a cura di Rosanna Frattaruolo
da Piccolo zoo nell'anima
Sirfidi
Per tutta la vita ci avete ignorato
come mosche blu o verdi,
scambiato per api obbedienti,
vespe o calabroni da scacciare.
Invece siamo innocue sirfidi,
col dono innato di mimare vite altrui;
succhiando nettare, amanti instancabili
zigzaghiamo di fiore in fiore.
Prosperano le nostre larve
nelle acque limacciose.
*
Oritteropi
Fu innamoramento a primo olfatto.
Al primo rizzarsi di peli sulle narici del muso allungato.
Ricordo nottetempo scorribande a dissotterrare formiche e
[cetrioli;
con gli artigli scavare gallerie nelle fortezze dei termitai.
Cuori, unghie, denti avrebbero potuto diventare
amuleti, pozioni, braccialetti; la carne deliziosa
esser preda di licaoni, leopardi, leoni oppure cotta in stufato.
Invece il mio scheletro integro e il tuo corpo imbalsamato,
esposti in macabra dolcezza al Museo di Storia Naturale, (2)
eternano l’irriducibile singolarità d’un amore mammifero.
*
La tigre siberiana (dello zoo di Bucarest)
Di Ettore, domatore di tigri, cui una carezza del felino
che più amava ha reciso la giugulare
– l’ultima tigre del Bengala o quella di Milosz,
ferma nella luce? – non son degno di argomentare.
Così d’altri delitti efferati offerti in bella mostra
dai beccai della cronaca nera.
Al custode somiglio dello zoo di Bucarest: quando seppe
che non v’erano più risorse per nutrire la femmina
di tigre siberiana di cui era responsabile,
con estrema dedizione si lasciò sbranare.
*
da Alamogordo
[3]
Le cinque e ventinove:
un lampo di luce,
come se un inatteso Sole
sorgesse in una palla di fuoco.
Un boato, tremendo, squassò
la pianura, le dune di selenite
poi la nube s’alzò rapida
espandendosi in tetre ombre:
un roseo inferno radioattivo.
La Trinità, dettata dai versi di Donne,
dissigillò tutto il suo orrore:
plutonio, uranio, tritolo.
Il cinereo soffio d’un demone
pronto a spazzar via
ogni vivente nel raggio
di dieci miglia. E quando
l’involucro del corpo
si disintegra
l’anima più somiglia
a un’effimera scintilla
sfuggita al cielo rovente
o all’azzurro cuore
d’una fiamma forgiata
dall’onda d’urto?
*
[8]
Goccia dopo goccia,
isotopo dopo isotopo
cominciò a piovere.
Là dove in ogni polla
fremeva la vita, non
germogliava che morte.
Piogge radioattive all’inizio
dei tempi non avevano reso
vivibile la Terra, altrimenti
sommersa da ghiacci,
da acque turbolente? Ora
l’arido suolo del Chihuahua
s’era mutato in landa
di vetro e veleni, ostile
alla vita. Bisogna
volgere ad est, verso
le montagne Sacramento
finché le forze lo consentono.
Per giorni e giorni marciarono
nel vento, nella pioggia
riposando qualche ora,
accovacciati insieme
sotto la coltre di stelle.
La Luna, pietra focaia, vegliava.
Fu il colibrì un mattino
ad avvistare l’antro cavernoso, (6)
il cui umidore era stato
intercettato dal muso del coyote
nella direzione indicata
dalla volpe e dal ragno.
Il cervo mulo mandò
il corridore in esplorazione.
Potevano orsi, linci, puma
serpenti frusta e testa nera
essere in agguato. Rassicurante
sbucò una lucertola dal collare.
*
da Terre di nessuno
Zona interdetta – Riserva indiana
Come i cadaveri dei Parsi sulle torri del silenzio
a poco a poco spolpati da avvoltoi, corvidi
e altri saprofagi... così in quattro secoli furono
sterminati i figli del Sole, le figlie della Luna:
Falco Nero, Piccolo Cervo, Lupo Solitario
Orso in Piedi, Bisonte Seduto... le tribù ingannate,
rese neglette da “coloro che si prendono
il grasso e lasciano agli altri le ossa”.
Tentarono d’annientarne usanze, spirito, memoria.
*
da Slovenia
L’urodelo
Dici: «Giuro – sei sicuro! – che esiste...» ma
non lo riesci a scorgere il proteo, selvaggio dio
che vive cent’anni negli inghiottitoi del Carso.
Così il minuto carabide intitolato a Hitler. (10)
*
da Silenzioso rumore
Morti bianche
“Magazziniere cinquantanovenne travolto
da un sacco di milleduecento chili di zucchero.
Inutili le manovre di rianimazione”.
Non si muore più di diabete, ma di effetti collaterali.
A quando un vaccino
contro le fatali negligenze?
*
da Beata viscera
III – Nello spurgo di stomaco la datura
Beato il grembo di Madre Terra
nel cui utero nascosto ebbero origine
i fratelli della Luce, i popoli della Nebbia.
Il primo informe seme dell’umanità.
Lode agli arcaici esseri dell’oscurità:
Formiche Rosse e Nere, Vespe
Locuste, Cicale, Libellule
Millepiedi, Mutille, Scarabei. Lode
alla Prima Donna, al Primo Uomo
e all’eroico Coyote: figlio del Tramonto
che risalì in superficie
per liberare tutte le creature.
*
da Cuore che ascolta
A noi, fugaci osservatori
cui spetta l’incombenza
della vita e della morte,
a noi privi d’un cuore che ascolta
l’esigua urgenza della parola.
Nota critica di Ivan Crico: Le sinẓìle de San Gansian, .
La vita segreta degli animali, delle piante, di eventi apparentemente insignificanti a cui nessuno, o quasi fa attenzione; la vita degli ultimi, dei senza voce o degli eretici dalla lingua perforata, con chiodi un tempo, con l’oblio nel presente imposto da novelli inquisitori digitali. Sergio Gallo, nelle sue poesie, mette in contatto micro e macrocosmo, la Storia dei potenti, orrido ricettacolo di falsificazioni e abusi, con quella di chi vive al margine dei grandi eventi, spesso, quasi sempre, costretto a subire scelte altrui. Lo stupore davanti alle meraviglie della Natura, che descrive con l’esattezza dell’uomo di scienza, si sposa con l’appassionata parola della denuncia, della ribellione di fronte ad ogni atto lesivo della libertà di scelta e di pensiero […].
Così, come il Timavo, anche la poesia di Gallo, si rivela come un viaggio attraverso le ombre e la luce, dove la corrente della vita si fa simbolo di riscatto e di speranza. In questo flusso, refrattario ad ogni idea di confine o limite che non sia frutto di eventi naturali, l’espressione poetica diventa una sorgente nascosta, irrinunciabile invito a esplorare le zone ctonie del nostro essere.
Nota critica di Dario Talarico. Polemos e resistenza: germogli di una nuova storia?
Gleba per estensione, e come suggerito dal testo d’apertura della raccolta, di viene metafora dell’esistenza e del campo d’azione feroce e ferace della scrittura, dei suoi processi demiurgici e di stratificazione, dove il poeta-stercorario che «con la gleba impasta parole / e nevrosi del sacro: come lo scarabeo / rotola sfere», pur trasformando «lo scarto in humus, / in nutrimento per la futura prole», non può non ricordare, nel suo romantico e frustrante affaccendarsi, un passo datato 10 agosto 1821 dello Zibaldone nel quale Leopardi affermava che «l’oggetto della vita è la vita, e lo strascinare con gran fatica su e giù per una medesima strada un carro pesantissimo e vôto». Questa ultima raccolta di Sergio Gallo si presenta composita e articolata in dieci sezioni che si rimandano a vicenda. “Piccolo zoo nell’anima” riprende senz’altro dalle precedenti pubblicazioni la centralità della tematica zoologico-ecologista, e fin dalle prime pagine è possibile ritrovare il Sergio Gallo della nomenclatura (sirfidi, oritteropi, tardigradi, ippocampi e scarafaggi) e della provocazione, in un’incessante allegoria che di testo in testo sfuma e sfida i contorni permeabili tra il mondo animale comunemente inteso e quello umano […]
Gleba si conclude con “Cuore che ascolta” che, riallacciandosi a “Morti improvvise?”, riassume la recente vicenda pandemica nell’ottica della necessità di riappropriazione di una verità sempre più fuggevole e camuffata, volta a fare chiarezza su ciò che realmente accade o è accaduto nel mondo, in aperto conflitto con la storia che ogni giorno viene trascritta e documentata e in favore di una Storia maiuscola non manipolabile, non finanziabile, non corruttibile. Forse «sarebbe bastata la verità // d’una piccola porzione di cielo» per gettare luce sulla confusione, l’isolamento e il senso di spaesamento, per non abitare il presente come «una minaccia continua», come una fiera braccata «a scovare cavilli» per sopravvivere.
Ma per Sergio Gallo – e altri con lui – così non è stato e non è. Il poeta-stercorario incontrato nella prima pagina continua allora nella sua impresa vile e vitale, armato della «esigua urgenza della parola», nella speranza che da questo ammasso di terra e letame possa forse un giorno germogliare una nuova Storia.
Sergio Gallo (Cuneo, 1968). Sono laureato in Farmacia presso l’Università di Torino e lavoro come collaboratore di farmacia da 28 anni. Ho pubblicato dieci raccolte poetiche: Pensieri d’amore e di disastro, Tipografia Saviglianese 1991; La giostra di Venere, Mario Astegiano Editore 2003; Canti dell’amore perduto, puntoacapo 2010; Pharmakon, puntoacapo 2014; Corvi con la museruola, Lieto-Colle 2017; Beccodilepre – poesie sulla montagna 2006-2018, puntoacapo 2018; Approdi/Landings, Arsenio Edizioni 2020; Amnesia dell’origine, puntoacapo 2021; Eden – Memorie di un cittadino sospeso, Sensibili alle foglie 2022, Gleba – ādāmah, Gattomerlino editore, 2025.
Ho vinto il Premio Giacomo Leopardi 2006, il Nuove Lettere 2010 e il Guido Gozzano 2013. Più di recente mi è stato conferito il premio della giuria al Parole in transito 2023, per la poesia edita (con Eden). Miei versi sono apparsi su La clessidra, Pagine, Le Voci della Luna, Il segnale, Amado mio, Mosaico italiano e in diverse antologie. Faccio parte degli autori presenti in Ossigeno nascente – Atlante dei poeti contemporanei, redatto dall’Università di Bologna e del collettivo Fissando in volto il gelo – Poeti contro il green pass, attivo dal novembre 2021.





