a cura di Antonio Corona
SIAMO
già estinti? Chi ha
la mappa. Posso
guardare? Dov’è il mio
titolo. È verificabile
la mia storia? Ho
incluso la memoria
degli animali? Le memorie
degli animali. Sono
ancora qui loro? Siamo
soli? Guarda
spuntano
i filamenti. Di memorie. Di chi? Com’era
la terra?
Si muoveva
tramite noi? Qualcosa dice non-stop,
sei qui tu?
sono reali i tuoi
antenati hai un
corpo hai
te stessa in
mente puoi vedere le tue
mani? ̶ lo hai rotto
il filo? ̶ cerca di sentire lo
strappo dall’altro
capo - accertati dice che
i due capi siano
vivi quando tiri per
tentare di ri-entrare
qui. Un corvo
è arrivato mentre
trascrivo tutto
questo. In-
corporami
gracchia. Saltella
più vicino sul
muretto. Ti ricordi
il dolore il suo
avvicinarsi dice. Lo
guardo. Non avere
fretta dico ma
lui picchietta sul
muretto con il
becco. Il suo manto è
di sole. Mi guarda
lentamente perché
sono immobile &
impaziente. Fissa la mia
solitudine. Iniziano
le cicale. È un vero incontro
questo chiedo. Del vecchio
tipo? Quando c’erano
corvi. No
dice la luce. Tu
qui quasi non ci
sei. Il corvo è partito
tempo fa. Ora
segue il suo filo,
il suo percorso,
per sempre. Conosce
la corrente. Attraversa
le cicale, che tu non senti
ma che ti avvolgono ora. Ma
non è qui chiedo cercandolo
nelle mie strofe.
Non mi ha raggiunta
entrando qui?
Non è entrato qui
alla strofa otto? ̶ & dove
va ora
quando se ne va,
quando ti dico il corvo è dorato,
quando ti dico ha preso il volo &
è partito, & è partito.
QUESTO VASO DI RAMI DI MELO CHE MI HAI MANDATO
in boccio. Sul
tavolo di cucina ora.
Più alto di me.
Perché provo
vergogna?
Nel mio cappotto, la mia veste calda.
In lacrime.
Mani vuote lungo
i fianchi. A cosa
servi? Lì in piedi, in
un altro paese. Un
altrove. Senza
passato né futuro.
nessuna logica religione rimpianto
pensiero. Sussurrando
segnali di fumo alla
luce del mattino.
Vi state ascoltando? La vista
di me è d’una cosa con
troppo cuore,
troppo -
fiori rosa-salmone brutali nel
rifiuto di
significare – perché
mi
vergogno? Caro
albero,
ho guardato
dove sei scaturito e rotta la pelle
sei spuntato, disastro
di bellezza, i tuoi
lunghi rami s’innalzano &
s’estendono
ognuno a modo suo, fronde incrociate
con cura nel vaso per sistemarti, tenerti
fermo nel
disegno. E l’acqua
che aspiri da
ogni taglio
bianco. Mi sforzo
di rimanere in piedi con
l’opportuna
attenzione. Il tuo dolce acre profumo
mi raggiunge
ora. Qualcos’altro
ondeggia nell’aria
intorno ai tuoi fiori.
Mi fissa.
Continua a fissarmi. Se sia
un urlo
non so dire. Non è addomesticato.
Il resto del tuo albero è un occhio insanguinato
nella mia testa. Il silenzio
si allunga. C’è sempre meno
tempo. Respiro
piano. Metto le mani sugli
occhi. Se sono messaggera, qual è
il messaggio. Temo
sia inutile. È im-
produttivo. È privo di
pazienza. Allungo
la mano. Le dita cercano di
non sciuparti. Ma la mente è sempre qui.
Avvolge ogni cosa.
Penso alle stelle invisibili. Cerco di
non pensarle. Ridarei questo
spazio non pensato
ai tuoi rami.
Alcuni tuoi bocci sono
più scuri & gonfi.
Non si sono ancora aperti.
Cos’è aprire?
Cos’è aprire & avere solo
il tempo rimasto.
Arriva il verde. Spinge.
Sento il tremore, così sospesa.
Non sono ancora caduta.
Come siamo accalcati sul nostro stelo.
Consiglio alla lettura a cura di Antonio Corona
In 2040 Jorie Graham immagina un futuro molto vicino per interrogare il nostro presente. In un mondo segnato da crisi climatiche, pandemie e tensioni politiche, la poesia diventa uno spazio di resistenza e di coscienza. Al centro del libro c’è la memoria, non come nostalgia del passato ma come forza capace di difendere il futuro e mantenere viva la possibilità di immaginare. Con una lingua spezzata, attraversata da frammenti di storia recente e da visioni quasi apocalittiche, Graham costruisce un libro intenso e inquieto, in cui la poesia prova ancora a dare forma a ciò che dell’umano rischia di andare perduto.
A cura di Antonella Francini
«Grande è il potere della memoria,» scriveva Sant’Agostino, quella facoltà della natura umana dove risiedono, introdotti dai sensi, «i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose» e «i prodotti del nostro pensiero». Nella ricerca agostiniana di un accesso a Dio, la memoria, profonda e complessa, è quel «santuario vasto, infinito», un «immenso palazzo» da cui emergono non solo esperienze e conoscenze connesse al passato e al sapere acquisito, ma anche immagini di «azioni, eventi e speranze future».
Lontana dal pensiero teologico di Agostino, Jorie Graham, massima voce della poesia statunitense contemporanea, in 2040 dà alla memoria una centralità che risuona come un’attualizzazione del pensiero agostiniano nella ricerca di una spiritualità laica in un’epoca ipertecnologica in cui la stessa natura umana, e la sua esistenza su un pianeta devastato da chi lo abita, è minacciata da intelligenze artificiali che sfuggono al nostro controllo. Esiste un contratto, ha detto Graham, «fra memoria, immaginazione e creazione […]. L’invenzione dipende dalla memoria: battersi per il mondo vuol dire battersi per la memoria e battersi per la memoria vuol dire battersi per la capacità di immaginare» e, quindi, individuare una via d’uscita prima che sia troppo tardi.
La memoria è dunque la forza primaria che alimenta i versi di 2040, quindicesimo libro di Graham, uscito negli Stati Uniti nel 2023. Protagonista principale di questa raccolta poetica è una speaker autobiografica che vaga, sola e disorientata, in uno spazio avvolto nel silenzio, in limine fra un mondo che non esiste più e a un passo dalla potenziale estinzione dell’umanità e della sua storia millenaria. Che sia uno stato mentale, una proiezione della coscienza, una dimensione purgatoriale affannata ricerca di vita, non solo si rompono i versi, ma anche la sintassi si sfalda e le frasi sono interrotte dalle lineette, un tratto grafico tipico della scrittura di Graham che rimanda a Emily Dickinson, poeta importante nella sua formazione. […]
2040 è stato scritto fra il 2020 e il 2022 quando, improvvisamente, un virus, il Covid 19, colpì la nostra funzione vitale, il respiro, come un tragico avvertimento a un’umanità arrogante e irrispettosa del pianeta che abbiamo ereditato. La pandemia ha avuto senz’altro un forte impatto sulla scrittura elaborata in questa raccolta per una autrice che, fin dal suo debutto nel 1980, ha affidato alla parola poetica il compito di essere un ponte fra la mente e il mondo facendo riemergere i fatti storici dai meandri misteriosi della coscienza, filtrati dall’immaginazione, per disporli nelle sue coinvolgenti strutture formali e sperimentazioni stilistiche, diverse da un libro all’altro.
Ma anche altri fatti, ricorda Graham, hanno influenzato in quei mesi la sua scrittura: l’innalzamento della temperatura globale, la siccità e gli incendi che devastarono intere aree nell’Ovest americano, in Canada e nel sud dell’Europa, talvolta rendendo l’aria irrespirabile e contaminata; l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 e le immagini dei corpi dei soldati in trincea e sui campi di battaglia; i corpi dei migranti, salvati o deceduti nel Mediterraneo o lungo il confine degli Stati Uniti col Messico; l’assalto a Capitol Hill a Washington il 6 gennaio 2021, al cuore del body politic americano; l’omicidio di George Floyd a Minneapolis nel maggio del 2020, soffocato dalla pressione del ginocchio di un poliziotto sul collo, le cui ultime parole, I can’t breath, divennero lo slogan di Black Lives Matter e nelle proteste. […]
2040 è composto di tre parti e una Coda e ha una trama che suggerisce di leggerlo come davvero fosse un racconto con un inizio e una fine. Ma bisognerà tuttavia cominciare questa lettura dalle tre epigrafi con cui Graham presenta, per interposti autori, il suo progetto. […]
Jorie Graham, nata a New York nel 1950, è cresciuta a Roma, ha studiato filosofia alla Sorbona, cinematografia alla New York University e letteratura all’Università dell’Iowa, dove ha in seguito insegnato e diretto il programma di scrittura creativa. Docente per molti anni a Harvard, è stata la prima donna a occupare la cattedra che fu del premio Nobel Seamus Heaney. È un nome di spicco della poesia americana contemporanea e autrice di quindici raccolte poetiche, fra cui The Dream of the Unified Field: Selected Poems 1974-1994, a cui è andato il premio Pulitzer nel 1996, e i più recenti quattro libri ecologici – Sea Change, Place, Fast e Runaway –, pubblicati fra il 2008 e il 2020 e ora raccolti nel volume [To] The Last [Be] Human con la prefazione di Robert Macfarlane. La sua opera, tradotta in molte lingue, ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, fra cui il Wallace Stevens Award dall’Academy of American Poetry, il Bobbitt National Prize for Poetry dalla Library of Congress di Washington e il Forward Poetry Prize, prima donna americana a ricevere questo prestigioso premio britannico. In Italia ha vinto il Nonino nel 2013, il Ceppo Internazionale Bigongiari nel 2014 e la Homer European Medal of Poetry and Art nel 2025.




