
FUOCO GRECO – Appunti per un poema insulare – è la neonata silloge poetica (Collana Onice – Giuliano Ladolfi Editore, 2024) di Francesco Costa, arricchita da una nota finale a cura di Carlo Ragliani. Trentatré liriche che l’autore dedica “A Venezia”, città in cui vive e lavora, benché di origine bellunese. Piccolo e curatissimo volume dove la poesia trova spazio consono all’esaltazione della parola, del verso, del ritmo e di un suono quasi malinconico, che regala all’intera raccolta uno stile classicheggiante ed elegante senza perdere la contemporaneità del costrutto. Un percorso intricato quello di Costa, quasi a voler sfidare il lettore nella sua esplorazione poetica e comprensione, utilizzando interessanti stratagemmi – dal fuoco del titolo contrapposto alla palude dei luoghi – o nell’utilizzo di parole tipicamente legate al territorio. Leggeremo di barena, di briccole, di maxegni inseriti in un contesto poetico affinché il coinvolgimento e l’immersione nel luogo del racconto sia il più possibile reale e veritiero.
Due citazioni introducono alla lettura: una di Ippocrate (“ciò che non curano le medicine lo cura il ferro; quello che non cura il ferro lo cura il fuoco; quello che non cura il fuoco, bisogna ritenerlo incurabile” – da Aphorismoi, 7, 87) e la seconda di Cesare Pavese (Saffo. Ma tu lo senti questo tedio, quest’inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto – da Dialoghi con Leucò). Ebbene, si tratta di due scelte molto particolari ed appropriate, apparentemente inconsuete, che mettono l’accento su due potenti elementi terrestri: il fuoco (come mezzo curativo) e l’acqua (qui intesa come inquietudine marina). Ed è proprio attraverso quest’ultimo elemento che l’autore entra nel libro “incastrato il piede / in questo suolo di barena” (tipica terra emersa dalla laguna), “la messa delle briccole / s’accorda con la nebbia” (riferendosi alle strutture di legno di quercia che indicano la profondità dell’acqua). Queste torneranno verso la fine, assumendo inquietante vitalità nei confronti del poeta che, strisciante, sente di “evitare lo sguardo rapace delle briccole” e nel contatto con il suolo c’insegna dei maxegni, tipici blocchi di pietra squadrati usati per la pavimentazione delle strade.
Da qui diparte il cammino poetico di Costa, all’interno di una città quasi disumanizzata, non più descritta come la più amata e carnevalesca fra le italiane, patrimonio mondiale di bellezze architettoniche, ma piuttosto come luogo di perdizione dell’anima e di interrogazione sul futuro. Un viaggio che si tinge di penombre, dov’egli ci ragguaglia “verrà l’inverno / che ammazza e crepa i legni / umidi di lacrime e sudore e saliva”. A tratti un viaggio dantesco quando decide di citare “Cocito”, fiume infernale riferito già da Omero ma anche quarto e ultimo fiume dell’Inferno (IX° cerchio) come strumento di pena: “…e questo piccolo Cocito / due volte l’anno in cui tanto / avrei voluto annegare / resto come un chiavistello /incastrato dal freddo / o tetto che prende la brina”. E mentre si accorge del “dio addormentato” ci descrive e parla del degrado, del suo sentire e del suo vivere in una città che quasi non gli appartiene, dove si attende cadavere e si scova carogna.
Nella bellezza dell’immaginario poetico tutto è stravolto da un sentimento umido, nero e solitario di un poeta che cerca e che ricorda. Difficile comprendere come un fuoco possa rappresentare la città dell’acqua per eccellenza. Eppure questo è possibile nella sua coerente visione distruttiva se pensiamo che il “fuoco greco” era una miscela usata dai bizantini dal 668 in poi, per attaccare i nemici con l’intento d’incendiare il naviglio avversario e difendere posizioni strategiche sulle mura. La sua efficacia bellica era legata alla sua caratteristica intrinseca che permetteva agli incendi causati dalla miscela di non essere estinguibili con l’uso dell’acqua, che invece ne ravvivava la forza. Questa potente immagine rende giustizia all’intento del “poema insulare” permettendoci quasi di vedere il poeta camminare in radure desolate e bruciate, tra le paludi veneziane, nel solitario dolore e dove per quanto velate e timidamente nascoste, esistono le profonde ferite dei sentimenti amorosi – “delle inutile attese / che si stata, ricorderò / i viali rovinati / dell’avambraccio / che avrei riempito di pozzi e traverse / per non far passare le macchine”. E così “entrambi sconfitti / soli e sfiancati / dislocati i bacini e le labbra / sporche di menzogna e salive / abbandoniamo il campo / per il feudo rispettivo”.
Quasi un viaggio epico insulare, introspettivo e futuristico, volto al proprio sentire o all’attenzione che gli occhi odierni, indifferenti e cinici, evitano di guardare? Credo non sia corretto dare e ipotizzare risposte: lo spirito magico del libro risiede proprio lì, nel dubbio esistenziale del presente. Il giovane autore che dice “striscio – sono / m’avveleno – solo, sono / sono e non sono chi sono, ch’è meno di tutto”. Sarà il fuoco a chiudere questa silloge, così come c’insegna il titolo e in contrapposizione ai primi passi sulla terra lagunare; l’intento di preghiera ci deluderà ancora. Siamo “codardi, indietreggiare” probabilmente rappresenta il verbo più attuale della nostra generazione.
Nota di lettura a cura di Antonio Corona.
Estratti da FUOCO GRECO
Prepàrati
con coperte di sale
di carne e di pesce,
prepàrati, verrà l’inverno
che ammazza e crepa i legni
umidi di lacrime e sudore e saliva,
verrà d’oltre le acque verdi
con tamburi e pelli e muschio
per gelare i porti e far male ai piedi
per gelare i tetti e baciarti il collo
dirti all’orecchio
che a casa manchi
che il mare è una finzione
l’estate un inganno
la vita un bosco
immenso
a febbraio.
***
Combusti infine
come una foresta o un futuro
un atollo qualsiasi, sprofondati
leveremo preghiere che hanno forma
di muri, salmi trafficati e ostie di ferro
per non guardarci negli occhi
codardi, indietreggiare.
Francesco Costa – Nasce a Belluno (1992), è laureato in Scienze Internazionali e Antropologia, vive e lavora a Venezia. I suoi versi sono apparsi in varie riviste (Poetry Factory, Il Visionario, L’Altrove, 210A, Atelier, LaboratoriPoesia, Asterorosso, Poesia Ultracontemporanea) e nell’antologia Inno all’Infinito curata da Bruno Mohorovich (2021, Bertoni). Scrive pezzi di prosa fantastica per Il cucchiaio nell’orecchio e le sue opere di fotografia e pittura sono raccolte nel sito www.thisminimalshit.com. È autore del fantasaggio satirico-filosofico Manuale di filosofia fantastica (2022, Link) e delle raccolte di poesie Cipango (2020, Ensemble), La Foresta dei Cedri (2022, Ensemble) e Castigo (2023, Nulla Die). Fuoco Greco è il suo ultimo lavoro edito da Giuliano Ladolfi (2024) per la Collana Onice.




