NON TORNARE E’ LA GRAZIA è la recente silloge di Marco Ercolani, edita da puntoacapo Editrice (2026), con prefazione di Angelo Lumelli e postfazione di Isabella Bignozzi. Il libro si articola in tre sezioni: Non tornare è la graziaEd è cenere, infineL’ arco sotterrato.
Esiste una grazia, severa e scarna, che non coincide con l’approdo, né con il ritorno celebrato. Non tornare è la grazia lavora proprio all’interno di questo concetto: disinnesca il mito invece di riscriverlo, incrina l’idea di compimento, sposta l’epica verso una zona di ascolto e di corpo. Ercolani assume Ulisse come figura di attraversamento, sospendendone i presupposti narrativi. I nomi dell’Odissea affiorano e si ritirano, senza costruire una sequenza. “Qui nell’antro i nomi vengono e vanno”: il mito è più un campo di risonanze piuttosto che un archivio di eventi. Il racconto si sfalda e rimane una voce che non mira a “tenere insieme” il mondo.

Il centro del libro è l’antro, come luogo abitabile “La grotta: mio luogo reale, / dopo interminabili rotte“. È una scelta contro la reggia e contro il mare aperto: contro il potere e contro l’erranza. Qui Ulisse non è più guerriero né sovrano, ma presenza sensibile: odori, dita, respiro, miele di voce. Quando l’epica arretra, restano i sensi come fondamento di minima realtà. Da questa posizione discende il rifiuto di ogni bilancio morale. “Alla fine del mio viaggio / non ho né salvato né ucciso“. È una formula anti-epica: sottrae il gesto alla contabilità del merito e della colpa. Anche la regalità viene rovesciata: “Io sono un re di cui vorrei si dimenticasse il nome“. Non c’è desiderio di riconoscimento, anzi una richiesta di opacità: il nome come peso, la fama come interferenza.
La riflessione sull’arte si innesta coerentemente in questa etica della sottrazione “L’arte: eterna facoltà di nascere e rinascere. / Ha un solo traguardo: essere anonima“. L’opera non chiede trionfo; l’artista “dispone le pietre dei templi come un servo silenzioso”. È una poetica dell’impersonalità attiva: fare senza occupare la scena, creare senza colonizzare. Il libro, però, non si chiude nella rarefazione. A tratti si apre una zona più scura, necessaria, in cui affiora la violenza storica: corpi, sangue, cenere “Illusi che sarebbe stata immortale, / la vita: / ed è cenere“. Qui il mito smette di essere figura culturale e diventa strumento per parlare di esaurimento: la fine dell’illusione salvifica del racconto, la fragilità dei fondamenti. Quando il ritorno a Itaca viene evocato, accade solo dopo una perdita radicale: “senza dèi senza scie, / senza le dita della ninfa“. È un ritorno spogliato di ogni consolazione e, proprio per questo, non trionfale: non ripristina un ordine, ma registra un mondo che non è più quello di prima. In questo senso la prefazione di Angelo Lumelli coglie un punto decisivo: la voce come pronuncia, breve e leale, che non pretende di oltrepassare “la portata dei polmoni”.
Non tornare è la grazia è un libro rigoroso, attraversato da una tensione costante fra memoria e oblio, corpo e linguaggio, mito e storia. Non consola: rende pensabile — e in parte abitabile — la sottrazione. E chiede al lettore non di seguire un eroe, ma di sostare nel punto in cui il racconto si interrompe e la voce, finalmente, resta.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


*
Non tornare è la grazia.
Navi naufragate, armi a picco, fine.
Ma io torno dove non è logico approdare.
Antro sacro, fitto di ombre, sulla volta sirene e ciclopi.
Non restano del mio viaggio che voci, ossa, rovine.
Un fumo di nave, un’ansia di remi, il vento sui sassi.
Non diventerò il re che i nemici aspettano.
Non sarò il morto predestinato del regno di Itaca.
Approdo nell’antro.
Muschi anfore ulivi telai di pietra manti purpurei,
le due porte, Borea umana, Noto divina,
e lei mi guarda, nata ora, dall’aria
solo nostra, ovunque
odore di ulivi e di miele,
la accarezzo dove leggo
la sua estasi.

*
Credono ancora che emettano canti
le sirene
ma sterminato è il loro silenzio:
chi grida sono le nostre voci,
come rasoi nelle gole,
la nave ancora una volta
oltrepassa il nodo delle rocce.
Ci fingeremo salvi, liberi
dal canto dei mostri, libere le teste dalla cera,
io capitano che gioisce nell’inganno.
Ma nessun marinaio smette di gridare:
a lui solo
appartiene il suo urlo
come alla notte le rocce strette,
sue è la leggenda,
sprofondato nelle sue, non solo sue,
lacrime per le sirene mortali.

*
L’arco?
Nel cono d’ombra della notte di ieri
è sparito:
io qui, piagato, nella mia isola-roccia,
le frecce spaccate in fondo al mare,
vani fossili di ferro.
Feriti, i feriti:
non complici di chi vuole ferire.
Raggiungete la nave, tornàtene indietro.
le onde hanno un profumo
di erba nuova, se lo saprete sentire:
aroma di terra che verrà,
labile, solida,
altra.


Dalla prefazione di Angelo Lumelli

Caro Marco, leggendo il tuo poemetto Non tornare è la grazia – ho dovuto rileggere parecchie volte – finalmente m’è sembrato di capire, almeno un po’, che il ritorno del tuo Ulisse non fosse quello di cui si parla – Itaca – bensì questo, il poema della voce – una strada del ritorno – evitando il finale che lascia soli gli spettatori, quando si tira il sipario, ultimo tradimento della letteratura, del suo spettacolo – ed allora mi è venuta in mente una parola, in dialetto – nell’incrocio di ligure lombardo piemontese delle mie parti – la parola feitò – magnifica e sterminata – che non vuole dire esplicitamente fatato, bensì, piuttosto, conciato, lavorato, trattato con arte, in modo da non sentire dolore, soprattutto il dolore qualunque, al modo con cui operano i calli nelle mani dei contadini, dotate di un tatto nuovo, idoneo ai bisogni – fatato perché capace di attraversare ogni tattilità in modo conveniente, spiritualmente allenato, un superamento del dolore in quanto disordine ed ingiuria, a fronte dell’attitudine alla compostezza, dell’agire destramente. Con ciò intendo, tra l’altro, il ritmo persuasivo, il tono drogato dell’eloquio, la malinconia senza sfoggio, la voce che mai lascia sole le parole, che le accompagna con il respiro, grande tema che attraversa i monologhi di Ulisse, il tuo. (…)


Dalla postfazione di Isabella Bignozzi

(…) L’antro è la cavità metafisica dove l’invisibile si concede, nelle brezze sospirate, nelle fragranze degli ulivi, nel morbido miele dell’intimità: la ninfa è il prodigio del tepore: dissolto il doloroso diaframma tra i viventi, è oblio d’estasi condivisa.
Odisseo non afferma, dimentica. Come un docile scultore, devoto alla scabra materia, scompare nella sua opera, lasciando il “gusto del sonno, il sapore del buio” nella pietra. La ninfa è compagna: presenza e profezia, origine stessa del senso, forma viva di tenerezza, nel silenzio. Riconosce e ama, senza strutturare o intraprendere, superando per ossimoro l’ossessione del non-fondamento, dell’assenza di un inviolabile baricentro. In questi versi dislocati, tutti protesi a un futuro originario, a un archetipo fuori campo, non c’è un divino che protegga o punisca, né una missione, né alcuna gloria. Persino lo svanire è afflato sospeso, trasparenza in atto, pacificata nella pienezza dell’istante. (…)


Marco Ercolani è (Genova, 1954), è psichiatra e scrittore. Tra i suoi libri di narrativa: Colloqui con Robert Walser, Destini minori, Senza il peso della terra, Le forme dell’aria, Un uomo di cattivo tono, 14 luglio 1929: due lettere a Freud, L’età della ferita, L’altro dentro di noi, Sindrome del ritorno. Per la saggistica: Fuoricanto, Vertigine e misura, L’opera non perfetta, Il poema ininterrotto, Fuochi complici, Galassie parallele. Per la poesia: Il diritto di essere opachi, Si minore, Nel fermo centro di polvere. Suoi testi aforistico poetici sono in Sentinella, Essere e non essere, Nottario 2015-2021. Nel 2020 crea il blog Scritture. Con Massimo Barbaro scrive Paesaggio con viandanti e L’arte della distanza (puntoacapo), Corrosioni. Con Angelo Lumelli Cento lettere. Con Francesco Denini Ground. Lettere sulla musica. Con Giuseppe Zuccarino Reciproche consonanze. Con Lucetta Frisa ha diretto la rivista “Arca” e dirige la collana “I libri dell’Arca”. In coppia con lei ha scritto: L’atelier e altri racconti, Nodi del cuore. Anime strane, Sento le voci, Il muro dove volano gli uccelli, Diario doppio, Furto d’anima. Ha curato antologia e testi critici per Angelo Lumelli (La poesia incessante) e Lorenzo Pittaluga (L’enigma della voce). Nel 2025 viene pubblicato Il demone della scrittura, il volume degli atti del convegno a lui dedicato presso la BUGe di Genova. Collabora a zonadisforme.net. Ha scritto diversi libri, variando i generi: romanzi, saggi, raccolte di poesie e di racconti, aforismi. Sulla poesia contemporanea ha scritto Fuoricanto (Campanotto, 2000), Vertigine e misura (La Vita felice, 2008), Fuochi complici (Il Leggio, 2019), Delle sue ultime pubblicazioni ricordiamo: L’età della ferita. Intorno ai «Diari» di Kafka (Medusa Edizioni, 2022), 14 luglio 1929. Due lettere a Freud (Robin, 2022), Sentinella (L’arcolaio, 2022), Nottario (I Quaderni del Bardo, 2023), L’altro dentro di noi (Anterem, 2024); è stato curatore del libro La poesia incessante. Testimonianze critiche per la poesia di Angelo Lumelli (Macabor, 2024).

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