“Impromptu” di Giovanna Rosadini e il possibile incanto

di Rosanna Frattaruolo

Il verso «Ogni fine è un inizio» (p. 15) condensa l’intero itinerario poetico di Rosadini: non è una semplice dichiarazione, ma una soglia metaforica che raccoglie il pensiero di un tempo che non procede per cesure definitive, ma per traslazioni, per metamorfosi continue, in cui la perdita si rivela grembo e la dissoluzione principio generativo: «un Continuum che ci precede / nell’aria verso le calle che fra poco percorreremo » (p. 11).
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Sfogliare il libro è sostare davanti a Le tre età della donna di Gustav Klimt: la poeta si declina in stagioni diverse, senza mai cessare di essere se stessa, nemmeno a Novembre quando, ascoltando «il ritmo della pioggia / sulle foglie cadute sul selciato [che ricorda] cosa è stato», prega comunque «Che sia salvato il rumore del tempo / nell’iride dei giorni benedetti dal vento» (p. 17). Infanzia, giovinezza, maturità convivono in Impromptu, edito da ilglomerulodisale nel 2025, libro che si offre come varco spazio-temporale nel continuum della vita dell’autrice.
Il concetto di fine – e dunque di transizione – è strettamente connesso a quello di assenza, altro nucleo tematico caro all’autrice. Ogni passaggio implica infatti uno svuotamento: ciò che si conclude lascia dietro di sé il «vuoto / [di una ] stanza, il quotidiano impoverito / [di una] assenza, la traccia in controluce / della [sua] presenza; l’assenza è una zona d’ombra in cui l’identità vacilla – «Non [sa] più dove [si] trova» – ma ha la possibilità di ridefinirsi attraverso l’umanità – quell’«abbraccio / [che trae] in salvo dal precipizio (p.16) – e la poesia – «la cura possibile per estinguere / l’arsura» (p. 18).

Nella topografia dell’anima, i luoghi coincidono con le stagioni della vita, per ammissione della stessa autrice: «La scrittura in effetti si è contemperata ai luoghi dove ho vissuto, che peraltro coincidono coi tempi della mia vita: l’istintività e l’immediatezza genovese, la freschezza venata di nostalgia veneziana, la quotidianità produttiva e consapevole milanese». Genova, dunque, è l’infanzia luminosa delle case ampie e l’adolescenza inquieta in un contesto percepito come asfittico, ma sempre aperto sull’orizzonte del mare. Venezia è la culla d’acqua della giovinezza, il luogo dei legami fondativi e della prima proiezione verso il mondo. Milano è la città dell’approdo adulto, dell’accoglienza senza riserve, della maternità e della costruzione consapevole di sé: la casa da cui si parte e a cui si ritorna. E oggi il riemergere di radici liguri in una piccola proprietà a Camogli suggerisce non un ritorno nostalgico, ma una riconciliazione circolare, marina1.

L’itinerario si configura come un’ontologia del distacco: un invito a lasciarsi rintracciare nell’asintoto dell’assenza, laddove l’identità si sottrae all’evidenza e sprofonda nel magma della significazione — «deposito / di enigmi e visioni future» (p. 9). Lasciare qualcuno o essere lasciati, ma anche lasciare qualcosa di sé alle spalle, obbliga a fare i conti con l’abbandono – scelto o subìto – che si traduce in una dislocazione dell’identità: ciò che si era in relazione a un luogo, a una persona, a una stagione della vita, improvvisamente non coincide più con il presente: «A volte sembra di aver perduto / la voce, persi nello sconfinamento / da ciò che prima era un intero, polpa / racchiusa in un frutto presente e vero» (p. 20). La «perdita dell’arcano / senso dei gesti, [la] meraviglia / dello svelamento repentino» costringe a ridefinire ciò che resta: la «prevedibilità / è diventata la casa che ci abita, / la sospensione temporale / del nostro continuo ritrovarci» (p. 14).

In questa zona liminare si genera l’altrove – che Rosadini descrive come «imponderabile […] regione dello sperdimento, o forse / lo spazio dove rigira la […] mente, sull’orlo slabbrato di un ignoto continente» (p. 16) – quale risposta a uno scarto, a un vuoto che si apre nell’esperienza. L’altrove non incarna dunque solo una traiettoria geografica, ma resta, in primis, un movimento interiore, quella distanza da percorrere, necessaria per non restare imprigionati nella forma predefinita o pregressa di sé.

In questo processo il suono agisce come attivatore mnemonico e vettore di traslazione. Dal «salone viola dalle alte finestre» – che già prelude a una necessaria via di fuga – il suono innesca un movimento che conduce altrove. La musica si fa soglia, detta il ritmo della luce e ne accompagna la metamorfosi: dallo spicco solare dell’infanzia che «allaga le stanze […] / dissolve la linea / del tempo», alla luce radente e trasversale «nella penombra sospesa sul risveglio» veneziano che prelude alla complessità obliqua della maturità (p. 11), si disegna una dialettica della visione. Le calli percorse nella giovinezza diventano spazio di un’introspezione inconsapevolmente labirintica, dove lo smarrimento non è perdita ma apprendistato dello sguardo.

L’altrove non è fuga, ma possibilità sensoriale. Se la musica costituisce l’ordito temporale, la vista ne completa la trama nei colori del giorno – è «solo [lì che] io sono» – e nel ritrovamento inatteso di una lettera custodita in un libro preso in prestito. L’oggetto si fa varco, madeleine involontaria che restituisce «il lontano sapore smarrito / della vita, quell’antica promessa / quasi dimenticata» (p. 12), secondo quella dinamica della memoria che Marcel Proust ha consegnato alla modernità: non ricordo volontario, ma riemersione improvvisa del tempo interiore.

Impromptu si configura come una partitura dove tempo, memoria e luogo si intrecciano in un unico movimento e nel quale il «respiro lento del mare» si impone come unica metrica universale, il ritmo a cui il respiro umano deve accordarsi per ricomporre un «possibile incanto» (p. 10). E davvero, allora, ogni fine è un inizio non è una formula consolatoria, ma la legge segreta del vivere che nel distacco continua a rigenerarsi. .

1 Cfr. A. CORBETTA, Intervista a Giovanna Rosadini, Alma Poesia, consultato il 15 febbraio 2026, https://www.almapoesia.it/post/intervista-a-giovanna-rosadini.


Estratti dal libro

Il suono disarticolato della vita
trova conforto nel respiro lento del mare
davanti al quale si ricompone
un possibile incanto, nel cui grembo
liquido ritroviamo l'abbraccio
di una dimenticata totalità

(p. 10)

*
Nel tempo che separa le cose, dimenticherai
Alberto Biscaldi

Non sai più dove ti trovi
imponderabile è la regione
del tuo sperdimento, o forse
lo spazio dove rigira la tua
mente, sull'orlo slabbrato
di un ignoto continente...
Ti terremo a galla sul confine
delle tenebre, sarà un abbraccio
a trarti in salvo dal precipizio

(p. 16)

Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi, Premio Arenzano. Per lo stesso editore ha curato l’antologia Nuovi poeti italiani 6, del 2012. La sua terza raccolta poetica, il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 la pubblicazione di una nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore, Premio Camaiore, cui ha fatto seguito, nel luglio 2019, l’autoantologia con inediti Frammenti di felicità terrena, edita nella collana “Gialla oro” di LietoColle /Pordenonelegge, Premio Merini. Nel 2021, per i tipi di Interno Poesia, la silloge in lasse prosastiche Un altro tempo. Ha vinto la 40ma edizione del Premio Pavese sezione poesia “per la qualità dell’opera” nel 2023. 
La sua ultima raccolta, Cicatrici, è uscita a ottobre 2025 per Einaudi. Vive e lavora a Milano.


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