a cura di Rosanna Frattaruolo

Silvia Rosa della poesia dice

La poesia è per me il luogo della cura, in cui narrare e ridefinire qualsiasi sentimento, in cui provare a mettere insieme tutti gli elementi della realtà creando una composizione inedita, una nuova prospettiva, una differente interpretazione degli stessi, a partire dal proprio personale punto di vista, un mondo distinto che non è mera evasione, ma capovolgimento illuminante. La poesia è anche il luogo della memoria e dell’incontro, in cui le storie così riscritte e narrate sono consegnate allo sguardo di chi le legge e decide se farle proprie o meno, identificandosi in esse, prestando loro una voce altra che le rinnovi e le tenga in vita. Quindi, nel momento in cui si scrive poesia e si mette nero su bianco qualcosa, ecco che quel qualcosa non è fissato immobile sulla carta, non resta identico a sé stesso, non inchioda il sentire anzi lo libera, perché tutto in poesia assume un’esistenza autonoma, misteriosa, e si mischia alle infinite declinazioni del dire e del dirsi, diventa una narrazione corale, condivisa, universale. Credo che la poesia non sia fuga dal dolore, dal quotidiano, dal mondo, è piuttosto una modalità di abitarli, di imparare a conoscerli, di nominarli, di trasformarli, è la disciplina della parola che aiuta a non soccombere dentro certi feroci silenzi, che diversamente lascerebbero ammutoliti, senza scorci d’orizzonte. La mia scrittura in versi si concentrata sulle zone d’ombra e spesso mette al centro il corpo: violato, fragile e mortale, scenario di conflitti personali ma anche sociali, dimenticato e reso invisibile. Anche l’infanzia, come stagione cardine della vulnerabilità mi interessa molto, insieme all’analisi delle relazioni familiari e amorose che da quel centro si dipanano. La poesia è da sempre per me uno scandaglio, che mi è stato d’aiuto per cogliere certe forme di potere che attraversano carsiche i rapporti tra esseri umani, e più di recente tra umani e altri esseri viventi. Potrei anche definire la poesia, quella che provo a scrivere e quella che voracemente leggo, una bussola, la mia Stella Polare, senza la quale orientarmi nel presente e nel passato sarebbe molto, molto più difficile.



La sua poesia ci dice

da L’ombra dell’infanzia, peQuod 2025

Un’ape allucinata che sbatte contro i vetri,
febbre che arrossa le guance, notte che
batte sui denti cariati. Sono questi i mali
rappresi in segni violacei sul rosa
delle albe d’infanzia, i guasti delle
lucciole che muoiono discrete sotto una
brina spessa. Io vorrei dire invece
lo strappo delle ali che buca la schiena,
la perdita del corpo un pezzo dopo l’altro
sotto il peso di un nome di fango e resina,
che lascia addosso un’onta indelebile
e in gola un fiore di spavento: vorrei
raccontare di come cresce nelle sere
di luna piena, cambiando colore e di come
diventano le mani di una bambina quando
scavano in bocca una fossa di silenzio

*
da Treceri/Passaggi, Editura Cosmopoli 2023

Riponi la paura in una estremità del giorno,
piegala con cura sette volte e poi nascondila
in un qualsiasi punto del lunario, aperto a caso
senza occhi, accetta in sorte vento o pioggia,
il mutamento della luce, l’alternanza delle stagioni.
Attendi la fioritura propiziante del tarassaco,
esprimi un desiderio e quando è ora soffia forte
sulla sua testa fino a farla diventare glabra,
finché ogni seme si congedi e prenda quota.
Nella fenditura che attraversa lunga lo stelo
del tuo corpo – la crepa madre che filtra sole
e ombra – pianta uno sguardo vulnerabile,
accetta il lutto delle cose che si trasformano,
l’immedicabile abbandono del tuo volto.

*
da Tutta la terra che ci resta, Vydia 2022

Dentro una pozza di cielo
i pendagli degli alberi tremolano
in questo giorno che un calendario
ha nominato Primavera,
e risucchia in uno slargo acceso
tutta la terra che ci resta
Dove siamo, mentre la notte
entra sicura sulla destra e vira
al chiaro che svanisce? Dove vanno
le cose che si illuminano,
quando lasciamo un punto piccolo
di fuga per non dimenticare
di fiorire lungo la strada
del ritorno?

Dicono di lei e della sua poesia

Franca Alaimo, dal saggio “Il dramma e la fiaba della parola in Silvia Rosa”, in “Secolo Donna 2022. Almanacco di poesia italiana” (Macabor 2022)
[…] Le poesie di Silvia Rosa sono caratterizzate da una varietà formale che, senza pregiudicare la compattezza di un mondo poetico riconoscibile ed originale, rivela piuttosto l’amoroso agone che l’autrice ingaggia con le parole che non sanno, non possono raggiungere né il cuore delle cose, né l’enigmatica complessità dell’io più profondo, né la vita che non sanno dire, fredde. Da qui l’apertura all’a-logico, alla visionarietà, alla magia, alla fiaba, alle folgorazioni epifaniche che scongiurano la resa, e che, soprattutto, raccontano, come scrive la Zambrano (“Verso un sapere dell’anima”, 1996) la «nostalgia di un tempo anteriore ad ogni tempo vissuto», poiché l’ansia della parola è «l’ansia di restituire l’innocenza perduta».

Elio Grasso, dalla prefazione a “Tutta la terra che ci resta” (Vydia Editore 2022)
[…] Le stanze componenti Tutta la terra che ci resta non hanno nulla a che fare con vecchi depositi, testimonianza di certezze preliminari riconosciute sconvenienti, troppo o troppo poco rivolte al naufragio esistenziale: per tutto il Novecento abbiamo assistito ai massacri corporali mentre la cognizione del tempo e dello spazio diventava una schiuma inaccessibile. […] Sembra inverosimile? O proprio in questo libro iniziamo ad avvertire una posizione poetica basata su parole già conosciute ma distese ora in una culla pronta ad accogliere? Poesia cruda, figlia di una tempra capace di attraversare l’atmosfera schiumosa che noi stessi abbiamo generato, qualcosa che riconosciamo inevitabile pur attraversando i deludenti tsunami editoriali in voga. Ecco, si dovrebbe reagire alla perdita sensoriale per acchiappare al volo chi, ancora accordato al corpo, contrasta la profusione di cose e aggiunge parole diverse a quante ancora attendono d’essere usate. […]

Gabriella Musetti, dalla prefazione a “Genealogia imperfetta” (La Vita Felice 2010)
La poesia disvela quanto affida alla parola: è esposizione intima, senza riserve o calcoli, scelta di «scavare/ la radice del corpo». È insieme un atto di umiltà e di coraggio mostrare la nudità dei propri luoghi nascosti. Soprattutto è fiducia nella parola, nel suo potere di cura, di dare quiete e risonanza insieme. Marca un cammino, disperde i «troppi fantasmi di vento» per giungere al «punto di sole tra le ombre», quel luogo illuminato del bosco fitto dove la luce chiara che filtra tra i rami mostra una immagine nuova e viva delle cose, come ha bene indicato la filosofa María Zambrano. Il bosco è il luogo topico dei racconti di fiabe e di avventure, luogo di smarrimenti e di crescita. Questo percorso poetico di Silvia Rosa mette in scena una ricerca di autonomia interiore, di libertà, capace di attraversare il mito e i territori più remoti del sentire, nella indagine di una Genealogia imperfetta che si affaccia al tema complesso del femminile, metamorfosi e incrocio di possibilità in divenire. […]

Giorgio Barberi Squarotti, dalla prefazione a “SoloMinuscolaScrittura” (La Vita Felice 2012)
Silvia Rosa scrive poesie bellissime, inquiete e inquietanti per una costante contraddittorietà fra visioni, scatti di vita, alacrità del tempo, indugi negli anfratti e nelle astuzie dell’età, e fulminee precipitazioni nell’abisso dell’ansia, del dubbio, della parola e delle esperienze inceppate, d’improvviso volte a rivelare la frantumazione del discorso dell’esistenza (e ne sono prova i termini ambivalenti, le sillabe ambigue, le parentesi dove la frase si capovolge rispetto a quella che prima si era espressa). […]

Silvia Rosa e i suoi poeti

Non amo gli elenchi di nomi, perché poi andrebbero corredati da una stagione dell’essere e da un tempo circoscritti: spesso ho amato alcune scritture in un dato momento e poi, pur restandomi care, le ho sentite meno risonanti in me. Inoltre ci sono poete/i di cui ho apprezzato moltissimo solo alcune opere, ma non tutta la produzione per intero. In generale adoro le penne visionarie, che lavorano tanto con quel dispositivo generatore di significati altri che è la metafora. Mi sento assai vicina a una poesia che si esprime con una forte impronta visiva, e che sposa il lirismo con la narrazione, per farsi racconto in versi di qualsiasi storia. Comunque, dovendo indicare in ordine sparso autrici o autori che ho letto o che leggo con piacere, e restando nell’ambito della poesia italiana più recente, direi Silvia Bre, Pierluigi Cappello, Mariangela Gualtieri, Chandra Candiani, Beppe Salvia, Vivian Lamarque, Enrico Testa, Roberto Sanesi, Antonella Anedda, Giorgio Caproni, Cristina Annino, Patrizia Cavalli, Salvatore Toma, Giovanna Sicari, Daria Menicanti… e mi fermo qui, perché in effetti non sapendo indicare particolari figure di riferimento, sono
davvero molteplici e numerosi i nomi che mi vengono in mente, pensando appunto a libri e a scritture amate.


In dono a Silvia e ai lettori di Il Tasto Giallo, di Vivian Lamarque, Miryam, da L’amore da vecchia, Lo Specchio Mondadori, 2022, pp. 61-62

                              "lei era piccola
e io non ero vecchia"


Miryam, mia bambina, mia rima
mia infinita mattina.
Su verso la tua stanza d'infanzia
papà chiamava dal giù del giardino
Miryam, mia assonanza mia rima
era l'intatto tempo del prima.

Nel percorso dal giardino alla stanza
il cielo giocava col tuo bel nome nell'aria
ti rapiva in fondo la emme
ti metteva una enne che era mia,
rispondevo anch'io con te in allegria sììì? cosa c'è?
era l'intatto tempo del tre.
Anzi contando Brigante del quattro
e cinque col gatto, una pulce saltava qua e là
dal loro mantello fino alla nostra felicità.
E le presenze meravigliose?
le quiete lumache nell'orto, le gracili rose?
oh era il tempo nuovo di tutte le cose.

II
Bambina magrina, figlia bella, puella,
bambina sonetto col tuo clarinetto in arrivo
domani, bambina che ride con bambino al balcone
calzina una su una giù, bambina con corda
che salti mentre lassù dai rami più alti
una vedetta vedeva lontano i lontani domani
le future stagioni. Alberella mia in fiore, fiorita,
in sala d'aspetto ti sedeva la vita.

III
Nostalgia del tempo passato vola via
vola via, avvistato lì anzi qui il Tempo
Presente. Nuove le presenze meravigliose
nuova maiuscola M, nuove le cose, le rose.

Figlia grande con figlio e con figlia
e un amore vicino da toccare con mano
risuonano un flauto e un piano, che cieli
nuovi su mansarde e alte stanze
guarda vola alto a spicchi un pallone
Miryam mia piantina, mia rima.

Silvia Rosa, nasce a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018) e Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donna: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025).


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