a cura di Antonio Corona
da SUGLI ARGINI SOLENNI
Edizione dei Dinosauri, 1980
da CONGETTURE
*
Tornerai in bilico sul filo di nylon,
o come gondola lieve scivolando
sull’acqua del naviglio a conclamare
rifiuti e rovine insospettate,
a conclamare finimondi irrisori,
d’un gesto involontario facendo
un richiamo irreparabile, un assentire
all’ombra già solida nel sangue.
da ALTROVE
Capo caccia
Fa tardi qui senza ragione,
il buio è una distanza tra
due muri o alberi. Non più
mitologie. Il miele sacro
rappreso sulla scorza
col suo colore di rame antico:
più giù alghe e tenaglie
forzano la coppa del re di Thule.
da NASCITA PRESUNTA
Galaverna
Sui grappi saccheggiati dalle vespe
posa la galaverna. I tralci annosi
saranno spenti a sera. Tempo a sciami
anche saccheggerà l’inerte luce
di questa luna, zafferano e fosforo,
e l’ombra dove vagola un odore
di sangue, d’esistenza e di soffritto.
da NOTIZIE DEL PAESE AL PADRE
*
L’umile lasca e la carpa, il raro ormai
gambero d’acqua dolce, la cheppia amica
della luce, l’assovetta pugnace: s’agita
altro nel tuo giacchio, che non so dire, vivo.
da MEMORIA DEL PRINCIPE CENTURIONE
*
Andremo in processione il corpus domini,
tu ed io, masticando semi di zucca,
sputacchiando negli angoli delle strade
la bile millenaria dei senzafede, in mezzo
a donne vigorose, baritonali, osannanti
veni creator spiritus e se venisse
davvero, se scendesse con l’ampia palandrana
a spolverare i tetti del paese, pensa,
Principe, che fuggi fuggi, … che bailamme,
e tu e io, soli, a dirgli quelle due
o tre cose che ci stanno nel gozzo.
da OPERA SU CERTA
da BOLTRAFFIO
*
Più avanzano gli anni più mi commuovono
le materie fluenti, le acque...
lave, alghe, capigliature...
sarò stato una forma geometrica
in uno stemma araldico, ma sospesa su forre,
cascate, orridi, sventolante mano di pezza
ricamata a un riflesso concitato di falaschi
o dormire come la chiocciola
un incubo di concrezioni minerali
e di bave cerimoniose, infine rovesciando
la forma della recita
dirimpetto a un tumulto ostile di sbuffi,
agitando per scherni e addii la mano che scrive.
da ZONA
*
Non ricorda esattamente
domanda con sorrisi stentati
rammenta il sapore dei cedri
e certi piccoli crostacei
che maturano la polpa nel sasso
e sfogliavamo l’ombra guerriera
disegnata da tende con vento propizio
computavamo il prolungarsi
misterioso della sincope
(qui c’era la fermata dell’omnibus,
dirà saccente, e con ragione diranno:
non è più lui)
la tenda che sventriamo non nasconde
un polonio ma un topo vero.
da VISIBILE
Lame mobili
1
La rosa se è di questo che si parla e non
del dirla e del come
nel tuo nostro zero accadrà
o scommettiamo sul restante, il versante
scombussolato della medesima cosa.
2
Scopro tra l’altro segnali di passaggi, abrasioni;
piovono insetti senza nulla più di profetico
in un mondo reale che defluisce
fino a vedersi la testa dalla nuca,
penna mano riprese in istantanea,
un improbabile tu
mon semblable moi même.
Dalla prefazione di Angelo Lumelli
Gennaro Pessini, nella sua vita troppo breve, ha pubblicato due libri di poesie: Sugli argini solenni (1980) e Opera su carta (1987). Cominciamo a sfogliare quest’ultimo, il quale attira subito l’attenzione per la presenza di un rebus: il nome Boltraffio. Come un abile giocatore di poker, Gennaro Pessini tiene stretta la sua carta fino all’ultima pagina, quando rilascia, studiatamente, una nota senza preannunci o asterischi, informandoci che Boltraffio, pittore, “compare nell’analisi di una dimenticanza riferita da Freud nella Psicopatologia della vita quotidiana.” Con ciò Pessini, che d’ora in avanti chiamerò Gennaro, come si conviene in una appassionata, accanita conversazione, ci invita ad affrontare un rebus a più livelli, quello freudiano della dimenticanza e quello delle sue stesse poesie, le quali un po’ parlano e un po’ trasformano le parole in figure. Con ciò Gennaro Pessini intende metterci in guardia, come un Dedalo gentile che avesse scritto sull’entrata: Labirinto. Stiamo usando la parola rebus sia nel suo significato popolare di rompicapo sia nel significato tecnico di vignetta che interagisce con lettere o sillabe, vari agglomerati da ricomporre in una frase, come insegna l’enigmistica. […]
Gennaro, si capisce subito, ha intercettato profondamente la cultura del Novecento europeo e la vive con profondità e purezza, disarmato, senza una squadra, lontano da compagnie e da gruppi. Colpisce la sua severità nei confronti della poesia, mai rilassata, mai svagata e soprappensiero, a fronte di un suo istinto felice verso la comunità, un dialogo leale, come dimostra il ricordo amorevole e duraturo lasciato a Castelnuovo Scrivia. […]
Si è fatto tardi e le poesie di Gennaro non si lasciano riassumere, così non rimane che entrate ed uscite dalle loro stanze, ogni tanto richiamati da un nome che ci sembra di riconoscere, un invito, forse, non a trovare soluzioni ma incontri (poesia n. 1, Lame mobili); o scommettiamo sul restante, il versante scombussolato della medesima cosa.
Gennaro Pessini (1941-1989) è originario di Castelnuovo Scrivia (AL), paese natale del novellista Matteo Bandello. Dopo la laurea in Lingue e letterature straniere presso l’Università Bocconi ha ricoperto diversi incarichi di consulenza nel settore delle pubbliche relazioni, prima di diventare direttore di un’agenzia di informazione giornalistica con sede a Milano. Le sue poesie hanno ricevuto numerosi premi, suscitando l’attenzione di critici, intellettuali e scrittori italiani. Ha pubblicato due raccolte, Sugli argini solenni (1980) e Opera su carta (1987), per la prima volta riunite in un unico volume.




