversano il libro; Laboratori Poesia insiste sui lessemi del vuoto e della caduta — buco, vuoto, gola, bocca, fosso — su Atelier Poesia, Carlo Di Legge legge la vora come figura dello scorrere del tempo e della percezione.
Dentro questo campo critico, il libro della Venuto trova un’ulteriore propria forza: la vora diventa una bocca della memoria. Inghiotte e restituisce, trattiene e tradisce, porta alla superficie resti, ossa, case, stanze, fotografie, corpi, povertà, colpa. La memoria cioè agisce come materia organica, luogo di pressione, deposito di ciò che continua a fermentare nel presente. Uno dei nuclei più limpidi della raccolta è la fine dell’innocenza: Una meraviglia, dicevo io più di tutti. Sembrava innocenza, ed era paura. È una delle formule decisive del libro, dove l’infanzia contiene già l’annuncio dell’età adulta. I giochi, le case, il mare, i padri, le madri, i cortili e le strade sono attraversati da un sapere oscuro. “Non cedere più alla giovinezza” suona allora come una dichiarazione poetica: evitare ogni abbellimento del passato, sottrarre l’origine alla nostalgia, lasciare che la memoria mostri la sua parte più esposta. In questa educazione dolorosa dello sguardo, la casa occupa un ruolo centrale. “Comprendere la casa e le sue diottrie” è forse uno dei versi più rivelatori della raccolta: la casa possiede lenti proprie, altera le distanze, deposita sulla faccia i margini del vissuto. Conserva odori, vetri, fughe nere, resti, parole che “grugano nella gola dei vecchi”. Altrove, “una lampadina pende addosso agli infranti” e “si annida nei muri l’odore dei resti”. La casa quindi trattiene, deforma, espone.
Anche le fotografie partecipano a questa deformazione: la “messa a fuoco casuale” mostra “il ruolo che avevamo nel mondo”. Le vecchie foto di casa rivelano posture, contorni, posizioni assegnate. L’immagine fotografica inchioda il passato in una forma affettuosa a una verità laterale, talvolta crudele, che si vede soltanto dopo. Da qui nasce uno dei passaggi più forti della raccolta: Non esiste più il luogo / e non esistiamo noi nel luogo. Il luogo, per l’autrice, diventa prova di esistenza perché nascere in un posto non garantisce appartenenza e tornare non assicura riconoscimento. “Dove siamo nati non è dove morremo” apre una frattura che coinvolge biografia, memoria familiare, Sud, provincia, esilio. La terra resta “fra i denti / come fibre indigerite”, mentre l’altrove si impone come destino: “Viviamo altrove, era scritto”.
La “geografia di Vora” è fatta di case popolari, stazioni, inceneritori, marciapiedi, vicoli, negozi, edicole votive, strade provinciali, alberghi dietro la stazione. Taranto e il Meridione appaiono come luoghi fisici e morali, spazi in cui la storia privata si lega alla condizione collettiva. La Venuto evita il bozzetto e lascia che siano i dettagli a parlare: “La razza povera era la mia catena” concentra in un solo verso eredità, vergogna, appartenenza e destino sociale.
Altro elemento importante e ricorrente è la povertà, che attraversa il libro come una postura del corpo: “avere qualcosa di povero in faccia”; appartenere “alle mani vuote”; portare un “corpo di rabbia e minorità”. In alcuni testi la raccolta si apre alla questione dell’identità, dei documenti, del riconoscimento: “i soldi valgono meno dell’identità”, e l’io si scopre “obbligata a dimostrare di esistere”. La voragine assume una consistenza sociale, inghiotte chi non possiede abbastanza voce, nome, documento, riconoscimento. Accanto a questa materia civile lavora una presenza costante del sacro. Altari, confessioni, chiese, santini, miracoli, Natale, Cristo, grazia. Il lessico religioso infatti percorre la raccolta e viene ricondotto al corpo e alla storia. La nascita può avvenire “in corsia puerperi e aborti insieme”; il parto può essere raccontato “come dell’avvento di Cristo” e insieme crocifiggere “sul nascere l’umanità / di quel figlio”. La grazia tocca l’acqua di scolo, gli interni depressi, le case abbandonate, le edicole votive. In questa tensione si comprende la “grazia di non ascendere”: una fedeltà alla materia, al basso, alla terra, al residuo.
Il corpo è il vero archivio della raccolta: ossa, denti, bocca, sacca gastrica, cellule, seni, pelle, capelli, caviglie, molari, nuca compongono una fisiologia del ricordo. La memoria passa attraverso ciò che trattiene, rigurgita e si espone. “La fatica di vedere l’animale vivo nella carcassa” dice bene questo sforzo: cercare una pulsazione dentro ciò che appare degradato, consumato, quasi morto. La bocca, in particolare, diventa uno snodo decisivo. Parla, tace, inghiotte, si chiude, porta il conto delle ore. Dialoga direttamente con la vora: entrambe sono aperture, cavità, passaggi tra dentro e fuori. “La senti questa vora che tradisce / sulla bocca dove cade il conto delle ore”. La vora tradisce perché rivela, portando fuori ciò che era nascosto, esponendo il tempo, lasciando sulla lingua il sapore di ciò che è stato.
La lingua di Venuto sostiene questa materia con un dettato nitido, sorvegliato, spesso frontale. Laera, nella prefazione, osserva l’uso dell’infinito come forma senza soggetto, capace di generare ambiguità semantica ed esistenziale. Rienzi evidenzia una poesia “esatta”, dal dettato chiaro ma non appiattito, lontana dal prosastico o dal colloquiale. La forza del libro nasce anche da questa tensione: una sintassi riconoscibile che accoglie immagini dure, improvvise, non pacificate. Lo sporco, le ossa, i resti, l’acqua di scolo, la carcassa, le mani nere, la terra fra i denti costruiscono una famiglia lessicale coerente, capace di tenere insieme degrado reale e simbolico. Rienzi ha individuato proprio in questa trama di parole una delle linee più significative dell’opera.
La raccolta si chiude su una coincidenza storica e personale: “Il giorno della mia nascita / rapirono Aldo Moro, / una croce sul foglio di giornale / a dire che è importante / una vita fra tutte”. La nascita individuale entra in una pagina di storia collettiva. L’origine avviene dentro una ferita pubblica: è una chiusura coerente con l’intero libro perché ogni esistenza nasce già in un campo di forze che la precede, la nomina, la espone. Vora è un libro della caduta e della visione dopo la caduta. Mara Venuto attraversa infanzia, casa, Sud, corpo, povertà, sacro e luogo perduto con una lingua che resta fedele alla materia più scabra. La sua voragine inghiotte, ma soprattutto ci costringe a vedere ciò che la memoria seppellisce torna in superficie, con la durezza delle cose non pacificate.
Nota di lettura a cura di Antonio Corona.
Estratti da VORA
*
Nascere vecchia senza saperlo
lasciare i ricordi in utero,
restare informe creatura
sazia, arresa.
Nella notte adulta ascoltare l’acqua,
i passi che scalciano senza peso
la resistenza ai moti
un corpo in cerca del suo spazio
dove non c’è carico.
*
La fatica di vedere l’animale vivo nella carcassa,
staccarsi dalla forma,
le mie cellule e i significati dispersi nel quadro.
Uno accanto all’altro sui cavi telefonici
i rondoni nel panorama
chissà come scelgono il posto,
l’ordine dei richiami,
austeri come morti in equilibrio sul filo
tra il vuoto e il vuoto.
Ci hanno promesso che osare
non può costare tutto,
l’urgenza e la dissoluzione
non possono ucciderci.
*
Dove siamo nati non è dove morremo,
in fondo è una parentesi questa inclinazione,
la grandezza e la miseria avvinte in una cellula piccola,
un’idea del vero nel quadro.
Ѐ ingombrante la tua presenza, la tua ambizione
violenta la nostra affezione alla fragilità,
alle picche sui cuori, alla danza prima di crescere in strada
dove il nostro palcoscenico erano solo gli altri.
Mara Venuto è nata a Taranto, vive a Ostuni. Tra le sue pubblicazioni premiate: i monologhi teatrali Leggimi nei pensieri (2008), The Monster (2015, testo finalista al Mario Fratti Award 2014 di New York per la drammaturgia italiana); le raccolte poetiche Gli impermeabili (2016), Questa polvere la sparge il vento (2019), La lingua della città (2021). Ha curato e pubblicato numerose antologie, tra cui un ciclo di volumi al femminile; è inclusa in molte opere collettive di poesia, prosa e teatro. È presente in volumi critici dedicati alla poesia italiana femminile. Suoi testi originali e corti teatrali sono stati rappresentati con buon riscontro di pubblico e critica; sue poesie sono state tradotte e pubblicate in otto lingue. È stata ospite di Festival internazionali di Poesia, tra cui: IX Festival di Poesia Slava a Varsavia nel 2016; XV Festival Trirema e poezisë Joniane a Saranda (Albania) nel 2021; XXVI Festival Ditët e Naimit a Tetova (Macedonia) nel 2022.




