a cura di Rosanna Frattaruolo
È tempo della grande quiete
non sappiamo di alcun incendio
liete
le tue ginocchia
abbraccio col respiro forte
la reazione all’inguaribile sorte.
*
Con dieci lingue e dieci bocche
dico le ferite della terra
il sole l’aperta campagna opprime
e il chiaro vieta di morire
silenzio, non vediamo aironi
ma sabbia di ogni logica impostura,
capire fa paura.
*
I funghi
nella casa nuova del sogno
il nido, il ghiro, il lungo addio
lungo oscuri spazi e boschi
le pericolose connessioni
i tuoni
sopra le concezioni:
pulsano
di oltreumano futuro,
non muore più
il mondo che conosciamo.
*
Le frittelle, il cambiare
dieta, mentalità, vocabolario
colore, consistenza del derma
odiando l’uguale, il fisso
e non riuscire a frenare la risata
perché è sua, del bene
cos’altro è un bambino
il suo pensare con tutto il corpo
per esistere esagerare.
*
Amore, non ci sono correzioni
questi colori diffondono gioia
ardore
al sole si aprono cotiledoni
teneri come la voglia eccessiva
della nostra trasformazione
in un’altra forma viva.
*
Come un cervo
o lo scherzo della memoria
c’è e non c’è
un’intesa nel silenzio.
*
Nell’inghiottitoio
ogni incubo sparisce
e non c’è niente di innocuo
che cresca nella montagna
bagna
il fuoco
battesimo di terrore
le uova dei mostri
dagli umani accolti
nei respiri notturni.
*
Sulle curve il dito
la polvere
il diletto
inondazione della memoria
‘maginàs
ironia e adynaton
domata la storia
finita la partita
‘maginàs
la pelle, la troppa strada
figuriamoci,
serenata la notte di luci.
*
Gira il cucchiaio
la canzone
aiuto, prima della pensione
è tardi, dice la tiritera
per tutti gli altri noi stessi,
l’usura delle ruote
le gote di bambola
fame
adesso,
nelle linee dei marciapiedi
vedi la prima morte,
si dice trasformazione.
Daniele Gigli, dalla prefazione
«Certo vorrei avere un’idea importante / per raccontare il fuoco dentro me». Così, più di trent’anni fa, un conterraneo di Giovanni Peli – Omar Pedrini, anima della storica band dei Timoria – cantava la sua crisi d’ispirazione. Così, con altre parole, magari, con altre immagini, ma ancora e comunque paralizzato nel senso, pensava forse di sé anche il nostro, prima che la musa tornasse a visitarlo con il magnifico bouquet di versi che compone questo lavoro. Che dire infatti del ritorno alla poesia di un artista che vi aveva giusto due anni prima clamorosamente dato l’addio? Che dalla poesia, se e quando è vocazione, non si va via né si torna a piacimento: è lei, in quanto voce di Dio,. che fa […].
La felicità di scrittura che questo lavoro mostra è quella di una sorgente che torna a sgorgare, come nell’Eliot di The Waste Land, «then spoke the thunder»: è vita che rinasce, terra che rifiorisce – e non in un quadro di decoro idealista, ma nella contemplazione di una vita che, ostinata e desiderante, continua a vivere nel male e nonostante il male. Una vita che è proteiforme, che si fa sempre altra forma viva, ma che si incarna anzitutto nel «figlio», in quello sguardo nuovo e bambino
che nella sua novità («Otto anni / di ciò che prima non c’era») fa nuove tutte le cose […]. È la grazia e la condanna della poesia, la stessa grazia e la stessa condanna della vita: un prima che ci attende e noi che attendiamo l’attesa. Al poeta, al chiamato, la decisione se obbedire, cioè ascoltare (ob audere), o se invece soverchiare la voce dell’essere con la propria presunzione – fosse anche una presunzione di umiltà. Quale decisione abbia preso Peli, una volta ancora, sembra abbastanza chiaro.
Giovanni Peli (Brescia, 1978) è scrittore, musicista e bibliotecario. Ha fondato Lamantica Edizioni con la traduttrice Federica Cremaschi.
dell’autore, leggi anche: Affioramenti da “Poesie. 1994-2024” di Giovanni Peli, Calibano Editore, 2024




