A4 – una pagina su:
Sulla terra rotta, di Antonella Sica
(Arcipelago itaca, 2026)
L’ultima opera di Antonella Sica, Sulla terra rotta, Premio nazionale editoriale di poesia Arcipelago itaca del 2025, pubblicato nell’aprile del 2026, è corredata da un breve ma incisivo scritto di Carlo Giacobbi nel quale almeno due puntualizzazioni risultano illuminanti e assolutamente coerenti col testo. Scrive infatti Giacobbi che «il tema indagato – quello della guerra a Gaza […] assurge a paradigma universale di ogni conflitto bellico» e, sulla stilematica dell’opera, identifica il tratto saliente nel darsi «per frammenti e per immagini […] s’incarica di raccogliere, di esporre [la] loro cruda fattualità».
Il tramite tra l’evento e chi, lontanamente e indirettamente vi assiste, è in effetti prevalentemente video e il mezzo-media e il suo corollario concettuale e lessicale costituiscono tela e al tempo stesso ordito – a base di «pixel» – delle immagini della terra devastata: «sguardo», «guardano», «guardare», «occhi», «luce», «schermo», «feed», «flash», «telecamera», «film», «joypad», «clip», «digitale», «color correction», «fermo immagine», «campo bianco», «4k», «Youtube» «cellulari», «selfie» ecc..
All’intelaiatura lessicale fa da preciso riscontro formale l’azzeramento della punteggiatura forte e il ricorso a una sintassi essenziale e paratattica, le cui campate brevi e sincopate ricalcano fedelmente il ritmo frammentario e incalzante dei telegiornali e dei social.
A questo articolato dispositivo percettivo fa da contraltare il complemento visivo offerto dai disegni di Attilio Zinnari, che scandiscono e sostengono il volume. Ben lungi dal ridursi a mero apparato decorativo, la componente figurativa agisce come un secondo e autonomo canale iconografico: all’iperrealismo freddo e privo di corpo dei pixel, delle clip e del 4k evocate dalla parola poetica, si affianca e si rispecchia la materia corporea del tratto a grafite, essenziale e inciso. Si innesca così un cortocircuito espressivo di forte impatto tra la distanza dello schermo e la vibrazione drammatica del segno grafico. Un dialogo simbiotico, questo tra versi e immagini, che trova il suo punto di saldatura più intimo e concettuale nelle tavole in cui lo stesso Zinnari incorpora direttamente formule, moniti ed enunciati nei propri disegni, da «non ho fame» (p. 34) a «enjoy the silence» (p. 60).
I brevi, precisi, talora fatalmente scabrosi fermo immagini (peraltro titolo della seconda sezione) della poeta genovese non si caricano di giudizi, speculazioni, valutazioni sociopolitiche, ma focalizzano il fatto grezzo, l’atto di registrare l’evento nel momento in cui questo impatta e colpisce l’autrice-osservatrice (spettatrice). Questa operazione assume quasi i tratti di un essenziale registro di reportage, in cui la brevità dei frammenti e l’impersonalità della dizione conferiscono al testo la natura di un vero e proprio dossier d’emergenza o di un verbale d’accusa. Si genera così scientemente una distanza tra il fatto in sé, l’apparenza (fornita dai media) e la testimone scrivente, e viene mostrato come il dato drammatico venga filtrato, manipolato o anestetizzato dai dispositivi mediatici.
Alcuni testi riescono a mettere a fuoco con spietata efficacia – nella petrosità del dettato – alcune dinamiche devianti e di reificazione, come ad esempio il testo a pag. 46 che registra la mercificazione e la manipolazione dell’immagine attraverso il montaggio, la correzione e l’impacchettamento per il consumo televisivo dell’impatto emotivo:
«Troppo lunga la clip / taglia, rallenta sull’impatto / stringe sul volto / aggiunge la traccia di un urlo / al crollo del muro / il sangue ha un colore perfetto / con la color correction / un peluche tra le macerie / fermo immagine / esporta tutto in 4k, pronto / per la prima serata.»
O, attraverso la semplice osservazione di come sono mostrati e fruiti i fatti, porta ad emersione il cinismo sistematico con cui si innescano la disconnessione e l’anestesia percettiva dello spettatore rispetto alla drammaticità della realtà. Qui la distanza è portata all’estremo: una morte in guerra diventa un’esperienza gamificata e priva di attrito sensoriale:
«Avanza nel buio artificiale / un brivido lungo il mirino / che scivola sul bersaglio / quando il corpo cade / (dall’altra parte del mondo) / non sente / il joypad vibrare.»
Il consumo distratto del flusso informativo, l’assuefazione, l’inavvertito scivolare verso l’atarassia è gelidamente additato con tutto il suo potere di critica nel testo a pag. 34:
«Pixel a brandelli i corpi dei bambini / l’inferno scorre virale fra i pollici / pianifichiamo una storia / poi parte la sigla / di una nuova stagione.»
Ci si potrebbe chiedere se questo dettato così deliberatamente anaffettivo, affilato e gelido non finisca per prosciugare l’umano, sottraendo alla tragedia bellica la sua naturale carica di empatia e partecipazione emotiva (e il suo spesso insopportabile carico di enfasi ed emozionalismo da divano). La risposta è duplice: in primis Sica non lesina dettagli, che da soli sono inevitabilmente e intrinsecamente latori di sgomento e di devastante portata emozionale, la quale viene, appunto, lasciata nuda e non confenzionata in modo artificioso dalla scrittura poetica: si vedano ad esempio i «frammenti di femori fra le macerie» e la «carne bruciata» (p. 31), i «denti rotti nel pane secco / la sagoma di un braccio senza corpo» (p. 33), fino all’evocazione dei «pixel a brandelli i corpi dei bambini» (p. 34).
L’altro versante della questione suesposta si ravvisa nel preciso rovesciamento etico operato da Sulla terra rotta: di fronte all’inflazione di una fraseologia d’occasione – spesso gonfia di un pathos mimetico che finge una vicinanza fisica mai vissuta –, la scelta di Antonella Sica (della quale occorre non dimenticare il profilo professionale di operatrice nel settore audiovisivo e cinematografico) si impone per un’onestà prospettica radicale. Rifiutando l’autocompiacimento del dolore “di seconda mano”, la poeta affida la denuncia alla sola registrazione degli eventi. Un’apparente freddezza che non solo smonta il racconto mediatico e mainstream degli avvenimenti tragici, ma finisce per specchiarsi in chi legge, chiamando in causa quell’inerzia voyeuristica con cui tutti, ormai, consumiamo (e talora cerchiamo – auditel dixit ) l’orrore.
Poesie da Sulla terra rotta
*
La madre sui corpi
gli occhi divaricati
gli uomini intonano
il nome di dio
allineano i sacchi bianchi
sulla terra rotta
in fila come crisalidi
di pietra.
(p. 15)
*
Non c’è più nessuno
a contenere la loro notte
i mostri strisciano lungo le pareti
crollate della stanza
fra le braccia stringe il fratello
si aggrappa al suo nome cullato.
(p. 27)
*
La telecamera trema
correndo tra le bombe
fumo dai piatti
la minestra è sul tavolo
lei copre una macchia
spostando il bicchiere
sulla destra
accanto ai coltelli
due cellulari carichi.
(p. 42)
*
Si specchia nei pixel limacciosi
frantumato in luce
cade nel vuoto
del suo riflesso
selfie
Continua a guardare
finché il mondo
scompare.
(p. 51)
*
Il pollice smaltato
sul corpo appena estratto
nel feed
scorrendo
il vetro di un brindisi
brilla tra denti troppo bianchi
sotto le raffiche dei flash.
(p. 54)
Antonella Sica, genovese, laureata in Lettere Moderne, è regista e manager culturale nel settore audiovisivo e cinematografico. Ha pubblicato Fragile al mondo (Prospero Editore, 2015), La memoria nel corpo (Rayuela Edizioni, 2018), L’ira notturna di Penelope (Prospero Editore, 2022) e Corpi estranei (Arcipelago Itaca, 2025), con cui ha vinto il Premio “InediTO – Colline di Torino”. È presente nelle antologie Singolare, molteplice (Puntoacapo, 2022) e Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea (Arcipelago Itaca, 2023). Suoi testi sono stati selezionati e premiati in diversi festival e pubblicati su riviste e blog letterari.




