LA STRANIERA è la recente silloge firmata da Dario Capello, edita da puntoacapo Editrice (2025), con nota di Giancarlo Pontiggia. Si tratta di un libro compatto, costruito come un unico movimento di voce. Non ci sono sezioni nè soglie dichiarate: le poesie si susseguono in continuità, legate da ritorni lessicali e immagini che si richiamano a distanza. Questa scelta non è solo formale. È già una dichiarazione di poetica. La straniera non racconta una storia: costruisce una condizione. Fin dalle prime pagine emerge una costellazione precisa: notte, voce, sogni, nomi, volti, memoria, che non va letta come semplice repertorio simbolico. È un sistema percettivo. “C’è la notte / dei bar, dei motel / senza nessuno.” La notte non è atmosfera lirica ma piuttosto un momento in cui ciò che è familiare si opacizza. La città diventa enigma.

La figura della straniera si colloca in questo disallineamento. Non diventa mai un personaggio compiuto. Appare per frammenti, per gesti minimi — “quando ritira / il bucato dalla pioggia” — e subito si sottrae. Talvolta concreta, talvolta quasi emblematica, non offre un’identità stabile. Può essere quindi una donna, una memoria o la città stessa. Ma più precisamente è una funzione: introduce distanza, incrina l’aderenza tra parola e cosa. La fedeltà ai nuclei tematici che Pontiggia individua nella sua nota, non risuona come “ripetizione” ma è coerenza strutturale. Capello si muove tra materia concreta e forze meno visibili che attraversano il linguaggio poetico. Il passaggio tra esterno e interno, tra gesto quotidiano e riflesso mentale, genera una tensione continua nel lettore. Il punto decisivo resta il rapporto tra vita e parola. “Non guardare da quella parte, c’è il libro / aperto a metà che parla antico.” La vita appare “esposta, lontana dalla carta”. La poesia non tenta di colmare la distanza, la rende visibile e la frattura diventa il luogo stesso della scrittura.
Anche la lingua segue questa direzione. Il verso è breve, l’enjambement frequente, la sintassi tende alla sospensione. Non c’è enfasi, non c’è espansione retorica: il dettato è sobrio. Proprio questa sottrazione amplifica la vibrazione interna delle immagini. Nel finale, la domanda di Quevedo — “Ehi della vita! Nessuno mi risponde?” — non chiude il libro, ma lo rilancia. Dopo l’attraversamento della città e dei volti, resta una chiamata senza risposta. L’estraneità non è risolta ma viene abitata.
La straniera non offre soluzioni narrative né chiarimenti psicologici. Espone una frattura — tra città e memoria, tra volto e parola, tra esperienza e linguaggio — e ne fa il proprio centro. La forza della poesia di Capello sta proprio qui: non nel colmare la distanza, ma nel renderla percepibile come condizione del vivere.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da LA STRANIERA

*
Una stanza così, pronta
al buio, dove puoi mettere
la frutta, le noci, con tutta
la vita inconsapevole,
e il malumore dei poeti.

A volte qui si chiudono
le imposte per non vedere
fuori quel blu d’ignoto
che gocciola per tutta la casa
adesso, con la pioggia.

Non guardare da quella parte,
c’è il libro aperto a metà
che parla antico.
C’è la notte
dei bar, dei motel
senza nessuno.
E l’oltremare.


*
Col caldo dell’estate ritornano
memorie, le più lontane
tornano assassine con altro profilo.

Sono le immagini della vita
viste nel mezzo
sguardo della fine,
di qualunque fine. Confuse
tra loro, malandate, cerchi
su cerchi, ondate

chiamate a raccolta
bruciano dentro
allucinazioni di rosso e di verde.

Ora ricadono in briciole
su di te
che guardi crescere il basilico
alto sul davanzale, trionfale,
e come ogni sera fingi
di dargli un nome nuovo.


*
Dice che va bene così,
nel lato triste della donna
verso sera, quando ritira
il bucato dalla pioggia
e lo piega all’ombra
visibile di armadi colmi
di un altro tempo.

Un senso di scongiuro
una distanza
che ha già mischiato
il puro con l’impuro.

“Si viene qui al mondo per vivere”
“No, per morire”
corregge a bocca socchiusa
in lingua da gitana.


*
La indovini agli sbocchi
nell’umido e nei destini.
È la notte
contro la notte.

Lo so, acqua e terra
rendono i morti, ma tu
tu velata e spietata…
tu che il libro
hai ingoiato e mi hai scosso
via, sparso tra le cose
che mutano

ripassa, amata, ripeti
il giro, scivola
nella specchiera dell’ingresso
abbracciami con la mano,
la destra.

Vivere è oscuro.


Dario Capello è nato a Torino nel 1949, e a questa città dedica due saggi, Torino. Da Nietzsche a Gozzano (Unicopli 2003), e Amante vertiginosa (Casaccia 2010). Cesare Pavese sarà poi l’ispiratore di una plaquette poetico-teatrale, La valigia di Leucò (Casaccia 2013). Suoi testi e interventi critici sono apparsi nel corso de gli anni su svariate riviste. Libri di poesia: Il corpo apparente (Niebo 2000); Nel gesto di scostarsi (Dialogolibri 2001); Vanità del tema (Viennepierre 2007); Dove tutto affiora (variazioni sull’apocalisse) (Alla chiara fonte 2009).

In voga