
CARME IPOGEO è la silloge di Mario Marchisio per Giuliano Ladolfi Editore (2025) nella Collana Onice diretta da Carlo Ragliani. Tre sezioni (Le opere della morte – Prima del giorno – Trittico) e con postfazione di Diego Riccobene. Partiamo dall’interessante e inconsueto titolo. Carme rimanda al carmen, al canto, ma anche alla formula rituale e oracolare; ipogeo indica invece ciò che sta sotto terra, nel sottosuolo, nel sepolcrale. Già qui Marchisio dichiara la propria intenzione di poesia che non cerca la luce, ma una parola che accetta di levarsi dal basso, dal luogo della morte, dell’ombra e di tutto ciò che resta nascosto. Da questo punto di vista, Carme ipogeo non è semplicemente un libro “sulla morte”. La morte vi agisce come forma della conoscenza, pressione esercitata sul linguaggio, principio che deforma immagini, corpi e pensiero. Fin dai testi iniziali il lettore entra in una topografia infera dove voragine, sangue, gelo, rovina e conoscenza convivono nella stessa tensione.
Nel testo Canto degli specchi, per esempio, l’alba appare già “decapitata”: immagine decisiva, perché in Marchisio la luce è quasi sempre ferita, compromessa, trattenuta. Da qui nasce una poesia che non indulge mai nel lugubre decorativo, ma tenta di costruire una vera lingua del sottosuolo. Uno degli aspetti più convincenti del libro è proprio la capacità di tenere insieme registri diversi senza perdere unità. Accanto ai testi più brevi e concentrati, quasi sentenziosi, ce ne sono altri che si aprono alla dimensione biblica, drammatica e storica. Figure come Caino o Lucifero incarnano nuclei centrali della raccolta: colpa, caduta, solitudine, male, interrogazione sulla parola. E un testo come Satana in Svizzera, con il richiamo a Hiroshima, mostra bene che Marchisio oltre all’immaginario arcaico o simbolico, vuole anche misurarsi con l’attualità, leggendo nella storia la persistenza del demoniaco e della distruzione.
Ma Carme ipogeo non è solo una discesa ctonia. Nel corso del libro emerge anche una linea più fragile e più prossima, legata al volto, alla memoria, all’angelo, alla soglia. Qui il dettato si fa più elegiaco, talvolta più raccolto. In testi come A un angelo morto o L’angelo, la presenza angelica supera il semplice emblema religioso o la figura consolatoria: diventa piuttosto un tramite o un margine. L’angelo scalda e insieme si sottrae; consola ma resta altro. Allo stesso modo, la luce che affiora in questa zona del libro non coincide mai con una salvezza piena: è una luce remota e quasi pallida. Questa tensione tra basso e soglia, tra ctonio e ricerca di una trascendenza ferita, regge anche grazie alla qualità formale della scrittura. Marchisio lavora su una poesia colta, nutrita di tradizione, quasi mai compiaciuta. Anche quando il lessico si innalza o assume un tono più rituale, il dettato conserva una sua necessità ed esigenza. È proprio la disciplina della forma — il ritmo, la misura, la compressione simbolica — a impedire che una materia simile si disperda nell’enfasi o nell’informe/astratto. In questo senso è utile anche la chiave suggerita da Riccobene, quando insiste sul “cantare dal basso” e sulla necessità di una tenuta formale adeguata a una simile materia. Il trittico finale concentra bene questo movimento. La statua, il volto, Giobbe: tre figure terminali che chiudono il libro non semplicemente in una sintesi rassicurante, ma ne rilanciano i nuclei più profondi. La statua è il residuo, la permanenza spogliata; il volto è ciò che chiama e insieme sfugge; Giobbe porta con sé il tema della prova, del dolore, di una benedizione che non consola ma scuote.
Per questo Carme ipogeo è un libro riuscito aldilà della singola intensità dei testi, perché l’opera regge nel suo insieme come visione e come scelta di campo. Marchisio affronta una materia rischiosa — il sepolcrale, il teologico, il demoniaco, l’elegiaco — senza trasformarla in altro. Ne esce una poesia che accetta il basso, guarda nel buio e, proprio da lì, prova ancora a nominare il volto, la ferita, l’angelo e il nulla.
Nota di lettura a cura di Antonio Corona.
Estratti da CARME IPOGEO
CANTO DEGLI SPECCHI
Ecco la stanza della follia
Da un’unghia che sale tormentata
Voragine aperta a chi non sia
Lama guizzante pietrificata:
Ossa divine, e smalti, a poppa e prua,
Brandelli d’anima già involata
Artiglia nella polvere sua
L’immagine a voi predestinata.
Uno l’errore la sofferenza
Acuta spina così intrecciata
Abbacinante la conoscenza
Nell’intimo inferno ha divorata:
Somiglia a un gufo, somiglia a un giglio,
Palpita breve come irradiata
Opaca eternità, come figlio
D’unica assenza moltiplicata.
Oh tanto fremere potesse udire
Accavallarsi fine sperata
Con lingue minacciose blandire
La smorfia oscena perpetuata.
Fu per clemenza d’atroce dea:
In voi, miseria precipitata,
Se l’alba viene è decapitata
Foglia di ghiaccio che morte bea.
DANZA
Lo vedrai nei campi obliqui,
Rigido e fresco, strangolare gli ultimi fiori:
Lo chiamano colore d’autunno.
A volte, per caso, si concede una lacrima:
Lo chiamo tormento d’autunno.
Mestamente appassite le fragili vittime
Nella morte inclinata
S’adagiano lente: lo chiamano vento d’autunno.
RACCONTO
Nel quartiere di Santa Rita
C’è un uomo che alle cinque in punto
Ogni mattina s’affaccia alla finestra:
Malinconico si sporge e guarda.
Cosa inseguono i suoi occhi?
Forse l’ombra di un lontano amore;
Forse, chissà, solo il muoversi dei rami
In fondo al piccolo cortile.
Eppure – dicono – quell’uomo è morto
E la finestra da anni murata.
Dormono quieti, sognano i suoi occhi
Scaffali e libri nella stanza accanto.
Mario Marchisio è nato a Torino nel 1953. Dopo la laurea in Giurisprudenza e successivamente in Scienze Religiose. Ha lavorato nell’industria e come insegnante. È stato redattore della rivista La Clessidra dal 1995 al 2004, dirigendo nello stesso periodo una collana di poesia per le Edizioni Joker di Novi Ligure. Tra le sue opere: Poesie d’amore (2003); La falena sulla palpebra (2008); Epigrammi, parodie, satire (2022), Elogio della pittura (2014); Poesia e prosa ad armi pari. Conversazioni sulla letteratura (Achille e La Tartaruga, 2015); Ricerca di Dio e labirinto del mondo (Aurora Boreale, 2020); Chi vive se ne pente. Dodici racconti e una farsa (puntoacapo 2020); De potestate tenebrarum. Dialoghi teologici (Aurora Boreale. 2023), Nuovo elogio della pittura (ivi, 2023).




