a cura di Rosanna Frattaruolo

I partigiani dormono in piedi 
(sabato 17 febbraio 1945)

Qualcuno, furtivo,
chiamava di fuori.
Cantarono i galli la prima volta:
"Maestra, Maestra Giulia,
esci presto!
Vieni e mostraci la strada".
"Ma quanti siete
che manco v'abbiamo sentito venire?".
"Siamo in parecchi,
e ci cercano in tanti!"

C'era luna piena da maledire
perché faceva troppo chiaro
ed atterrava sulla neve
delle ombre morte, immense.
Sotto l'alto cielo d'inverno
fuori all'addiaccio,
vidi i ragazzi partigiani.
Sessanta? Ottanta?
Di più? Di meno?
Ma vivi o morti?

Presso la muraglia di sassi
del campo del vicino,
il sonno li aveva colti in piedi.
Sotto la luna dormivano,
strette fra le mani,
nell'incubo del rischio,
l'armi.
Oh, le giovani teste
eran crollate tutte,
all'improvviso, sul ciglio della ripa,
ad altezza d'uomo.

Dormivano in piedi,
i leoni del "Bixio"!
Alcuni supini, in pace,
altri di lato, scomodi,
a capo chino,
altri ancora con la faccia
dentro la neve.
Scomposti i baschi ed i capelli,
dormivano immemori
di guerra e d'odio.
Ed i sassi gelati d'argento
e la neve che s'improntava
al calore umano,
erano magici origlieri
a quel furioso sonno
di fuorilegge.

Dissi io
come fossi la dolente madre
d'ognuno:
"Lasciamoli un poco così,
per favore,
soltanto un poco,
che la guerra sia scordata
in un bel sogno!"
Potevo ben dire:
"Pietà per Turiello
che dorme la sua ultima note
qui in terra!"
Invano!
Impercettibile il segnale.
E gli uomini,
folgorati da un brutale avviso,
si eressero di scatto
svegli, straniti, torvi.
Ma, riordinate le belle persone,
composti e docili,
attesero il cenno per marciare
verso un qualsiasi punto
della rosa dei venti.

Né più guardavano accanto a loro,
tornata gelida e sola,
la misericordiosa muraglia,
che apprestato aveva
un cuscino candido di neve
al loro sonno,
breve come fiato d'angelo.
Un sonno di morti in piedi,
sotto la luna

[pp. 148-150]

*
Morte del Romanino in Cascine Avetta

Romani, partigiano senza anagrafe,
quella notte non ci fu posto per noi due
nelle case chiuse di dentro a doppio giro.
Ci accesero la stufa in una stanzetta,
cosparsero di paglia il pavimento.
I miei parenti, Dio li benedica!
vi stesero una vecchia imbottita.
Misericordia!
Con le mani insanguinate
ti tenevi contropancia l'intestino.
Rifiutato da tutti, sorretto da due accompagnatori
impazienti di concludere un'avventura da incubo,
avevi risalito la collina in quello stato
per venire a morire da me.
Ti guardavamo impietriti [...]

Mandai a chiamare il medico.
Un bel po' di viottoli al buio
in quella notte d'imboscate.
Eterna l'attesa.
Qualcuno tornò, solo.
Il dottore, per un minimo di sicurezza,
ci pregava di inviargli un calesse.
[...]
"Quando mai si lascia morire un cristiano
come un cane bastardo sulla strada?

Per la miseria! Ci vado io".
Rincuorato dall'esempio un altro lo affiancò.
Non era trascorso un quarto d'ora
che la porta, spinta con violenza, fu spalancata.
[...]
Fuggirono tutti.
Il filo di lamento, penoso messaggio
di una incalcolabile somma di dolori,
cessò.
Piccolo umile uomo del Sud,
morente scricciolo dal cuore d'aquila,
la dimensione del tuo Spirito
svettò a dismisura fuori del tempo.
[...]

[pp. 34-36]

*
Calendario partigiano

Si torna tutti a casa
coi bei nomi all'antica:
Pietro, Giacomo, Giovanni.
Li ripeté Cristo ad uno ad uno
nell'accoglierci per l'eternità.
Per il tempo che durerà il mondo,
furono trascritti in bella copia
sui registri d'anagrafe
dei municipi canavesani.
Per il bene che ancora ci volete
sono stampati adesso
sopra trecentosessantacinque pagine
di un calendario a sorpresa.
Li lasciammo in consegna
a padre, madre, fratelli,
varcando, quella volta,
senza voltarci, come stranieri,
l'infuocata soglia d'amore
di casa nostra,
che, appena varcata,
non fu mai più nostra.
Avviati senza scampo
al battesimo di sangue,
per farci coraggio,
ci imponemmo i nomi furiosi
degli elementi in rivolta:
Lampo, Folgore, Tempesta.
Eravamo maturi per il nostro destino.

Riponete con cura il guardaroba
i bei completi festivi.
Ci è bastato per sempre sottoterra
il vestito feriale della partenza clandestina
insanguinato e frusto.
Ora qui, dove è bandito il pianto,
qualcuno, misericordioso,
ci ha rifatti a misura d'anima
per la nostra eternità felice.
Sul conto corrente del buonsenso
la nostra partita, sbilanciata nel fallimento,
non fu mai conteggiata.
Ma a noi, carenti e sprovveduti
proletari dei campi e delle officine,
accorsi all'urlo di una crudele gestazione
di nuovi secoli opachi,
proprio a noi, da sempre,
viene rivolta l'ambigua domanda:
- Perché l'avete fatto?
Che alziate la testa.
Almeno una volta.
Per guardarci.

[pp. 258-259]

La staffetta capofila


[...]
Con dentro al cuore
la pena grossa della vostra partenza,
rimasti come orfani indifesi
ci affidammo alla Madonna.
Soltanto Lei,
uscita incolume e gloriosa
dalla violenza omicida del mondo,
pregata da noi,
poteva inviare, all'istante,
l'Angelo della fuga in Egitto
per precedervi e sviare la morte annunciata.
Fuori, nella notte,
dietro di te e delle tue compagne,
a calcolata distanza,
cronometrando il tempo sulla misura del proprio passo,
procedeva a disagio la lunga fila di partigiani.
In quella notte senza stelle,
arrancando nella neve alta,
fatale sudario bianco
steso all'infinito sulla terra morta,
gli uomini armati ed impotenti
seguivano, col cuore in gola, la tua sorte,
staffetta capofila.
Un filo di destino gettato sull'abisso
per la salvezza di tutti.
Inatteso, nella disperazione
avvenne allora il miracolo.
Folgorati dall'impari confronto,
nel cuore di ognuno,
come sorprendenti rose del delserto
si rivelarono pensieri nuovi
d'esaltante struggente tenerezza
per le tre donne che li sopravanzavano,
per tutte le donne che li avevano sopravanzati,
inestinguibili sorgenti
di vita e di speranza

[pp. 261-262]

*
Fuga dall'olocausto

A quei tempi
soltanto mani partigiane
potevano spogliare, la sera,
l'orfano bambino circonciso,
tagliato alle radici
della sua tenera infanzia.

[...]
Disancorato dalla paura,
al sicuro, tra corpi adulti
fidati e caldi,
il bambino, in sogno,
tornò a sorridere agli Arcangeli dei Profeti.
[...]

[p.252]

I testi a seguire sono stati estratti da alcuni pannelli di ceramica realizzati dagli studenti del Liceo Artistico F. Faccio di Castellamonte, sotto la direzione di Sandra Baruzzi che ringraziamo per averci affidato il materiale pubblicato

per saperne di più: Progetto Cossano A.S. 2012-2013, Liceo Art. Stat. F.Faccio - Castellamonte (TO)
: Museo all’Aperto Arte e Poesia “Giulia Avetta” (MAAP) - Cossano Canavese (TO)

*
Il ciliegio di casa nostra

[...]
Ha messo rami teneri
ad ogni primavera
e, di quest'anno, a giugno,
per la strada, i passanti
indugiavano un poco
per guardare le belle
ciliegie rosse.
[...]

*
La mia razza

Io sono di una razza insonne
che spia d'inverno
il germogliare pallido del grano
dentro gli spacchi lividi di gelo
e che, d'estate conta l'ore a stelle,
balzando al primo cicaleccio di rondine
sotto la gronda
[...]

*
Anniversario di Adriano Olivetti

[...]
Sopra di Lui
finalmente!
sta in silenzio il cielo.
Tanto in alto sta
che non si vede, no, di lassù
questo tumulo anonimo
di cimitero canavesano
con una croce militare.

Amavamo la terra! Lui ed io:
eravamo Amici!

*
Non ci sarà più nulla

[...]
Sarà come la sabbia fine
che, per gioco, seduti sulla spiaggia,
facciamo scivolare dalla mano
finché la mano è vuota

*
La processione della Madonna

Passa la processione al mio paese
con la Madonna, a spalle, tutta d'oro:
giovani donne salmodiano un coro
d'antiche laudi da ben tutti intese.

La vecchia nonna sulla soglia prega,
tenendo tra le braccia il più piccino.

*
Quel giorno

[...]
La terra ruotava nell'aria
d'immobile vetro
[...]
Disteso sul sasso
nemmeno fuggiva il ramarro
al mio passo.
[...]


in copertina: ritratto di Giulia Avetta, M. Francesio Maglione

Giulia Avetta nasce a Cossano Canavese (Cascine Avetta) il 12 aprile 1908 da genitori contadini. Frequenta la scuola elementare a Cossano e per la sua bravura la famiglia le fa proseguire gli studi all’Istituto Magistrale Moreno di Ivrea. Con il diploma magistrale inizia la sua carriera di insegnante prima a Racconigi, poi a Ribordone, quindi definitivamente a Cossano dove dedica la sua lunga esistenza all’educazione di generazioni di Cossanesi: l’impegno di quaranta anni di insegnamento viene premiato con la Medaglia d’oro all’istruzione. Prende parte attiva la resistenza dal 1943 fino al termine della seconda guerra mondiale, partigiana disarmata sempre pronta a dare ai perseguitati un rifugio e ad adoperarsi anche a rischio della propria vita per la loro salvezza. E’ stata sindaco del suo paese per tre legislature ed ha promosso la costituzione del Consorzio Irriguo Adriano Olivetti per valorizzare l’agricoltura del suo paese e l’acquedotto consorziale di Masino per fornire acqua potabile a tutti gli abitanti. Poetessa di raffinata sensibilità artistica con poesie schiette e vivaci ha celebrato il mondo contadino e la terra canavesana pubblicando due volumi di poesie vincitori di concorsi nazionali nel 1955, e nel 1981 un terzo volume “Poesie e racconti” a cura di G.B. Trovero. Muore il 24 ottobre 1987 lasciando un grande rimpianto in tutti coloro che l’hanno conosciuta ed amata.

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