di Rosanna Frattaruolo

I nostri resti ci dimenticano dentro nomi 
che è possibile sbagliare
scambiare per comoda panchina
Siamo nel dorso degli uccelli
nella stagione di caccia e luce
restiamo distesi con i denti spezzati
senza una ragione
– davvero non so quale –
Poi la crepa si apre
ci si accomoda stretti
tenendo per mano i morti

CARTOLINA DALLA CAVERNA

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Le solitudini sono più di tre
una scatta sotto il letto
il lato vuoto della tavola
la pagina bianca a fine libro
il timore e l'azzardo non li puoi separare a nessuna latitudine
che il non toccarsi è la quarta solitudine

CARTOLINA DAL CORPO NUDO

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è già il momento di andare
di svezzare la sete di te
di apprendere le attese al largo
Mi guardi e sono davanti
senza muovermi mai
lasciato sotto un piatto
nell'orbita semiseria
tra dire
o scomparire nel fiato scuro
dei portoni d'ottobre

CARTOLINA CHE NON PARTE

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Nel solstizio tirate fuori il peggio
modellate le facce stanche
basta discorsi d'armistizio
Se non vedrete bare
io sarò già andato
tra il vuoto il niente e il nulla
di un verso disossato

[ma alla fine chi è stato il vincente?]

CARTOLINA FUNEBRE

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Ci mandiamo cartoline dall'oblio
dove quel poco di noi
saluta non con nostalgia ma dal letargo

NATSUKASHII

Dalla postfazione di Bernardo Pacini

[…] Da dove partono queste missive non missive? Da quale lido attrezzato con mare turchese con gabbiani o mondana località montana? Niente di tutto ciò: le cartoline di Maffii non vengono affrancate negli uffici postali di ameni posti geograficamente connotati, bensì da un non-luogo ben più astratto e nebuloso […]. A meno di cadere platealmente nel tranello dell’identificazione tra poesia e biografia, prendiamo atto che il mittente di queste cartoline ci è ignoto almeno quanto il destinatario […] nel buio di una stanza/caverna piena di oggetti e ricordi, crepe e interstizi, c’è effettivamente un “io” che – nel fare il “giro del quadrato” tra le quattro mura del vivere quotidiano – scrive febbrilmente poesie destinate a […] una figura femminile che si conosce bene, ma di cui si rimane ancora e per sempre in attesa. […] Il fare poesia è sempre un esercizio di sopravvivenza al di là della vivenza, un tentativo di uscire dal letargo di sé per tornare indietro con quanto necessario a resistere; se possibile, scoprendosi ancora più affamati d’altro e d’altrove. Tuttavia, anche nella solitudine più difficile da sopportare, rimane una salvifica impressione: parafrasando l’Eliot dell’ultima epigrafe, di esserci stati, di essere stati in quel luogo, pur senza saper dire dove.


Giulio Maffii, scrittore e critico, ha diretto la collana di poesia contemporanea per le Edizioni Il Foglio, ed è stato capo redattore della testata giornalistica «Carteggi Letterari» e adesso per la rivista «Atelier». È docente di storia contemporanea del corso di laurea in Scienze giuridiche della sicurezza presso l’ISP di Firenze. Nel 2013 è uscito per Marco Saya Edizioni il saggio breve Le mucche non leggono Montale. Nel 2014, ha pubblicato per Marco Saya Edizioni Misanabì sui miti della morte degli Indios Taino. Nel 2015 esce il poema storico Il ballo delle riluttanti (Lamantica Edizioni) e nel 2018 Angina d’amour (Arcipelago Itaca).
Tra gli ultimi lavori poetici, dopo RadioGrafie del 2021, il libro di poesia sperimentale/visuale Sequenze per sbagliare il bersaglio, del 2022 Atletico sull’Atlantico e, per Arteidolia di New York, una serie di cinque lavori di poesia visuale.

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