
L’entropia del nido e la rilocazione tecnologica di Francesco Lorusso in “L’ultimo uomo”
di Rosanna Frattaruolo
«La terra sarà allora diventata piccola, e su essa saltellerà l’ultimo uomo, che farà tutto piccolo»1: è l’immagine profetica di Nietzsche che delinea l’esito terminale della civiltà occidentale, attribuendo all’ultimo uomo la responsabilità del trionfo della mediocrità e dell’anestesia spirituale. Incapace di creare nuovi valori, alla ricerca esclusiva di un benessere meschino e una felicità stereotipata, questo individuo vive una rassegnata e comoda apatia, rendendo, così, piccola la terra.
Nell’era contemporanea, l’avvento del nichilismo passivo viene storicamente decretato dal livellamento parossistico dello spazio e dell’experience: lo spazio si converte nello spettro dei non-luoghi seriali ed evanescenti, che violano il perimetro della casa; in essa vissuto interiore e sentimenti risultano standardizzati dai nuovi codici del consumo e dagli algoritmi digitali.
Nell’opera, a lungo meditata, di Francesco Lorusso – edita da transeuropa nel 2026 e distinta in due partizioni L’ultimo uomo e Le spore sperse – la topografia domestica e l’orizzonte urbano collassano – «se ci mancano i balconi nei fiori» (p. 49) – assieme al tempo biologico che viene annientato – «Il frutto ha perso la stagione» (p. 35) –, scardinando la fenomenologia dello spazio di Bachelard, secondo cui l’intimità ha bisogno di un nido.
In L’ultimo uomo la dimora ha smarrito la propria funzione protettiva – ormai «la vita si incide nel disastro / consegnandosi alla salvezza / di file sottili e zampilli di dati / dissipati fra i mille segni dei fedeli» (p. 52) –, facendosi terminale passivo di flussi biologico-digitali; tuttavia, la violazione del perimetro interno non avviene per via traumatica, ma per infiltrazione strisciante, così che neppure l’estate che è venuta «a trovare il muro del salotto / […] riconosce forse il nuovo arredo nella stanza» (p. 53).
Confinando il dialogo entro le finestre luminose dei display, l’autore inscena la sua spettrale rilocazione tecnologica. È inutile la compresenza dei corpi e si assiste alla smaterializzazione delle interazioni: «Nuove fonetiche / muovono le sere» (p. 31) e «la lingua [sfuma] sulla superficie […] che non fa confluire sangue sulla rete /e coagula solo minime macchie di pensiero» (p. 30); e, se «esiste ancora un riflesso […] / una parola abbandonata», questa migra altrove, ridotta a simulacro parassitario che imita una falsa prossimità – un’illusione che «il suo nome [sia] parente al nostro» (p. 7). L’ultimo uomo, colto nell’«arco buio sorvegliato dalle spalle» in una topografia alienante, è preda dello «squasso perduto dell’onda / [che] raccoglie luce nel liquido del bicchiere» (p. 7): solo «il luccichio dei vetri / sopravvive ai bocconi detti e dimenticati» (p. 36).
Distanziandosi da una linearità piana, i versi di Lorusso avanzano per continui inciampi semantici, modulando una sintassi inquieta che asseconda il fraintendimento perenne tra luci naturali e artificiali e descrivendo luoghi e superfici specchianti che mutano continuamente. Un lessico millimetrico traduce la rarefazione attraverso spie testuali disseminate lungo la raccolta: dai «cenni» (p. 5) e dai «riflessi» (p. 7) che aprono allo «smarrimento» (p. 11), fino alla distanza spettrale di quel «ti intravedo» (p. 14).
La dimora si trasforma, demolisce le pareti, assuefa nella convinzione di abbattere ogni distanza e seduce – «Seguimi nel vano di luce sedendoti accanto» (p. 54); ma in essa gli individui, «Penetrando il vuoto con la mandibola scarna», si scoprono scompaginati nei «sensi più vicini» (p. 24); anche «i sospiri della carne [diventano] macchie solitarie» (p. 54), frammenti disarticolati di un erotismo atomizzato «fra le carezze spente dei letti» (p. 36), «mentre l’amore si lamenta / e ciascuno nell’immagine stagiona» (p. 19). La stessa dinamica identificativa dello «specchio» si spoglia di qualsiasi capacità di riflessione interiore, per farsi schermo che rimanda un’immagine distorta di sé: «Adesso che nello specchio si è sperso / il graffio fisso sulla materia, tutto / sostenuto da sillabe troppo acute» (p. 18).
Anche nei «dieci minuti tranquilli» del rituale del caffè, la riappropriazione del linguaggio avviene attraverso la «parola che torna / a pronunciarsi sulla pelle dei polpastrelli», realizzando l’icastica allegoria dello scrolling (p. 18). L’alienazione invade anche il tempo libero delle «domeniche al telefono», quando «sediamo accanto / per i parchi dove smuove il vento / quell’oro frettoloso e spoglio» e la vicinanza fisica si riduce a un vuoto cerimoniale; è la comunicazione mobile a surrogare la presenza, producendo una deviazione cognitiva e sensoriale, una sfasatura in cui «parte una direzione errata / verso quello che si è imparato» (p. 19).
Così, con le «orecchie / schiuse attraverso i troppi tappi inseriti», costantemente investite da un «fiume vorticante / [di] dati sbagliati» (p. 36), si delinea l’ultimo uomo nietzscheano. Eppure, la traiettoria dell’opera rifiuta tale esito apocalittico del nichilismo passivo: occorre «stringersi alla parola / fattasi più insana e sola» (p. 35) perché privata della meditazione e la poesia di Lorusso conserva una tensione eversiva che si realizza proprio attraverso una catarsi della disconnessione: mentre «l’untore offre l’intruglio», giunge una possibilità di riscatto dalla «lacrima a video spento» che «liquefa tutte le tensioni» accumulate sullo schermo (p. 25), riconquistando la dimensione biologica del dolore e dell’affetto privato.
note
1 Chiude la prima sezione del libro “L’ultimo uomo” la citazione di F. Nietzsche – tratta da Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno (Also sprach Zarathustra, 1883-1885), a cura di G. Colli e M. Montinari, trad. it. di M. Montinari, Milano, Adelphi, 1968.
Estratti dal libro
da L'ultimo uomo
6.
Potrebbe anche non essere domani
la forza odierna del consumo
sul valore perduto dalle inflessioni
e dagli accecanti barlumi condivisi
in una maglia di petti ristretti
che attraverso i celeri percorsi
non creano più i cuori pronti,
oggi che tutto è così troppo presente
26.
Sfuma il liquido nella marea
la lingua sulla superficie senza segni
che non fa confluire sangue sulla rete
e coagula solo minime macchie di pensiero.
La velocità è l'enunciato suo
a questo giorno accomodante
dal fondale inaspettato
dove le corse smarrite dal fiato
rimangono distanti.
*
da Le spore sperse
10.
Sollecitare i limiti al respiro
oltre gli altri tralicci di luce
ora che l'aria si è deconcentrata
e l'idea rifratta sul video
ha tutti i suoi occhi chiusi.
Francesco Lorusso (Bari) è poeta e musicista. Sue poesie e interventi critici sono apparsi su riviste quali “Poesia”, “Atelier”, “Anterem”, e su diverse piattaforme online, tra cui “La Recherche”, “Carte Sensibili” e altre. Ha pubblicato le raccolte L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, 2014), Il secchio e lo specchio (Manni Editore, 2018), Maceria (Arcipelago Itaca Edizioni, 2020) e Due punto uno (Arcipelago Itaca Edizioni, 2025). L’ultimo uomo viene pubblicato nel 2026 da transeuropa edizioni. Sperimenta forme di scrittura condivisa e interdisciplinare: con Mauro Pierno ha realizzato il volume Tra i Tempi Tecnici (Edizioni Spagine del Fondo Verri, 2021); con il musicista Franco Degrassi ha ideato Decodifiche2 (2019), installazione acusmatica che fonde suono e parola poetica.




