FUGURUMA – Bozzetti per profili informi è la recente silloge firmata da Rosanna Frattaruolo per Arcipelago itaca (2026) nella Collana “Mari Interni”, diretta da Danilo Mandolini, con postfazione di Alberto Bertoni. Il libro si articola in “sette oracoli” di forte coesione simbolica e di notevole intensità linguistica. I bozzetti sono figure inquiete, profili mobili, forme che non riescono a stabilizzarsi perché attraversate dal trauma, dalla memoria, dalla paura, dal rancore, da una materia interiore che continua a deformare il visibile. Il mostruoso, in questa raccolta, non è un repertorio ornamentale né un semplice omaggio ai miti giapponesi: è un modo per nominare ciò che ferisce, ciò che si annida nei rapporti, nei corpi, nelle case, nell’origine stessa. Bertoni, nella postfazione, definisce Fuguruma un “vortice verbale in continuo movimento e transito”. Il libro si muove, infatti, su più piani insieme: corporeo e visionario, domestico e mitico, autobiografico e rituale. L’immaginario degli yōkai non agisce come citazione colta o come esotismo, ma i mostri diventano nomi del conflitto, del perturbante, delle deformazioni del legame. Una poesia densa, incarnata, capace di pensare attraverso immagini di potente pressione emotiva.

La nota finale dell’autrice offre un’importante chiave di lettura: nominare ciò che inquieta è un gesto salvifico, perché “quando nominiamo ciò che ci inquieta, la bestia smette di dominarci”. Ma per l’autrice nominare non significa attenuare. Significa, piuttosto, esporre il nucleo oscuro alla lingua senza ridurne la violenza. Per questo Fuguruma è un libro che attraversa il dolore senza psicologizzarlo, e senza nemmeno trasformarlo in allegoria astratta: lo mette in scena in forme plurime, mobili, spesso disturbanti, sempre necessarie. La struttura stessa della raccolta lo conferma. Non ci sono capitoli, ma oracoli. Questa scelta non ha solo un valore formale: imprime al libro una cadenza rituale, come se ogni sezione segnasse un diverso grado di accesso al trauma e alla sua possibile elaborazione. Già i testi che precedono il primo oracolo mostrano il centro vivo del libro e tutto sembra concorrere a creare un nucleo originario in cui nutrimento e ferita, maternità e voracità, genealogia e abbandono s’intrecciano. Si avverte, a volte con chiarezza, uno dei nuclei più profondi della raccolta: il rapporto con la madre, mai tematizzato in modo diretto o discorsivo, ma operante in filigrana come fondo conflittuale, come scena primaria da cui si irradiano molte immagini del libro. Il mostro, allora, non viene da fuori ma nasce nel punto in cui affetto e danno, origine e lacerazione, non risultano più distinguibili.
Il primo oracolo, introdotto da Kudan, enuncia quasi una legge morale della raccolta: “la bestia sarà tanto più crudele quanto più alta sarà la sua capacità di mimetizzarsi col bene“. È un verso decisivo, perché indica che il male più profondo non coincide con ciò che appare apertamente ostile, ma con ciò che si traveste da cura, prossimità, amore, normalità. Da questo momento il libro non smetterà più di interrogare la contaminazione fra legame e minaccia.
Nel secondo oracolo la crisi si sposta più apertamente sul terreno dell’identità e della metamorfosi. Il soggetto si vede “a pezzi”, riflesso in frammenti, attraversato da figure ambigue, da corpi misti, da animalità e scissione. La raccolta mostra qui una delle sue qualità maggiori: non rappresenta il trauma come evento isolato, ma come forza che altera i connotati, modifica la percezione di sé, costringe a vivere in uno stato di instabilità continua. La metamorfosi non è liberazione, ma effetto del danno; è il segno di una soggettività che non riesce più a ricomporsi in un’immagine integra.
Con il terzo oracolo si apre una diversa modulazione. Bertoni parla di “luce clandestina” e in effetti qui il libro cerca un punto di rivelazione, una verità non proprio esibita né trionfale. “Due prede / il carceriere e il carcerato” è forse la formula che meglio esprime questa sezione: non c’è più un persecutore nettamente separato dalla vittima, ma una struttura chiusa, relazionale, in cui i ruoli si vincolano a vicenda. Anche per questo Fuguruma è un libro duro perché non semplifica mai il conflitto, non lo riduce a una morale univoca: ne mostra la complessità e la persistenza.
Il quarto oracolo è uno dei nuclei più perturbanti della raccolta. L’epigrafe, apparentemente mite, viene subito smentita da un universo in cui le buone intenzioni vengono divorate, la lingua intossicata, la casa resa irrespirabile, gli oggetti quotidiani caricati di minaccia. Bottiglie, tavolini, polvere, saliva, vomito, parco giochi, fotografie: il mostruoso qui invade pienamente il domestico. È forse la sezione in cui il libro mostra con maggiore nettezza che il trauma non abita un altrove mitico, ma il cuore stesso della vita comune. Ed è anche una delle zone in cui riaffiora più chiaramente l’infanzia come tempo non di protezione ma di esposizione precoce al dolore, al disordine, alla paura.
Con il quinto oracolo il libro cambia ancora una volta passo: il male non scompare ma appare una diversa postura nei suoi confronti. La richiesta “insegnami la quiete dopo il grecale / nel buio a specchiarmi / senza luci della ribalta” introduce un desiderio di misura, di silenzio, di disciplina interiore. È una sezione molto alta, perché non cerca soluzioni facili né pacificazioni improprie, ma piuttosto una forma di presenza che non coincida più con l’ossessione della ferita. È il punto in cui il libro si apre con maggiore evidenza a una tensione spirituale, ma senza perdere concretezza.
Il sesto oracolo porta a maturazione questa linea. Dopo aver attraversato i “luoghi sacri del dolore”, il soggetto pronuncia una distinzione decisiva: “la mancanza diverrà assenza“. È uno dei passaggi più importanti del libro. La mancanza appartiene ancora al regime della ferita: sanguina, cicatrizza, brucia, si infiamma di rabbia. L’assenza, invece, è un’altra sostanza: più nuda, più spoglia, meno incendiata. Per questo l’autrice può scrivere: “l’assenza non gocciola sangue / non è ferita né cicatrice / l’assenza non è rabbia / è bianca“. Il bianco, qui, non è vuoto rassicurante ma forma estrema di trasformazione: ciò che resta quando il dolore ha perso la sua pressione emorragica, pur senza cessare di esistere. E tuttavia la raccolta non indulge mai a una conciliazione piena. Persistono tossine, residui, metamorfosi interrotte, desideri di luce ancora incompiuti.
Il settimo oracolo, brevissimo, chiude il libro con una delle immagini più forti dell’intera raccolta. Dopo il proliferare delle bestie e delle deformazioni, compare lo specchio sacro di Yata no Kagami: un finale di straordinaria concentrazione. Non c’è spiegazione, non c’è consolazione facile: c’è uno sguardo che non ferisce più e una ferita che, almeno per un istante, può chiudersi. E si chiude “sotto i palmi”, dentro un gesto di contatto e di custodia. Dopo tante figure di divoramento, controllo, intossicazione, l’ultima immagine del libro è quella di una relazione che non distrugge.
Questo finale retroillumina l’intera raccolta. Mostra che il lungo attraversamento del bestiario non era finalizzato alla sola rappresentazione dell’orrore, ma alla ricerca di un punto in cui il soggetto potesse essere guardato senza venire di nuovo consegnato alla lacerazione. In questo senso Fuguruma è un libro che interroga il dolore, ma anche la possibilità di un contenimento del dolore.
Rosanna Frattaruolo ha scelto una via esigente: dare nome alle proprie bestie senza addomesticarle. Ed è proprio questa scelta a rendere Fuguruma un libro notevole, compatto e necessario.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da FUGURUMA

*
alla ferita nascosta sulla nuca sono spuntate zanne e lingua
la bocca articola concetti pretende cibo e pentimento
per l’abbandono consumato dopo l’ultima goccia di latte
dai capezzoli schizzata sulle figlie

Futakuchi Onna ha saziato la bocca sull’occipite
dopo aver razziato tutte le riserve
spizzicato i bocconi migliori dal tegame
a tavola sostiene di non avere fame


*

quell’uomo sa di mandorla amara
si nasconde nella piega della parola
temo che diventi piaga e sangue la mia carne
che possa prendermi d’assalto
ora che ho basse le difese immunitarie
e non ho voce per urlare

Noderabo mi solletica mi pungola sui fianchi
in attesa del dubbio vuol farmi oscillare
non scivolo ancora dal filo della ragione
mi muovo in cautela tenendomi in bolla
ma quando urla il silenzio dei poeti estinti
gettandomi addosso verità sulla poesia
da leggere e dimenticare
precipito nel bianco delle parole spese
cercate e riparate perché fossero quelle giuste

il sole mi tiene compagnia mentre il treno
parte con l’uomo e le sue mandorle amare

*

anche il fegato è infranto
non solo il cuore
all’amore malato non si sopravvive
ogni giorno intacca un organo
le farfalle nella pancia fanno i vermi
i vermi mangiano la pancia

Nue dice che ho i tarli nella testa
per questo ho le ossa rotte

*

Okuri Inu mi segue nel tragitto fino a casa
hanno avvistato la sua ombra
scodinzolare nel parcheggio

il mio attraversamento del bosco
potrebbe essergli fatale
perderebbe la sua preda

vi prego cani randagi
mangiatemi gli occhi
prima che lui me li trovi

Okuri Inu mi spia dalla strada della roggia
attende che mi strappi il cuore
un ex voto da esibire nel suo tempio
in fondo mi ha salvato dalle bestie


*

e la sete si tramuterà in canto
si perderanno le tracce di dolore
negli attraversamenti dei liquidi sessuali

non vorrei che Jubokko mi riconoscesse ancora

la mancanza diverrà assenza
l’assenza non gocciola sangue
non è ferita né cicatrice
l’assenza non è rabbia

è bianca


Rosanna Frattaruolo  pugliese, vive a Rivarolo Canavese (TO). Ha pubblicato, in versi: Fragile (edizioni LunaNera 2017); Le case con gli occhi verdi (Babbomorto edizioni 2021); Decostruzioni e ricostruzioni. Esercizi allo specchio, con Rosanna Spezzati (RP libri 2022) e Fegato in cartolina – je vais te dire un secret, con nota di Alberto Bertoni (Il Convivio editore 2024). Ha fondato e codirige con Antonio Corona il lit-blog letterario “Il Tasto Giallo”. È inserita nell’antologia Poesia a Torino. Cent’anni e quaranta volti, curata da Alfredo Rienzi (puntoacapo editrice 2024), e alcuni suoi testi e interventi critici sono presenti su riviste letterarie, lit-blog e quotidiani. Sue poesie, raccolte edite e inedite hanno conseguito riconoscimenti in premi di rilevanza nazionale. La versione inedita di Fuguruma Bozzetti per profili informi, ha ricevuto, tra gli altri, il primo Premio “Lago Gerundo”, il secondo Premio “InediTO – Colline di Torino” e il terzo Premio “il glomerulo di sale”.

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