a cura di Antonio Corona

II

I dògn
la schin-a
al fornel ch’o branda
e bèich
mia ombra ch’a giuva
sël muragn.

Stama cin
a sërché rason
come gran-e d’òr
ënt la sabia.

Përchè tut
ës teatro?
Përché dì
e përché neucc?

A che prò
j’han sëmnà jë siam
dël stèile
a larga man?

Lo sà l’oloch
– un budda ènsarzi ëd gibr –
drinta la nicia dl’erbo garavlù?

[traduzione]
II

Do
la schiena
al camino, tutto una fiamma
e guardo
la mia ombra che gioca
sul muro.

Siamo chini
a cercare ragioni
come pepite d’oro
nella sabbia.

Perché tutto
questo teatro?
Perché giorno?
perché notte?

A che scopo
han seminato gli sciami
di stelle
a larga mano?

Lo sa il gufo
– un budda imbastito di galaverna –
nella nicchia dell’albero cavo?

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Ël cofo bleu

Mi e mè frel
j’avma ëdcò na seure:
la povertà.

Mèra: n’ancioa,
euj ëd nebia,
boca a pom rafatì.
Na vesta grisa, frusta, strassà
land ël man favo cocó
come doi sponcion
dë spaventapassore.

I n’avma vërgògna
come d’un ’pcà mòrtal.
I la tnivma strumà drinta la ca
a viré come un fantasma
dë stansia ën stansia,
ëd colp a losné
drinta në specc…

S’a sèrcava ëd seurtì
i la frojavma drinta
la stansia neucia e s-ciav.
Guai s’a fuissa vnua a scòla

[traduzione]
Il cofano blu

Mio fratello ed io
avevamo anche una sorella:
la povertà.

Magra: un’acciuga,
occhi di nebbie,
bocca di mela avvizzita.
Un vestito grigio, liso, sbrindellato
dove le mani facevano cucù
come due stecchi
di spaventapasseri.

Ne avevamo vergogna
come d’un peccato mortale.
La tenevamo nascosta in casa
a girare come un fantasma
di stanza in stanza,
a apparire di colpo
in uno specchio…

Se cercava di uscire,
la chiudevamo
nella camera buia e addio.
Guai se fosse venuta a scuola

---

Èl bast dla vita

Sògn mè̀r come n’ancioa:
doe nos e na mica ëd pan
im gavo la fam, la pì gròssa.

Vògn longh di curt
come n’aso sota
a un bast ëd dolor.

A mè fij
ëmpiva ëd pree ël bërsach
a monté sij brich
ch’os feissa ël spale
al bast dla vita.
Pass dòp pass
seguivma ël nivole
a lavr sèch
con nòstra sej d’infini:
"Su, vers la crèsta
a toché ël cel".
Àora chel dreuma
con ij sògn ëd glòria
sota ël cuverte ëd feu
dla sabia dël desert.

[traduzione]
Il basto della vita

Sono magro come un’acciuga:
due noci e una miccia di pane
mi tolgono la fame, la più grossa.

Vado lungo giorni corti
come un asino sotto
una soma di dolori.

A mio figlio
riempivo di pietre lo zaino
scalando i monti
ché si facesse le spalle
per il basto della vita.
Passo dopo passo
seguivamo le nuvole
a labbra riarse
con la nostra sete d’infinito:
"Su, verso la cresta
a toccare il cielo".
Ora lui dorme
con i sogni di gloria
sotto le coltri di fuoco
della sabbia del deserto.

Dalla prefazione di Manuel Cohen

[…] Il fatto è che L’eva del temp risulta un libro tanto curato e tanto accorato da esigere tutta l’attenzione possibile. Non una raccolta di testi ma una strutturazione coerente e coesa, segnata da una sorta di fil rouge sotteso nella continua proposta di dualismo: il silenzio e la voce, il freddo e il tepore, l’oscurità e la luce, l’uomo e la natura. In questa ottica, più che un paradigma, si fa archetipo la figura dell’avo eremita proposta strategicamente nella suite che apre il volume: Mè cé, l’armita, Il mio avo, l’eremita. Per mesi se ne sta in una baita di montagna, tace accanto al fuoco e medita tra silenzio dell’universo e rumore del mondo lasciato a valle. L’avo non è che il poeta stesso, risalito sui monti in solitudine e in cerca di risposte. Come in un tempo rappreso per una sorta di “allucinata contemplazione affettiva”; prendiamo in prestito la mirabile definizione firmata da Giovanni Tesio nella prefazione al libro del nostro autore (R. Bertolino, La fin del mond, La fine del mondo. Poesie 2005-2011, puntoacapo, Pasturana 2013), i versi catturano pensieri e immagini, contengono un’inopia lessicale tale da far gridare al miracolo mentre nella città delle lettere la proliferazione inesauribile di parole e frasi ha ridotto la poesia a un involucro straripante di prosa. La poesia di Bertolino sta tutta racchiusa in un libro a suo modo profetico, fiero senza esserlo, austero nell’attingere a un repertorio di voci e di immagini domestiche, nella magnificenza di un tempo sospeso.


Remigio Bertolino (Montaldo Mondovì, CN, 1948) vive a Vicoforte. Ha iniziato a scrivere in dialetto piemontese con il racconto dedicato alla figura materna, Mia mare (Mia madre). Ha pubblicato poi: L’eva d’ënvern (Era d’inverno o L’acqua d’inverno), Amici di Piazza, Mondovì 1986; Sbaluch (Splendore), Centro Studi Piemontesi 1989; A lum ëd fiòca (A lume di neve), Liboà 1995, Ël vos (Le voci), Interlinea 2003; Stanse d’ënvern (Stanze d’inverno), San Marco dei Giustiniani 2006, Versi scelti 1976-2009, puntoacapo 2010, La fin dël mond (La fine del mondo), ivi 2013, Litre d’ënvern (Lettere d’inverno), Aragno 2015; Nì vole da prim (Nuvole di primavera), Interlinea 2019; Ùltime reuse, puntoacapo, 2021. In prosa: Al ballo del tempo, Liboà 2005; Rabeschi, Gli spigolatori 2009; L’uomo che raccontava della guerra del sale, Neos 2017; A filo di cielo, Gli Spigolatori 2023. È presente in varie antologie tra cui Poeti in piemontese del Novecento, Centro Studi Piemontesi 1990; Poesia dialettale dal Rinascimento a oggi, Garzanti 1991; Il pensiero dominante, Garzanti, 2001; Dialect Poetry of Northern & Central Italy, Legas, New York, 2001, Il fiore della poesia italiana, puntoacapo, 2016.

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