RIMANGO FEDELE ALLA TERRA è la recente silloge firmata da Mario Saccomanno, edita da Interno Libri Edizioni (2026). La raccolta si presenta come un’opera strutturata secondo un disegno rigoroso: Atto primo con Preludio, Notturni e Dissonanze, un Intermezzo e un Atto secondo (Acuti – InniDissolvenza). Quindi non una semplice successione di testi, ma una costruzione in continuo movimento, dove ogni sezione modifica l’intonazione della precedente e prepara la successiva.
Il richiamo al celebre monito nietzschiano — rimanere fedeli alla terra — non resta solo una citazione filosofica, ma diventa una sorta di asse di orientamento. Non si tratta più di naturalismo né di rivendicazione identitaria: è una scelta di permanenza nel presente, dentro la materia del tempo storico, senza appoggi consolatori.

Atto primo – Il Preludio non apre la sezione con un’esplosione lirica, ma piuttosto con un atto di calibrazione. La voce poetica cerca un equilibrio, una regolazione del ritmo. C’è attenzione alla misura non per motivi tecnici ma potremmo dire etici, nel senso che il verso diventa il luogo in cui si decide come abitare il tempo. Fin dall’avvio, si avverte che la scrittura non intende sottrarsi al reale, ma trovare un punto di tensione sostenibile tra interiorità e mondo esterno.
In Notturni – l’ombra diventa esercizio dello sguardo. La notte descritta non è ambiente ma condizione conoscitiva. L’oscurità ci costringe dunque a un ascolto più concentrato, a una percezione meno distratta. Il dettato è sobrio, talvolta rarefatto e proprio in questa “economia” si percepisce una vibrazione sotterranea. La notte diventa spazio in cui misurare la propria fragilità e la propria capacità di restare. L’equilibrio evocato nel Preludio non è mai garantito, è sempre in bilico. Con le Dissonanze il libro espone ciò che nella sezione precedente era ancora trattenuto. Il verso si fa più nervoso, la sintassi più incisiva. La realtà entra senza filtro, e l’armonia si incrina. La dissonanza non è un effetto sonoro, ma la presa d’atto che il mondo non si lascia ricondurre facilmente a un ordine. Qui la scrittura evita qualsiasi chiusura consolatoria: accetta lo stridore come parte della propria struttura.
Arriviamo all’Intermezzo: arte, tempo, responsabilità, una sezione proprio intermedia che rappresenta il punto di svolta. La scelta di quartine di endecasillabi a rima incrociata introduce una disciplina formale che suona quasi polemica nel panorama contemporaneo. In un tempo dominato dalla rapidità e dal consumo culturale, la misura metrica diventa gesto di resistenza. Qui Saccomanno riflette apertamente sul destino dell’arte ridotta a intrattenimento e sul rischio di una produzione che perde profondità. Scrivere significa sottrarre il tempo alla saturazione, restituirgli nudità. Non è un interludio decorativo, ma un momento di chiarimento teorico che sostiene l’intero edificio del libro.
Atto secondo – In Acuti la tensione raggiunge il punto più alto del libro: le immagini legate al disastro atomico, ai conflitti contemporanei, alle tragedie del Mediterraneo etc.. impongono un confronto diretto con il presente. In “Doomsday clock” l’uomo postatomico prende nota di “voragini mai assopite”, e l’idea che “le Hiroshima s’insinuano dappertutto” trasforma l’evento storico in condizione permanente. La constatazione che “presto o tardi… il male che si è fatto si ripeterà” non suona come rassegnazione, ma come lucidità. In “Falastin”, il sapere sensoriale — “la dignità dei tronchi nodosi degli ulivi”, “l’odore inconfondibile del timo” — si scontra con la devastazione, fino a riconoscere che “essere affini non basta”. La comunanza della terra non garantisce giustizia. In “Mare nostrum”, il mare viene assolto: “non da te veniva il male”. La responsabilità è umana. La poesia non si rifugia nella contemplazione del paesaggio ma cerca di interrogare la coscienza.
Negli Inni il tono muta ancora, senza scivolare nella celebrazione. La voce tende al coro: “mutare in coro / le singole sorti” significa riconoscere che nessun destino è isolato. La memoria familiare — la radice, il nido, i gesti quotidiani — diventa un fondamento concreto. Infine Dissolvenza: una scelta personale, potremmo dire. La chiusa non offre pacificazione, ma una decisione. “L’uomo amante delle Muse” non può cedere all’inerzia. Il verso “resto sempre – da cicala – impigliato / a un solo suono” concentra l’intero percorso: il suono è coerenza, continuità, linea che non si disperde. L’ affermazione finale — rimango fedele alla terra — trasforma il principio filosofico in scelta personale. Non un’esortazione generica, ma una vera e propria un’assunzione di responsabilità.
In conclusione – Rimango fedele alla terra – è un’opera compatta, pensata come un organismo unico. La divisione in atti non è un artificio, ma il modo in cui la raccolta organizza la propria tensione interna: dalla concentrazione lirica alla frattura, dalla riflessione teorica alla pressione della storia, fino a una ricomposizione che non cancella il conflitto. La forza del libro sta nella coerenza del progetto e nella capacità di mantenere il controllo formale anche quando il contenuto si fa incandescente. Saccomanno non propone soluzioni; propone una linea da tenere. In un contesto culturale incline alla dispersione, questa scelta di architettura e misura risulta, di per sé, un atto significativo.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da RIMANGO FEDELE ALLA TERRA

ATTO PRIMO
da Preludio

I.

Io sono pressappoco un imbuto,
all’asta degli sguardi
venduto come utensile innocuo,
finanche non degno
dello spasmo del giorno.

Riposto in un cassetto,
avvolto da una nera ghiacciaia
che rosicchia la linfa
delle lievi mie spoglie di plastica,

annuso i contorni di vita
che mi concede questa stretta fenditura –
e per nessuno io ho speme di godere
della drastica nobiltà proletaria
che sola sa dare l’usura.

Malgrado quanto detto –
per quel poco a me concesso –
mi ostino a graffiare delle ore
la loro scorza
malsana e tanto dura.

Nel farlo io scorgo un coacervo
di secche incertezze
mozzare l’entusiasmo
di già tremuli fiati –

e chi come me si arrabatta
si sfrange alle fiamme
di un fuoco crudele
e avvampa nella morsa
dello scorno comune.

da Notturni

Sono nato su una rupe –
e nel suo essere erta e scoscesa
è in sé già presupposto che vivendola
rapida si compia
la scelta dello sguardo.

Avrei potuto cibarmi
della tinta più fulgente,
ma, rispetto a quel manto
sfarzoso e distante,
la terra la tocchi –

e allora io con forza –
in un fitto odore di muschio e di foglie –
l’ho smossa a mani nude
e umida e nera
mi s’incastrava fra le unghie.

Non ho trovato che vermi e radici
e tegole di case d’altri secoli.

Poi presto di quest’ultime ho saputo
di come vennero spezzate
da uno scuotersi
inatteso sotto ai piedi.
Fu un alto sconquasso di morte
che aggiunse ai vari stenti
l’urgenza di un prossimo altrove
su cui ricominciare.

Perciò,
fra i resti delle dimore di più vite
ho steso la fonte del mio credo.

Sono nato su una rupe
rinunciando poco dopo
alle facili luci solari –

ma ho imparato a godere delle stelle,
nei che rischiarano
la schiena seducente della notte,
appigli che rivelano le tracce
che insegue
in ogni ultima sua meta
un viaggiatore.

da Dissonanze

Violenza

Della durezza
di certe
tempeste,

che di un’esistenza
ne sfibrano
il respiro,

fanno
più male
i silenzi


da Intermezzo

Suppongo in pochi a primo acchito
avrebbero magari da eccepire
se qualcuno dovesse loro dire
che il tempo non resta più svestito.

Difatti, chi potrebbe mai negare
quant’ogni scorcio risulti coperto
da qualsivoglia illogico lacerto
che conforma l’odierno perdurare?

Prassi vuole che il modo più fecondo
per cingere di stima il proprio moto
sia con forza spintonare il vuoto
e far saturo l’esserci nel mondo.

Si spezzano i più intimi tramezzi.
Fora finanche un fitto ombrello
l’echeggiare del noto ritornello:
non servono alla vita gli intermezzi.

Si inghiotte così in un sol boccone
la quiete foriera del pensiero
come fa alle ali lo sparviero
di una più minuta dimensione.
[…]


ATTO SECONDO
da Acuti

Nella ciclica tela del tempo

A dispetto del veleno che effonde
dal morso del disagio,
scuotendo gli abiti della materia
si pizzicano segni prodigiosi.

L’ora della mietitura
puoi conoscerla del tutto
solo quando più caro ti è il percorso.

Per annusare il volto
della ciclica tela del tempo –
e masticare di un singolo giorno
il suo aspetto più puro-
occorre predisporsi
finanche a lasciarsi
inermi cadere.

Affinché lo stordimento
non produca gravose conseguenze,
l’unico trucco che ognuno possiede
è stringersi con forza
al fazzoletto di terra più amato –
che, nel farlo, assumere
i tratti del ragno
diventa perfino un dovere.

C’è sempre un piede che batte la danza
ai lembi dei campi già rosi dal sole.

C’è un moto di suoni, di passi e colori
che spreme d’un fiato ogni senso
e lascia tacere le preoccupazioni.

È su quella terra –
pregna di un silenzio inquieto –
che si scorgono i segni
di un nuovo raccolto
ed è lì che i colpi delle intenzioni
tessono una grazia armonica
portando un barlume
lento a mutare in chiarore.

da Inni

Per mia madre e per Marilena

Si sgretola
l’eco accigliato
del mio canto –

ma vi so da qualche parte
a calpestare questa stessa notte
e si ricompongono le crepe

e ogni sforzo
si fa aurora.


Mario Saccomanno (Cosenza, 1993). Ha conseguito la laurea triennale in Filosofia e Storia, discutendo una tesi sulla filosofia eretica di Giordano Bruno, e due lauree magistrali: in Scienze Filosofiche, cum laude, con un elaborato finale dedicato al rapporto tra scienza e fede nell’opera artistico-filosofica di Lev N. Tolstoj, e in Letteratura, Lingua e Cultura italiana, con una tesi sulla storia e sulla storiografia quattro-cinquecentesca. È cofondatore di Aculei Edizioni, collabora come editor e promoter con Bottega editoriale, è direttore editoriale dei periodici DireFareScrivere e Bottega Scriptamanent e contribuisce ad Alma Poesia. Ha maturato esperienze come insegnante, editor freelance e copywriter. Giornalista e scrittore, ha pubblicato articoli e interventi su vari quotidiani e riviste; suoi racconti e poesie sono apparsi in blog, periodici e antologie letterarie e hanno ricevuto premi e riconosci menti. Ha pubblicato il carnet poetico Tragitto ricurvo di sogni e d’amore e le sillogi Tanto vero da farsi utopico e Lembi edificabili.

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