a cura di Rosanna Frattaruolo

Raffaele Floris della poesia dice

Mi piace citare Pasternak che, nel giugno 1935, al Congresso Internazionale degli Scrittori per la Difesa della Cultura (Parigi), affermò: «La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri piedi, e bisogna soltanto chinarsi per scorgerla e raccoglierla da terra; essa sarà sempre troppo semplice perché se ne possa discutere nelle assemblee; essa rimarrà sempre la funzione organica dell’uomo, essere dotato del dono sublime del linguaggio razionale […],». Questo significa forse che dobbiamo tornare al linguaggio di Petrarca, o, peggio ancora, all’Arcadia? No, certamente no, ma Pasternak in quel momento stava dando un colpo mortale all’idea che l’arte potesse essere pianificata a tavolino da un comitato politico (e oggi potremmo dire “artistico”, o “civile”, o “accademico”). Rimango sempre un po’ perplesso dalla nutrita schiera d’intellettuali, poeti, narratori, che tutti i pomeriggi fanno merenda a pane ed etica. Si potrebbe anche optare per lo zabaione, qualche volta. Scorgo inoltre un eccesso di accondiscendenza — se non di autoassoluzione — nei confronti di elementi ideologici che non di rado tentano di conciliare il cosiddetto riformismo con elementi più smaccatamente antagonisti. Ai miei tempi o si era socialisti o si era liberali, non tutt’e due e a seconda di quel che fa più comodo dire: cos’è successo nel frattempo? E non c’è forse bisogno di un antifascismo che dev’essere addirittura pre-ideologico, come avvenne durante la Resistenza? La poesia, in altre parole, può soltanto offrire una visione che, pur partendo da elementi che possono anche essere autobiografici, non ceda il passo di fronte alla “logica binaria che ha ormai preso il sopravvento […]; il pensiero tecnico ha determinato la svolta antropologica della persona da homo sapiens a homo videns” (Francesco Macciò, L’universo in periferia, ed. Moretti & Vitali 2023). Un salto, insomma, non so se di qualità.


La sua poesia ci dice

da da Mattoni a vista, puntoacapo ed. 2017


…la primavera era primavera anche in città.
Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita,
cresceva e rinverdiva ovunque…” L. Tolstoj, Resurrezione


La primavera non si può evocare
nell’ora incerta, dove abita l’ombra:
la linfa scorre lenta come sabbia
nella clessidra, e il tempo si consuma.

Il lungo inverno assiderò gli sguardi,
bruciò nel sale i passi sui sentieri
di neve: rese inutile la veglia,
cenere spenta il sangue nelle vene.

Marzo risplende e fumiga la vita
nei prati e nei cortili ebbri di pioggia.
Pulsa alle tempie aprile, la canzone
fiorita dei giardini agita il vento.

*
da Senza margini d’azzurro, puntoacapo 2019

Le parole propizie

Nel grembo della notte le parole
si snodano propizie come stelle,
come fuochi accesi sulla scogliera
e la nostra scialuppa non si è infranta
sulle secche del mondo. Siamo stati
lontani per anni, contro i marosi
che ci hanno tagliato le mani; eppure
non abbiamo imprecato al fortunale.
Smaniosi di bonaccia, ora vorremmo
la nostra parte di settimo cielo.

*
da La macchina del tempo, puntoacapo 2022

Perduta luce (in memoria di mia madre)

Ora mi sembra strana la tua assenza,
la tua muta presenza in filigrana:
nube lontana, quasi innaturale
perduta luce, oscuro è il nostro viale.
Accendi una scintilla inaspettata:
non sia luce sfocata ma favilla
d’oro, una stilla. L’ombra che mi assale
induce al tedio, viaggia sul crinale
del nulla che ci osserva. Ci sorprende
questo lume che splende, ci conserva.
Così s’innerva il pianto e sul fondale
del fiume invoca l’ansa del canale.

Dicono di lui e della sua poesia x

Francesco Destro, «Che ne sarà di noi, del nostro cielo?»: recensione a “Senza margini d’azzurro” di Raffaele Floris su AlmaPoesia.
Senza margini d’azzurro (Puntoacapo editrice, 2019). Senza spiragli, senza possibilità. Un titolo eloquente ed evocativo quello scelto da Raffaele Floris per questa sua raccolta, comprendente poesie scritte tra il 2013 e il 2018.
Ciò che risalta sin dalle prime pagine è la vocazione di Floris non solo all’elegiaco, ma anche a una scelta di immagini perfettamente incasellate nel continuo ricorrere all’endecasillabo, senza possibilità d’errore. Addentrandosi sempre più nella lettura, è inoltre impossibile non sorprendersi per accostamenti, spesso semplici, ma di rara intuizione ed efficacia.
«Fanno festa / gli armadi spalancati sull’aprile»; «Nel solaio dei giorni ho rovistato / a lungo»; «Se ne vanno / controvento le sere in fila indiana.» In un gioco tra illusione e disincanto, tra impotenza e desiderio di tornare o far ritornare a uno stadio o, per meglio dire, a una stagione precedente, è costante una sensazione di leggerezza e disinvoltura, che tradisce però una certa
malinconia. Il riferimento alla “stagione” non è casuale, vista la spiccata predilezione per quella autunnale, senz’altro comparata alla fase finale della vita, momento naturale che attende ogni uomo nel suo progressivo invecchiare.
Il manifesto della mancanza di apertura e di azzurro, che suggerisce il titolo della raccolta, è però tradito da barlumi di speranza. Se da una parte ci sono infatti continue espressioni di rammarico per tempi, persone e occasioni perdute, dall’altra non mancano riferimenti a un nuovo inizio, a una nuova speranza o a una resurrezione. Un canto, dunque, tra il perduto per sempre e una nuova luce dopo il buio, dopo aver perso «il sapore della nostra vita».
«Lenzuola che profumano i cortili/ gonfie di primavera. A mani piene/ lavanda per il lino dei bauli,/ e la cenere spenta è come neve/ nel palmo di mia nonna. Fanno festa/ gli armadi spalancati sull’aprile./ Che ne sarà di noi, del nostro cielo?/Non ci è rimasto niente fra le dita»; «Le tenebre mai più, non più l’abisso/ dell’ora nona e il cielo che si oscura:/ la porta è spalancata e sulla soglia/la luce irrompe ai margini del tempo./ Marchio potente, vita che ha bruciato/il sudario, spezzando le catene/ della notte. La porta è spalancata:/libera il vento che ravviva il fuoco.»
Vi è inoltre, specialmente nella prima sezione e verso la fine della terza, una discontinua, placida ma efficace accusatio, biasimi più o meno velati che non cadono mai nel lamento pedissequo o in una spiacevole autocommiserazione. Rimproveri sia verso se stesso sia verso persone perdute negli anni: «Ti parlerei, ma quanta sabbia/ nei giorni! Ho capovolto la clessidra.»
Oltre, dunque, a molteplici rimandi all’autunno e alle impressioni che suggerisce questa stagione, con probabili riferimenti a certi stilemi della poesia paesaggistica di un certo Novecento (ad esempio, fortissimo il richiamo ad Attilio Bertolucci, per intenzioni, toni e immagini), vi sono continui rimandi interni. Impossibile non evidenziare il forte legame fra due poesie che si
susseguono nella prima sezione, ulteriore indizio di sapienza dell’autore. È il caso de Il profumo dei tigli e Fuori dal tempo, l’una che si conclude con «so dov’è il tuo cuore ma so che non ti ho regalato niente»; l’altra che si apre con il verso «Lo so che non ti ho regalato niente!» . Soluzione che rimanda al sistema delle coblas capfinidas, dove nel primo verso di ogni strofa appare una parola dell’ultimo verso della precedente.
Questa maestria nella costruzione del verso si percepisce ancora di più nelle sezioni centrali dedicate agli haiku; haiku che già nella prima parte della raccolta anticipano i componimenti della seconda e della terza, ispirati rispettivamente alle opere di Mario Fallini e di Fabrizio Falchetto: qui, tra sentenze, richieste e descrizioni, viene meno il tema dell’autunno, ma non certe considerazioni sul tempo, sull’incontro, sul rapporto tra speranza e solitudine. Ne è perfetto esempio l’haiku La pianta: «è un’ombra incerta/ il tempo nell’attesa / delle tue mani.»
Tale esempio permette di evidenziare e riconfermare, infine, in questa condizione di autunno, la speranza di un calore che torni, pur se sfuggente. Intuizione confermata dal poeta stesso, che in Parole quasi felici si lascia andare all’attesa, anche qui incerta, del mese di novembre e di quel periodo di tepore conosciuto come l’estate di san Martino: «Forse novembre tornerà. L’estate/ di
San Martino sboccerà negli orti:/ la nebbia come incenso tra le case/e il sole dei giardini – gloria breve!».
In conclusione, quella di Floris è una poesia che va letta e meditata, sempre in equilibrio tra contemplazione, rassegnazione e barlumi di non rinuncia. Intensa e sorprendente come le descrizioni del paesaggio naturale e del tempo in cui sfumano gli affetti, capace di dare adito all’intima riscoperta del dolore e della bellezza, delle ricchezze e delle mancanze.
Fabrizio Bregoli su “La macchina del tempo” di Raffaele Floris (puntoacapo, 2022).
Il tema del tempo, del suo inesorabile trascorrere e del suo trascinare e consumare tutto con sé, alterando e annullando le vite, è uno dei motivi principi della riflessione ontologica sul senso dell’esistenza, sulla nostra natura e sul nostro destino di uomini, di individui singolari che si confrontano con la complessità del mondo, secondo ragioni e finalità che risultano impossibili da circostanziare pienamente: in sostanza enunciati indecidibili.
Raffaele Floris conduce nei suoi versi una riflessione misurata, a tratti malinconica, sulla “macchina del tempo” in cui si intrecciano indissolubilmente fatti e intenzioni, accadimenti e memoria, con quel suo linguaggio fermo e insieme pacato al quale ci ha abituato in tutti i suoi lavori, con coerenza, con indiscutibile riconoscibilità, oltre che dello stile, della sua idea poetica e culturale nella sua accezione più larga. Con i piedi ben piantati nella tradizione poetica, appresa con la frequentazione attenta e sensibile dei maestri, soprattutto novecenteschi, Floris ci offre un’opera in cui la lingua proposta, funzionale ai temi esistenziali che vi si affrontano, è sorvegliata e centellinata in ogni singola declinazione fonica e semantica, tutto centrato su una koinè di fondo in cui la misura, l’equilibrio si impongono naturalmente, per costituzione, senza nessun artificio o forzatura. Questa pervasiva “leggerezza” dello stile, anche quando la materia di cui si tratta è in realtà viva e incandescente, come per certi temi sociali, contribuisce alla lucidità dell’argomentazione, a una prevalenza del contenuto esistenziale per il quale la forma, curatissima, diventa strumento di chiarezza, di esposizione disincantata, mediata dalla lingua per elevare il senso, renderlo tangibile.
Il libro è strutturato secondo un’architettura rigorosa in cui a gruppi di tre poesie (trittici che vedono unità a livello contenutistico), composte da tre quartine in endecasillabi sciolti o a rima alternata, si alterna una poesia a strofa singola di lunghezza variabile, sempre in endecasillabi sciolti, la quale si riferisce a precise situazioni storiche e sociali, in cui si testimonia l’ingiustizia e la crudeltà della comunità degli uomini irrispettosa della sua stessa dignità (“non c’è scampo / a quello strazio assurdo, a quel dolore”), del valore di ogni singolo individuo. La trama geometrica della raccolta (15 gruppi di 4 composizioni, terminate da un trittico finale) vuole così restituire un ordine in cui il lettore possa orientarsi, stante invece la natura di per sé caotica e contraddittoria dell’esistenza, di tutti e di ciascuno, dove “la macchina del tempo / è solo un trucco”. La poesia è allora la leva che operando sul fulcro vivo dell’esperienza e della testimonianza riporta in superficie brevi attimi di consapevolezza, lame di luce che ritagliano prospettive di senso su un fondale altrimenti opaco (“un’improvvisa risonanza / di luce nel morire delle cose”), forse indecifrabile per naturale sua essenza, ma permeabile alla parola, che è atto di rivolta silenzioso, strumento di conoscenza, “Forse perché cercare altrove / è come ricongiungersi, o morire”.
È sempre un’esperienza gratificante confrontarsi con una poesia, come quella di Floris, che non rinuncia al rigore, che sa tenere alta l’asta dello stile e della compostezza formale, senza rinunciare al bisogno di incidere sulla realtà, confrontarsi con la concretezza dell’esistenza individuale e collettiva, campo vivo della sua azione.

Raffaele Floris e i suoi poeti

Ci sono due tipi di scrittura: quella che è doveroso leggere (e in questo caso, per rimanere in Italia, rimanderei alla cd. lista principale che ha redatto Andrea Temporelli ne La Repubblica dei Poeti, pag. 19). Mi fa piacere veder inserito in questa lista l’ottimo Riccardo Held, ancora giovane per essere inspiegabilmente accantonato. Inoltre nella mia libreria non mancano i classici: L’Orlando Furioso, La Gerusalemme liberata, l’Iliade tradotta da Monti e l’Odissea da Pindemonte, Leopardi (ovvio, ce l’hanno tutti, tranne forse Favino, visto come ha letto L’infinito alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali). So che questo è un ottimo blog, gestito da persone competenti, quindi so anche che non devo continuare, anche perché mi rendo conto di quanto personalmente mi manchino moltissime letture e che, data l’età, queste mancanze saranno giocoforza incolmabili. I miei punti di riferimento sono Pascoli, Gozzano, Montale. Oltre ai libri degli amici, che compro sempre volentieri, cito Pasternak, Rilke, Pound, Elliot, i simbolisti francesi, tutti in traduzione, per valicare i confini del Belpaese. Mi piace ad esempio Baudelaire tradotto da Sergio Solmi. Sto dimenticando parecchio, me ne rendo conto. Se questa lista fosse troppo lunga e — per esigenze di redazione — fosse da ridurre, sentitevi liberi di farlo. Invece vorrei che fossero inclusi questi libri, quelli che a me piace leggere, rileggere e citare: Argilla rosa e Una mattina di mezzo maggio, di Giovanna Tacconi, ed. Prometheus 1993 Stralüsc, di Piero Marelli, ed. All’insegna del pesce d’oro 1987 I banchi di Terranova, di Giorgio Simonotti Manacorda, ed. Einaudi 1968.
Ognuno ha i suoi pallini, lasciatemi i miei. Forse devo farmi perdonare qualche piccolo peccato di gioventù (una nutrita serie di poesie satiriche sui miei colleghi, raccolti in una pubblicazione privata, dove riesco — senza sforzo — anche a essere cattivo), ma non di essere un lettore distratto: le lacune sono dovute alla mancanza di una formazione accademica, al tempo trascorso sul lavoro (sin quando è stato necessario), allo spazio disponibile. Ho lasciato il mondo del lavoro da cinque anni. Lo spazio disponibile in casa si sta riducendo. Per non parlare del tempo a mia disposizione, tematica su cui mi sono soffermato in poesia forse oltre il dovuto. Ora non ce n’è (quasi) più: dovrò rassegnarmi. Eppure, in questa valle di lacrime, ci piango ancora abbastanza bene.


In dono ad Raffaeke e ai lettori di Il Tasto Giallo, di Riccardo Held da Mishkin, Einaudi, 2024, L’usignolo

- Io non saprei da quanto -
Medita l'usignolo
- Ma sono così stanco
Di cantare da solo.

Raffaele Floris (Pontecurone,1962) è incluso nell’Antologia della poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo 2012) e nell’Antologia della poesia in provincia di Alessandria (ivi 2014), nell’Antologia di micronarrativa In poche parole (ivi 2023 e 2025) e in vari blog e riviste letterarie online. Pubblicazioni di poesia: Il tempo è slavina (Lo Faro 1991); L’ultima chiusa (Joker 2007); Mattoni a vista (puntoacapo 2017); Senza margini d’azzurro (ivi 2019); La macchina del tempo, ivi 2022); Pansele în păhar – Viole nel bicchiere, quindici poesie tradotte in lingua rumena (Cosmopoli ed. 2023). Quando Pippo volava (ivi 2025).
Narrativa: La croce di Malta (romanzo breve, puntoacapo 2013). L’òm, l’aşi e ‘r pulóu (detti, proverbi e filastrocche in dialetto pontecuronese, con cenni di grammatica, PiM 2016.

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