a cura di Rosanna Frattaruolo

Il soggetto mostra 
chiari segni
di un equilibrio mentale
precario:
ha abitato per poco
il ventre materno.
Non è mai nato.

*

In principio era la caverna la tua dimora.
Accogliente aspettava
di vederti crescere le gambe.
Come una sorta di parabola, le mie,
sorreggevano il mondo intero,
ma non bastava.
Serviva qualcosa di più forte.
Una matrice di ruggine o metallo che,
seppure dura, ci apparteneva.

*

Mio figlio è venuto a portare pietre.
Leggo in alto il suo nome:
è scritto in rosso.
Ha la pelle cadente,
una bocca
dal sapore di minerale.

Tutto in lui è cancellazione.

*

Mi somigli nei tagli delle mani,
lungo la linea della bocca,
fra lo spazio che ti rende vivo
e quello che ti strugge.
Piccolo corpo, sei, dentro il mio.
Quantità assoluta
di un bene mai provato.
Cordone,
anima, pancia.

Ancora di salvezza
senza nemmeno arrivare a fondo.

*

Voglio adottarmi intera
imparare a tremare,
vedermi unita, mai più separata
un pezzo a destra, l’altro,
a sinistra — combattuta
pure di me stessa.
Accogliere la paura,
fiorire in trasparenza

voglio smettere di morire
un po’ alla volta.

*

Vorrei dire di essere bella:
una donna, alla mia età
avrebbe diritto a farlo,
ma ci sono strati vulnerabili
a circondare le ossa, filamenti
bianchi che non sono capelli,
piuttosto radici di una chioma
sepolta, passaggi di terra e spine
con pochissima acqua intorno.

*

Quando per sapermi morta
ho procurato quei tagli
lungo la pancia, questo corpo,
— incapace a separarsi —
mi ha lasciata pure scalza.

Ora, è a piedi nudi
che abito l’altro mondo.


*

Mi è sembrato di vederti in trasparenza:
il corpo sbiadiva nell’ultima infanzia,
veniva incontro, mi uccideva.
Finirò per essere tela scarabocchiata,
una vecchia
con più rughe sul cuore che sul viso.

Nel tuo nome sarò crepuscolo
in un giorno che non cresce.

*

Qualcuno infilava le mani
dentro il mio utero
per scoprirti fragile
e già abbastanza grande.

L’addio è avvenuto prima.


Da Nominare la perdita, rompere il tabù: versi per un bambino mai nato di Francesca Del Moro.

[…] Il lutto conseguente all’aborto, in maniera in parte analoga al lutto per suicidio, viene spesso vissuto in sordina, senza cercare o ricevere appoggio esterno, per paura di ritrovarsi oggetto di un giudizio che può consistere nella condanna della scelta o nella sottovalutazione del dolore conseguente. La discussione ancora fervente intorno alla legge 194 ha portato a vedere l’aborto perlopiù come una questione politica o religiosa, trascurando gli aspetti psicologici. Comprendere che un aborto volontario implichi un lutto non significa mettere in discussione il diritto delle donne a ricorrervi: significa non lasciarle sole ad affrontarne le conseguenze.
Il libro di Patrizia Baglione racconta questa solitudine e allo stesso tempo la contrasta rompendo il silenzio per portare il tema all’attenzione di tutti. […] È sola la voce poetica che risuona in queste pagine: sola in uno scenario distopico, un luogo privo di coordinate in cui ogni tanto affiorano dettagli generici (cielo, radici, alba, terra, vento, ponte, sole, luna, acqua, violette, pietre). Un oltremondo (Ora, è a piedi nudi / che abito l’altro mondo), nel quale ormai tutto è male, tutto è grembo e non c’è nessuno a parte la madre e il figlio mai nato. Non ci sono altre voci a disturbare l’intensità del dialogo a due, il tentativo di conservare un legame che è fisico e spirituale insieme. Figlio mio, figlio caro dice Patrizia, pronunciando ben 10 volte la parola “figlio” a scandire una sorta di preghiera che richiama Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi. E per 13 volte ripete la parola madre, a partire dal titolo stesso del libro, lasciando spazio una sola volta al più colloquiale Mamma, che è il figlio stesso a pronunciare, contraddicendone però la dolcezza con la successiva immagine violenta, che come in altri luoghi del libro (si vedano le stelle spolpate) rimanda alla dimensione dell’incubo: Mi vedi? Son fatto di buchi. […] Occorre quindi una capacità percettiva nuova per mantenere aperta la comunicazione. E Patrizia la ritrova nella sfera del sacro. Si è già accennato alla sacralità della maternità: quella che qui viene sacralizzata è una maternità negata, perduta, quasi scappata di mano. Una maternità che, se non si compie dando alla luce e crescendo e poi guardando crescere il proprio figlio, non per questo è manchevole di sostanza, di identità, di amore: un amore definito sprecato, che tuttavia supera le galassie. […] Le poesie di Patrizia Baglione sono brevi, lapidarie, taglienti, chiamano le cose col loro nome, non perdono mai compostezza né potenza immaginativa. Hanno il coraggio di attirare lo sguardo su una realtà che si tende a semplificare in favore di battaglie ideologiche. Vero è che la perdita di un figlio nel grembo, che sia accidentale o frutto di una decisione più o meno sofferta (e la voce che qui parla è riferibile a entrambe), può risultare in un trauma tale da sconvolgere la vita di una donna. Solo chi ha vissuto una simile esperienza sa quanto fosse profondo il legame che è stato spezzato. Imponendosi per maturità e misura, questi versi ci svelano la portata dell’amore e della perdita, portandoci a posare uno sguardo attento su un tema delicato e universale.


Patrizia Baglione (Arpino, 1994), già laureata in Scienze dell’educazione, studia per conseguire la laurea Magistrale in Linguistica Moderna. I suoi testi sono apparsi in diverse riviste letterarie: «L’Astero Rosso», «Poetarum Silva», «Inverso», «Transiti Poetici», «Poesia del nostro tempo», «Atelier», «Formafluens Megazine». Ha pubblicato La mia voce (Quid Edizioni, 2019); Malinconia delle nuvole (Kimerik Edizioni, 2020) – silloge presentata su Rai Radio Live – e Nero crescente (RPlibri, 2022); quest’ultimo recensito da Franco Manzoni sulle pagine del «Corriere della Sera» nella rubrica ‘Soglie’. Nel 2020 ha vinto il Premio Kalos alla Cultura. Lavora come addetto stampa e divulga poesia su vari canali. Dirige il blog «Versolibero». È redattrice di «Laboratori Poesia», «Lucaniart Megazine», «Larosainpiu, «Emme24», «litblog Finestre». Collabora con «Pubblicazioni Letterariæ» e con Giovanna Frene per «Inverso».

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