MOENIA è la recente silloge di Pietro Romano edita da ilglomerulodisale (2026) con prefazione di Isabella Bignozzi. Strutturata in due sezioni – Come se gli uccelli fossero vivi e “Moenia” Casa Circondariale (2024-2025) – si configura come un’indagine ermeneutica radicale sul concetto di confine, inteso come dispositivo di risonanza e “luogo praticato” secondo la lezione di Michel de Certeau. Come rileva Isabella Bignozzi nella prefazione, il linguaggio, “fonte di ogni significato, nasce nella vertigine dell’infinito, che ci afferra quando siamo di fronte alla rettitudine del volto”. In questo solco, le mura — moenia — non circoscrivono un’assenza, ma definiscono il perimetro di una “fenomenologia minima” dove l’ascolto si sostituisce alla pretesa interpretativa.

Nella prima sezione, la testualità si addensa intorno all’esperienza clinica, dove lo spazio ospedaliero viene restituito attraverso una precisione dolente che rifugge il trauma narrabile. Di particolare rilievo è l’immagine dello “slargo del lenzuolo” inteso come “una sponda / su cui non cessa silenzio”, accompagnata da dettagli di cruda evidenza fenomenologica come il “morsus alla lingua” e il “plaid / sulle gambe sommerse”. La malattia opera qui una “sottrazione” che modifica la percezione della luce e del tempo, riducendo l’esistenza a “memorie di frontiera” segnate dalla “flebo del passo e del cielo”. Il tema della filiazione emerge come un “cimento alla perdita”, dove le figure parentali assumono un “carattere retrattile”: il “Padre in eterno riamato” e la “Madre che non conosce perdono” sono essenze differite, evocate in un orizzonte di progressivo allontanamento.
Nella sezione Casa Circondariale 2024-2025, lo spazio del carcere viene introdotto richiamando la riflessione di Michel Foucault in Sorvegliare e punire: la morte e la pena come “occasione e termine di una calcolata graduazione di sofferenze”. In questo mondo di “invisibilità”, la poesia agisce come forza espansiva che “allarga le pareti dell’aula”, sottraendo l’esperienza alla logica. Romano resta “moralmente silente”, praticando una “custodia dei nomi” che restituisce dignità alla persona condannata. I nomi propri emergono come “apparizioni orfane di contesto”, profili inerti che interrogano il linguaggio: Aasim e Mohamed, che cercano la brillantezza del sole o “un fuoco in uno dei sette cieli”; Carlo, i cui pugni di matite definiscono un “perimetro d’aria” per i versi dedicati al figlio; Riccardo, segnato dall’epilessia e dal ricordo della recita del figlio tra i “corridoi urlanti”; Luca, che ritesse il volto della sorella e segna i figli nel tema come “cardini della sua prigionia”.

Ritengo che il lavoro di Romano dialoga idealmente con altre voci che abitano lo spazio della soglia. Quito Chiantia (in “Asimmetrie & sghembi”) che, in sintonia con Romano, opera un ribaltamento della “matricola” burocratica. La sua è una pratica di “de-schedatura” fenomenologica: laddove l’istituzione totale tende a ridurre l’individuo a un dato numerico, la poesia interviene per restituire la dignità della persona, trasformando l’identità amministrativa nella pienezza del volto e della sua storia irripetibile. Antonio Corona (in “Mi troverai vivo”) c’è un confronto speculare tra la “sottrazione” di Romano e l’assenza di omeostasi del sottoscritto. Se in Romano l’ambiente clinico è reso con “l’ardesia” e le “grigie pareti”, in Corona il dolore si muove su un “pavimento di specchi rotti”. Tuttavia, l’affinità si sigilla nell’immagine dell’ “ago infisso nella vena” (Corona) che specchia la “flebo del passo” (Romano). Entrambi utilizzano una “parola fendente” che rifiuta l’assoluzione dell’arte: Sopravvive muta / l’ipotesi che l’arte assolva.
In definitiva, Moenia si configura come un presidio umano all’interno delle istituzioni totali. La parola di Pietro Romano agisce simultaneamente come un “riparo” che custodisce i frammenti di vita e i nomi assediati dall’inverno; e come un varco che permette al senso di fluire oltre le sbarre. Questi aspetti ci ricordano che la poesia è l’unico strumento capace di “rammendare tra le sbarre fili di pioggia e di luce”, rendendo abitabile il silenzio dell’esistenza.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da MOENIA

da Come se a notte gli uccelli fossero vivi

II
Solchi nel buio del viso: la mano del padre
sul petto rende la notte leggibile.
Molto deve essere transitato per queste stanze,
molto, fra luce e sguardo, cancellato.
Lo slargo del lenzuolo è una sponda
su cui non cessa silenzio: il morsus
alla lingua, il plaid
sulle gambe sommerse.
Memorie di frontiera
che le parole, come attraverso,
confinano all’ombra sull’asfalto,
alla flebo del passo e del cielo.

VII
Indugia sul davanzale l’ortensia.
Non sa se rifiorire. L’ospedale:
un corpo da sfamare, scritture
d’inverno da seppellire.

XVI
Sprofondare nel sonno,
aldilà di me figlio incompiuto;

risvegliarsi senza accanto nessuno,
in un dove che disperde la bocca

in tremiti d’amore.


da Moenia Casa Circondariale 2024-2025

II
Qualcuno tra voi non c’è più, Mohamed,
spada che splende. Aasim raccoglie il suhur:
ovunque chiede se il sole al mattino
sia mai stato tanto brillante come ora.

Fronte china, luce al viandante.

IV
In viso lembi di pelle sfrangiati.
Una farfalla screziata posa sulla
cartina di fumo, sul rosso altare
delle sue mani.


XIII
Il vento di gennaio, lo specchio freddo del mattino.
Un viso con sentiero l’odore della pioggia,
il volo di un corvo, un giorno che la luce sembra
trascrivere sui fogli quel poco di eterno
versato sulle pietre dei morti a ogni vostro pregare.


dalla prefazione di Isabella Bignozzi

[…] Pietro Romano in Moenia si colloca davanti a volti e presenze senza ricondurli a un quadro narrativo o interpretativo,
lasciando che il loro apparire sia interrogazione del linguaggio stesso. Nella prima sezione, Come se a notte gli uccelli fossero vivi, la prossimità radicale al corpo sofferente e alle figure genitoriali, non riducibili a dato biografico né a trauma narrabile, dispone il versificare a una fenomenologia minima, dove il reale smargina e il tempo perde linearità. Padre e madre agiscono come forze formative ma retrattili: essenze differite, evocate tramite atti linguistici che ne registrano l’allontanamento progressivo. […]
sull’asfalto,/ alla flebo del passo e del cielo”.
La seconda parte, “Moenia” Casa Circondariale (2024 2025), introduce lo spazio ulteriormente delimitato del carcere. Assente è, nell’autore, la tentazione sociologica o morale: le mura, da mero apparato repressivo, diventano dispositivo di risonanza dove le voci, private della stabilità del tempo, delle ampiezze di una comunità, si addensano.
Altro elemento portante e condiviso nell’intera silloge è una raffinata ricerca delle dimore del senso. “L’espace est un lieu pratiqué”, secondo Michel de Certeau: il campo di esistenza prende forma nel suo uso, si configura e dilata sé stesso nell’essere percorso, attraversato. In Moenia la significazione non è data in sedi consolidate: deve trovare appoggi provvisori, praticandoli. L’avviso non coincide con i luoghi ambientativi: è precario per struttura, indigente, randagio.[…]


Pietro Romano (Palermo, 1994) si è laureato in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi su Nino De Vita. Ha pubblicato due raccolte poetiche, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo 2018) Collabora con varie riviste, cartacee e online, tra cui Steve, L’Ottavo, Inverso-Giornale di Poesia. I suoi versi sono stati tradotti in russo («Мой дом — до молчанья», “La mia casa è prima del silenzio”, Free Poetry 2019, con prefazione e traduzione di Olga Logoch, collana di poesia italiana a cura di Paolo Galvagni, traduzione di Fra mani rifiutate), greco, catalano e spagnolo, e inseriti nell’antologia Le parole a quest’ora (Free Poetry 2019, a cura di Paolo Galvagni). Nel 2020 esce Case sepolte (I Quaderni del Bardo), con prefazione di Gian Ruggero Manzoni, postfazione di Franca Alaimo e disegni di Angela Catucci.

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