a cura di Rosanna Frattaruolo

Terre di confine  

disperdono tra i sensi
una moneta d'ombra
e bevono la quiete
con bocche di ieri


*
il profumo di alcova
l'approdo
il cavo racchiuso del fiume
tra le fonti silenziose:
uno solo
è il canto impenetrato

*
qui di nodo in nodo
ricresce il sambuco
nutrito d'acque e cespugli
con suoni di terra e di gelso
e preme la vita dalle colline
dai declivi erbosi e dalle fonti
spiegando case
a porzioni di sole

*
così riprende dal ventre delle cose
un'altra stagione
in questo tempo che ritorna
ed è già fuga
e porge a poco poco l'albero curato
la linfa segreta sotto la corteccia:
io lo vedo, chinarsi a sussurrare
a raccontare ai sassi le sue fronde
è la sua voce ad ardere in silenzio
è lui che offre umida la sera

*
Villa Chiara

la forgia la macina il volto
le voci rinserrate, un corpo
(l'uomo è in piedi, brandisce la sua lama)

*
il mugolio il seno il broccato l'umido del letto
rubarle il sangue i ruscelli il fuoco dei capelli
("ancora!" diceva)
ma al viale il mercante grida merci in strada
e la chiesa ripete ancora

*
le rétine impigrite il suolo gli ologrammi
il sogno l'aguzza tela il brando
nulla è deciso: l'alcova di cielo le nubi
la casa delle scolte i vecchi
che conducono le menti al passo

*
l'uomo-ombra è vicino mi scuote
sorride non parla, inventa riflessi respira di
bianco muove gli affanni lui ferma le menti
(ceneri e umori dissolvono, mondi-cimenti
leggiadri o fasulli cavalieri del sonno,
destrieri pazzi-infuocati-teneri-quieti
afferrano briglie capelli e scintille)

l'uomo-ombra, avvicina la mano
sospira, lesto carpisce

*
Sorte di lupi

nelle chiome di quiete
a suoni inavvertiti
passo dopo passo
da strofinare
misurano la terra
con segni di confine

*
con corpo chiaro e un ventre solo
le impronte della caccia

*
Arcani

nel fondo di anatemi impronunciati
la fenice acqua
e il transito ribelle


*
inganna le case
nel buio ricolmo
nel vento:
da sempre l'inverno
rimane nell'aria

*
dove posano le ombre
con labbra mute
a serbare

Dalla prefazione di Mario Marchisio.

Tentando una prima sintesi di Terre di confine, dico dunque che Giorgio Favaro si colloca nell’ambito di quei distillatori di brevi composizioni che impongono con gesto autorevole la propria autonomia, cammei sapientemente cesellati e pazientemente distribuiti in una concatenazione (la raccolta di poesie) che li imprigiona allo scopo di farle maggiormente risaltare. […] In questa “poesia dell’io disperso, frammentato, che si ricompone non a poco a poco, come magari farebbe piacere ai cultori dello Storicismo, ma semmai per uno scarto, che non sai fino a che punto sia natura e fino a che punto sia cultura” (F. Trinchero), un ruolo determinante compete alla ricerca della sonorità magica di ogni parola, di ogni accento, tessere di un mosaico sviluppatosi alla luce meridiana del dire


Giorgio Fàvaro (Torino, 1958) è medico omeopata agopuntore, poeta e scrittore. In poesia ha pubblicato La città e la stanza, in Sette poeti del Premio Montale, Scheiwiller, 1993, con prefazione di M.L. Spaziani confluita in Passaggio urbano (Ed. dell’Orso, 1994 e Terre di confine (Joker, 2000), segnalati come libri editi al Premio Montale. Ha tradotto testi da OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, a cura di A. Emina (Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004). Nonostante alcune successive presenze antologiche (tra cui Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta, puntoacapo, 2012) si è successivamente dedicato alla narrativa fantastica pubblicando quattro romanzi (Padrone del tempo, 2008, Custodi di pietra, 2013, Rigenesi, 2018 e Anomalia, 2022).

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