a cura di Rosanna Frattaruolo

XIII – Cosa fu 

in stallo
di cavità orbitali al mistero
accadiamo
il frutto non sa il fiore
e così, di regresso in regresso
più a pensarla più s’affina
la radice dell’ignoto


*
Fu che le dita presero a tremare; fu la nube
a montare pesta da lontano; fu che ti dissero di valere
il buco del soldo; pupille dal fondo

a sperare ala o corda o scala
fino a implorale più; o ritrazione d’arti in spasmi fu
mentre la casa nella notte fioriva degli altri

respiri di quiete. Ma più a ritroso, più in origine
e ancóra; prima dell’Alfa, prima del baciarsi
di lame nel taglio a fare due

nella luce rosa dell’amnio non sapere cosa fu.
[...]


XIV – Claire

Oh, guarda, guarda più a fondo.
Nell’in se d’ogni cosa dimora l’incompiuto.
La terra accoglie i semi calàti dal palmo nel solco

persino il silenzio si fa ventre di suono.
Vedi, tutto riceve. Anche l’oggetto si sostanzia
solo quando lo si afferra.
[...]
Io ti imploro: avvèrati, avvèrati Claire; è non essere
stare in boccia in eterno; e se non in me

in ogni dove di carne tu voglia
in ogni sangue tu creda più affine o meglio per te.
Altro ovviare alla morte non puoi

non puoi, Claire.


XV – Ruderi di cielo

ama l’addio della foglia
ogni quieta dolcezza dello sfiorire

sono silenzi d’occhi nella luce svilita

riconoscere nella prova occasione
le trame nere e nude, loro pasqua

in fioritura



XVI – Sarebbe stato incanto

Che dire della transumanza delle nuvole
spumose di sole nell’azzurro; del loro pascolo
[lieto

degli shanghai di luce filtranti tra le chiome
quasi liberati dal pugno appena schiuso di Dio
Delle alture, che sotto la stellata in fremito della

[valle
avrebbero assunto nel blu notte la sagoma
di bisonti accovacciati?

[...] Dire: sarebbe stato incanto
per quel tutto declinarsi in atto d’offrire.

Che la rosa del sangue sarebbe dovuta erompere
dal petto, e nell’aereo al cielo innervarsi
di vene e arterie, farsi povero obolo


XVII – L’evento degli eventi

l’autentico del sé
a se fedele

farne presenza, parola

ché tanto non v’è fuga, risale
si ricaccia dagli abissi dove in onta lo confini

pervicace sempre erompe
il mio, il tuo vero



XVIII – Il punto

Accadrà, dici. Gli orchestrali chiuderanno
gli spartiti; non una biscroma in più del resto
da leggere. Qualcuno alzerà un saluto

sulle monete degli occhi
ma non un cenno di commiato potremo loro.
Pochi altri, dalle sponde diranno – ecco

lo porta il fiume – e sulle punte, naso all’orizzonte
di foschie e più in là, scruteranno un punto
solo un punto, e di quel punto poi

il suo ardere sulle acque ne
e di lì, in breve, scomparire. E insisti, accadrà.
E così ostinata di sé, che seppure vorresti

non fosse, accadrà [...]


XIX – La fioritura vasta delle ombre

indugiasti, lì
davanti allo specchio


e a lungo, gesticolando


ma nulla, non ti restituiva
faceva di te inesistenza

ti ridiede poi
- ma non sapesti dire in cosa -


in qualcosa, in altro



XX – È sempre ipotesi, nulla più d’un forse

La pagina arde mentre la si volta.
E tu sei lì, assorto nel misero splendore della
sua gloria, nel pugno d’aria del suo breve
[incartocciarsi

e poi mutare, in un calarsi di farfalle nere.
[...]


XXI – Nostalgia della luce

[...]
Cosa dovrebbe mai essere

la mia, la tua ombra, se non nostalgia della luce?
Ed io, ne ho così febbre
che l’ombra che emano dal volto

– o la spiovenza di bemolle che mi cala sugli occhi
certe sere di persiane chiuse –
è nient’altro che brama di luce, implorazione

del suo avvento, fede nella sua epifania.
Mi dici grigio, ammantato dallo scialle buio
della malinconia; e scuoti il capo, beffeggi
[...]


XXII – Accogliere l’ombra di sé

Nulla di ciò potrà impedire i tuoi occhi crollino
[liquidi
per il miracolo di essere al mondo; passarsi

un palmo sulla guancia
muovere il bacio allo specchio che ti guarda
più laddove ti amasse nessuno. [...]


XXIII – Ma di’ soltanto una parola

a quale più affilato sguardo
a che imo o apice dell’avvertimento


a quale grado d’ossessa vigilanza
o più infitta allerta d’udito - mi chiedo -


la voce, la carne?

noi s’è qui, si attende


XXIV – Essere per sempre

[...]
E non mi dire, amico
più onorare si dovrebbe l’esistenza
a motivo del finire: viverla appieno, non farne spreco.

Tutto vero.
Ma l’esistere in parentesi – come tu dici –
tra nulla e nulla non mi basta.

Sarebbe ben spiccia filosofia, comodo quietarsi
di placebo. No, amico, no; non tiene
non tiene l’argomento; non me lo caccia dal cervello

l’imo tarlo, del mio volere essere per sempre.

Carlo Giacobbi è nato a Rieti nel 1974. Nella città natale risiede e lavora. Ha manifestato, sin dalla giovinezza, interesse per la poesia, la letteratura, il teatro, la musica e il canto. Ha vinto numerosi concorsi nazionali ed internazionali. È stato finalista al Premio “Lorenzo Montano” nel 2021 e È nelle redazioni di Arcipelago Itaca e Versante Ripido. Collabora con Macabor editore. Intensa è la sua attività di critico letterario che si affianca a quella di organizzatore di laboratori di scrittura poetica, nonché di reading e conferenze sulla poesia. Ha pubblicato, da ultimo, Abitare il transito (Arcipelago Itaca), Vicende e chiarimenti (Puntoacapo), Anche quando è malora (Arcipelago Itaca), Erbe d’esilio (peQuod, 2024)

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