a cura di Rosanna Frattaruolo
Luoghi “Siamo luoghi di attese tradite – di parole sottili. Siamo giardini – rose - rovi – ispidi – silenti - rabbia sottesa – pianto che inonda e trascina via – le mani rubate - le labbra -appena sfiorate - gli odori nella carne - attorcigliata ai desideri - quelli mai detti – solo letti”. (dondola – dentro sé – la bambina allucinata) Di carne - marcia Rosicchia fino al fondo ogni cosa - memore atavica di fame mai dimenticata. Sputacchia feroce le ossa - rotte - aggrovigliata in conti sospesi - in infinti non ritorni. (orizzontale - infame - guarda orizzonti verticali - dove nessuno l'ha mai guidata) Battuta L'hanno battuta - quasi abbattuta a suon di grida sopra la testa - si dispera - sbraita - accusa - disconosce - rammaricata - mai - davvero - perdonata. (e se riuscissimo a farle capire quanto è sbagliata?) Magari si elimina da sé (pensano - i benpensanti)
Dalla prefazione di Davide Toffoli.
Storia della bambina infranta (dialoghi – nudi) è un progetto che sceglie di unire la parola alla rappresentazione grafica dei versi, un ambizioso ragionamento in versi sul “femminile” che, da generazioni, fa i conti con pregiudizi, luoghi comuni, sensi di colpa e paure ancestrali. […] Si tratta di un’indagine a partire dall’utero fino ad arrivare oltre la morte stessa e che porta con sé le storie di un’unica donna, la bambina infranta, la quale parla in maniera intermittente – per sempre – all’interno di ogni donna, purtroppo spesso destinata a restare inascoltata. Le poesie sono il frutto di un lungo percorso interiore e stilistico: il cercare di dare forma a questa voce che batte, appunto, da dentro fino ad esplodere in maniera sconsiderata in un mondo reale che fatica a contenerla. Da qui nascono l’uso del trattino, dei dialoghi, delle parentesi, caratteristiche peraltro già fondanti della poesia di Luisa Trimarchi. […] Una caratteristica evidente è il sapiente uso di onomatopee che ricorrono per interi versi: “toc – toc – cupa – tic – tic –”. Difatti la bambina è dilaniata e frammentata come il verso stesso dell’autrice, che diventa mimetico e che, camaleontico, si trasforma per assecondarne le ferite. […] La bambina è spietata, sia dentro sia fuori da sé, non lascia nulla al caso, esplora, colpisce, lascia il segno, si staglia nei riflessi dei frammenti di uno specchio infranto. A tratti si scopre muta, strozzata, ma scalpitante di vita ritrova sempre il passo. La prospettiva stessa della morte è quella di un ritorno nel grembo perduto. […] Il percorso di questo libro si palesa nell’obiettivo ambizioso ed esplicito di “Gettare semi nella terra – / con fiori sbocciati al femminile”. Persino la morte, in quest’ottica, approda in un assoluto atto d’amore e quindi di resurrezione; la bambina sembra accettare serenamente, ma con piglio da combattente, anche l’ultimo passo: “Morire / soli – di solo / amore”. Per prepararsi, naturalmente da seme, di nuovo a tornare.
Dalla postfazione di Filippo Golia
A una prima lettura appaiono evidenti alcuni tratti: lo stravolgimento di uno dei temi fondativi della nostra poesia, quello del fanciullino, qui rovesciato in un suo doppio femminile e demonico; la riproposizione dei festosi teatrini palazzeschiani, virati al Grand Guignol; la forte impronta di Giorgio Caproni nell’icasticità metafisica dei versi più brevi, nei rovesciamenti, nelle interrogazioni, nel doppio registro giocato tra affermazione e negazione, esserci e non esserci (soprattutto grazie alle parentesi). […] Guardando più a fondo si assiste a un’unica, complessiva visione. […] La morte della bambina è quasi rituale e insieme è tante possibili morti reali: la morte insita nel distacco madri/ figli, la morte degli aborti, ciò che di morto ci portiamo sempre addosso, la morte del bambino che siamo stati, e così via. Ma più che morta la bambina, si precisa in una poesia, non è mai nata, mai venuta alla luce. Per questo – recita una profondissima saggezza di donne – è ancora sempre possibile che nasca. E in tale meccanismo c’è l’intuizione del ciclo, di tutti i cicli: da quello mestruale agli immensi cicli cosmici. È lo spirito della grande madre che respira nel libro: è lei la bambina infranta, che viene ricomposta con pazienza, di morte in morte, di nascita in rinascita. […]
Luisa Trimarchi si è laureata con lode, in Lettere, all’Università “La Sapienza” di Roma. Insegna letteratura in un liceo scientifico, a Cremona. Nel 2021 pubblica la silloge Versi della dimenticanza (Transeuropa), nel marzo 2022 Le stanze vuote (Controluna). Nel 2022 si aggiudica il secondo premio assoluto al concorso “L’arte in versi” dell’Associazione Euterpe e tre suoi testi (tratti dalla raccolta inedita Storia della bambina infranta) sono selezionati e pubblicati in Singolare/Molteplice (puntoacapo), antologia ufficiale del Premio “Bologna in Lettere”. Partecipa a poetry slam, reading poetici e incontri; realizza inoltre podcast e gestisce uno spazio settimanale su una radio web, (Il Radionauta), con una rubrica di poesie, Coordinate poetiche, dove legge i propri testi. Interessata da sempre alla commistione dei linguaggi artistici, sperimenta forme di video poesia e sintesi grafico testuali. La raccolta Storia della bambina infranta (dialoghi – nudi) viene pubblicata da puntoacapo nel 2023, con la prefazione di Davide Toffoli e la postfazione di Filippo Golia





