“A4 – una pagina”
su Contemplazione, distrazione di Paolo Valesio
(Bohumil edizioni, 2025)
di Alfredo Rienzi
Dopo una ventina di raccolte poetiche, la più recente delle quali è Il Testimone e l’Idiota (La nave di Teseo, 2022), l’operare di Paolo Valesio è ancora intenso. Lo stesso autore dà conto, nella Nota a p. 39, della ragione di questa esile ma significativa raccolta, Contemplazione, distrazione (Bohumil edizioni, Bologna, 2025) che nella prima parte – I versi trafiggono gli anni – ripropone, con numerose varianti, testi già apparsi nel numero 23 della rivista “Il Mangiaparole” e include nella seconda ed eponima parte, poesie inedite risalenti agli anni fra il 2004 e il 2006: «Continuano a restare inedite molte mie poesie, che attendono il momento adatto per essere portate alla luce. Nello scorso anno 2024 ho sentito la necessità di riprendere una serie di esse, quasi tutte inedite fino a quell’anno, che risalgono ai primi anni Duemila, e di curarne la pubblicazione. Sono immagini di vita che mi hanno visitato improvvisamente (l’io controllore si tiene lontano da questi testi), e che si riferiscono a luoghi nella costa orientale degli Stati Uniti, fra il villaggio di North Branford (con il laghetto di Linsley: visione fondante e trasformativa) e la cittadina di New Haven, entrambe nel Connecticut, e New York City; con qualche passaggio in altri luoghi degli Stati Uniti, e in Italia (in un costante andare e venire fra le due sponde dell’oceano)».
Nonostante – o in parallelo – alla fitta rete di toponimi in subscriptio e al radicamento nel luogo, anche in questi testi del poeta delle «due sponde» l’altrove è spesso sul punto di irrompere nel dialogo interiore dell’autore, a conferma di quella tensione metafisica, ma profondamente radicata nel dato fisico, che sostiene la sua poetica («si riesce a costruire Dio / solo partendo dal proprio “giù” / come fiocchi che vadano in su / dal buio verso il buio», p. 26). Così in questo corpo a corpo con l’invisibile si aprono improvvisamente squarci, laddove – come in Recogimiento (parola chiave nella mistica di Santa Teresa d’Avila e, palesemente, anche nella poetica di questo Contemplazione, distrazione) – nello «spazio di ufficio / si chiude in un bozzolo e regala / l’illusione di un significato / in forza e grazia del quale la vita cominci a cambiare / come se si potesse di qui uscire» (p. 32), uscire, viene precisato in Ascoltando la “Terza” di Bruckner (p. 25), dai limiti della ragione, dalla prigionia della mente conscia , che icasticamente, con la consueta dilatazione lessicale, il poeta chiama «cayba cerebrale». O, ancora, magnificamente, in La sguardata, dove la Maria addetta alla pompa di benzina, moderno altare, lungo la Route 80, si sovrappone, «si anamorfa» nella Mater Christi, in uno slittamento-compenetrazione dei due piani, del qui e dell’altrove, del profano e del sacro:
«Maria ai piedi della croce crìstica
si anamorfa in Maria dritta in piedi
a lato della pompa di benzina
mentre abbevera la sua jeep;
o è forse the other way around:
chi è rapita in basso chi nell’alto — qual è la differenza?»
E accade reciprocamente – «the other way around» – che «L’Aldiqua [abbia] scalato e degradato i regni dell’Aldilà», (p. 7). La realtà è una superficie che nasconde e la viva attenzione alla luce e all’ottica («ottica illusione», «vetri (diventati bui)», «la rapida visione / preziosamente grigia traverso il finestrino») conferma l’idea delle due dimensioni, dell’anamorfosi di cui sopra. E anche la neve, mai decorativa, è velo che, proprio perché copre il mondo, permette di immaginarne la struttura segreta e l’oltre.
Al titolo ossimorico Valesio dedica una fulminante chiosa, preferibile a qualsiasi altro lavorio di comprensione: «Contemplare questo spettacolo vitale è per me necessario; la contemplazione peraltro esige di concentrarsi su pochi elementi, e la vitale confusione intorno può essere causa di distrazione –– ma è proprio da questa distrazione che nasce di solito la poesia. La coesistenza dialettica di questi due elementi dà ragione del titolo» e alla dialettica, su accennata, che irrora la raccolta. Valesio accosta costantemente il sublime al degradato: i bambini massacrati e i treni suburbani, i santi e i “formiconi nella doccia”, la Madonna e la pompa di benzina, la carestia le pesti e i rami carichi di neve. La sua tesi – che la contemplazione non avvenga nonostante la distrazione, ma proprio attraverso di essa – trova piena rispondenza nel dettato versale. Una metafora di tale dialogo viene ad attraversare il silenzio e il suo contrario: molti testi (Recogimiento, Bruckner, Al bar KGB ecc) ruotano attorno alla capacità di “isolare” un suono, un gesto, «i rumori le voci da fuori». Il poeta è colui che, nel rumore del mondo, «nel suo quasi-silenzio / […] può ascoltare / la povertà tenace / della sua acqua» o “faticoso scolpire” della musica.
Il tono, anche di questa selezione di testi, si pone in modo apparentemente discorsivo, quasi – in combinato disposto con i toponimi – una serie di appunti di viaggio, una rapida annotazione memoriale, ma è costantemente innalzato e impreziosito da una scelta lessicale ricercata, con arcaismi («cayba», «traverso» per attraverso, «plena» ecc.) e soprattutto neologismi e occasionalismi («straffugnare», «elegantizzato», «disvuotamento», «fantasmizza» «rafficato», «stralancata» ecc. Tra il riflessivo e l’analitico la parola di Paolo Valesio si offre con la forza di una solennità sottovoce, dove anche l’elemento più quotidiano – «la Jeep», «i blue-jeans», «il bar», «l’ufficio» ecc. – è osservato con la distanza numinosa di chi cerca una «cuspide di vita».
Benché esile nel formato e composta da inediti, Contemplazione, distrazione riflette nitidamente la densità della scrittura valesiana e conferma i tratti salienti di una poetica che da sempre abita la soglia, dove l’occasione quotidiana e il respiro metafisico vibrano e si interrelano, tra il rumore del mondo e il silenzio del sacro.
Testi da Contemplazione, distrazione
da “I. I versi trafiggono gli anni“
Barbarico passaggio
Il formicone sorpreso nella doccia e ucciso prima ancora di pensare
(si poteva evitare, questa rappresaglia,
ed è subito l’ombra
dello scrupolo eterno buddhista
e francescano – unica speranza:
trasformare l’istinto in un rito)
all’inizio di febbraio quando ancora dal Canada incombono
le tormente di neve, è forse un preannunzio
che il cuore dell’inverno è sul punto di cedere.
(p. 14)
Sakura Park
Ha camminato da canto
alla tenera spazzatura caduta dal ciliegio
e mescolata alla spazzatura dura
tombolata giù-fuori dal bidone;
fra entrambi i relitti saltellano i piccioni:
è l’asilo-nido (un po’ allegro un po’ solenne,
come tutti gli asili)
nel parco per il resto deserto
di un sabato mattina
e aspetta –– con calma dignità
preparata al peggio e al meglio –– la pioggia.
Upper West Side, Manhattan
(p. 18)
da “II. Contemplazione, distrazione“
Ascoltando la “Terza” di Bruckner
For de la bella bella cayba
fugge lo lusignolo
Perché gli ricorda Milano
di decadi or sono:
l’epifania stralancata
sui gradini del Duomo
quando si convinse che il cervello
non era parte del corpo
ma una gabbia che marciva in alto issata
e l’ave era scappata.
Perché la sua musica tende ed espande e curva
le sbarre della cayba cerebrale
che si deformano e gonfiano
rischiando di incrinarsi.
Ciò di cui veramente lui è più che auditore,
ma spettatore soggiogato
è –– oltre il velo della musica ––
l’anti-miracolo della fragilità mentale:
l’attore che non afferra al volo le parole della musica
ma nell’aria e con l’aria le faticosamente scolpisce.
Avery Fisher Hall, Manhattan
(p. 25)
Recogimiento
Per Teresa d’Ávila
Sembra quasi che piova ma non piove.
I rumori le voci da fuori sono calmo-ritmati
come funzionari seduti su cuscini
da cui sono addolciti e strangolati.
Le loro fantasmatiche propaggini
scorrono righe sui vetri (diventati bui)
così che lo spazio di ufficio
si chiude in un bozzolo e regala
l’illusione di un significato
in forza e grazia del quale la vita cominci a cambiare
come se si potesse di qui uscire
con passo decisivo che apra tutto un capitolo.
Se poi è così stanco che non riesce ad alzarsi,
allora indugia in questa tenera speranza contemplativa
del cambiamento attivo.
Hamilton Hall, Columbia University
(p. 32)
Al bar KGB
È così raro —
in questo paese e in questi anni —
scorgere due amanti
che si tocchicchiano in punta di labbra e dita
in momentanea cuspide di vita
o anche con un toccamento magari un po’ più esplicito
come la mano di lei posata
(ma leggera come una ninfea)
sopra la coscia blue-jeans di lui.
Il bevitore seduto al tavolino in fondo
ha tenuto l’impermeabile addosso
e conferma senza trarne
piacere particolare
la sua analogia di fantasma
così che è percorso
da una corrente elettrica rammemorativa
di un capitolo geologico precedente
sempre nel Village
ma quattordici strade più in su.
East Village, Manhattan
(p. 33)
Paolo Valesio è nato a Bologna nel 1939 e laureato all’Alma Mater, dai tardi anni 60 ha studiato e insegnato presso le università di Harvard, New York University, Yale (in quest’ultima, per un quarto di secolo; e lì ha fondato e diretto lo “Yale Poetry Group”). Si è poi trasferito all’università di Columbia a New York da cui si pensiona nel 2013 e ritorna in Italia. Dallo stesso anno è presidente del Centro Studi Sara Valesio, a Bologna.
Ha scritto libri di critica letteraria e numerosi saggi e ha co-curato il romanzo postumo Venezianella e studentaccio di Filippo Tommaso Marinetti (Mondadori, 2013). Dal 1978 ad oggi ha pubblicato tre romanzi fra cui Il regno doloroso (Spirali, 1983), ripubblicato in edizione critica nel 2024 (Diaforia), e una ventina di raccolte poetiche, la più recente delle quali è Il Testimone e l’Idiota (La nave di Teseo, 2022). Continua a lavorare a una Tetralogia, costituita da un complesso di quattro diversi “romanzi quotidiani” che comprendono a tutt’oggi molte migliaia di fogli manoscritti per la massima parte inediti a stampa.
È fondatore e direttore di IPR. Italian Poetry Review; dirige la collana teatrale “Persona” per puntoacapo Editrice; è consulente di case editrici e collabora al “quotidiano approfondito” online IlSussidiario.net.




