DIARIO DELL’ APPRODO è la silloge di Fernando Della Posta edita da Arcipelago itaca nel 2024 (collana Mari Interni diretta da Danilo Mandolini), con prefazione a cura di Davide Toffoli. Suddivisa in dieci sezioni (nove mari e un oceano), prende spunto dall’esogeologia, ramo della geologia, che studia la composizione, la formazione e l’evoluzione dei corpi celesti, come la luna. Infatti , in questo caso, il “mare” è termine latino (plurale mària) usato per descrivere particolari configurazioni morfologiche, di colore scuro, sulla superficie lunare in realtà compatibili con pianure basaltiche. Della Posta ci conduce in questi “mari” (del freddo, delle piogge, delle isole, crisium, della fecondità, spumans, delle onde, delle nuvole, della tranquillità) e in un “oceano” (delle tempeste) attraverso la sua poesia e un “diario di approdo” che ci ragguaglia pertanto su di un viaggio di potenziale pericolosità.

La silloge è dedicata “a tutti i fuori spazio e i fuori tempo” e mostra nell’esergo quattro citazioni firmate Pavese, Melville, Montale dove comune denominatore lascia immaginare la ricerca di nuovi luoghi su cui approdare e rinascere come il nuovo mondo predetto da Aldous Huxley (1932). In – Mare del freddo – prima sezione, Della Posta ci accoglie mettendoci in guardia sul quotidiano e sulla necessità di essere in qualche modo innovativi nel viverlo: “procedere a tentoni, per prove ed errori, / distinguere il giaciglio dal pavimento.” E ancora “cercare di non fare sgarro ai vivi” perché “rintanato dentro / meste gallerie, sibila amor proprio”. Anche “se la Terra / è sempre una, l’approdo è tutti i giorni”. In – Mar delle piogge – la concretezza del monito si palesa, “si approda / sempre alla posizione periferica” (…) “Tutti accolgono celando un coltello”. Qui il poeta scava e affonda le riflessioni su se stesso e sugli altri, comprende che l’umanità è “specie gregaria” gestita da emozioni e in cerca di abitudini e consuetudini. “Ogni uomo è prima di tutto poeta, / il poeta che ci muore tra le braccia, / dopo che c’è salito in grembo, non visto”. Si rivolge al prossimo indicandolo come “fratello” e suggerendo che la pioggia (di questo mare) cade e ci scava “tra orbite e labbra” e “chiude sentieri” (…) “vivere è l’unico modo per sfuggirle, / dimenticare che un giorno placheremo la sua fame”. Nel – Mare delle isole – le tensione lascia spazio a scenari più sereni quasi religiosamente pacati. Compare la forza della natura, i lupi e le creature selvatiche, i tramonti gloriosi e “paesaggi lontani / dove soltanto una vasta bellezza / chiara veleggia tra gole e vallate”. E in questo percepire anche il poeta si sente più a suo agio e rilassato, “la pienezza di luce, / dall’isola sullo spazio indiviso / di mare e di cielo taccio / linee, irradiato il mio sentire”.
Approdiamo quindi al primo – Oceano delle tempeste – dove percepiamo un nuovo sentire perché dopo tanto viaggiare “stremati cadiamo nel sonno che la spossatezza esige.” Si tratta d’immaginare transiti non ancora esplorati “mutiamo direzione al nostro moto, / migriamo sul versante a noi opposto / illusi d’inseguire un nostro sogno.” I testi assumo un respiro più ampio e l’autore propone uno stile più ricercato e aulico. D’altronde siamo “variabili creature” che trovano spesso conforto e spiegazione nell’arte e nella creatività come ci suggerisce la poesia di chiusura della sezione.

In – Mare crisium – non smentendo il significato latino di “mare delle crisi”, Della Posta ci ricorda come “spesso si devono attraversare / gli specchi e le loro ombre” e per far questo cita Kavafis “l’ultimo mortale fra gli Olimpi” o anche Hermes che “si consegnò troppo tardi ai bivacchi degli uomini”. Non è certamente mai facile affrontare le nostre ombre “si tende alla vita con mire più astute e precise” ci dice il poeta e conclude questa attenta ed accurata sezione, lasciando sempre spazi aperti al ritorno delle nostre ombre, persone o ricordi. Proseguiamo il nostro viaggio tra i mari in quello – della fecondità – che ci scuote e percuote, ricordandoci la debolezza umana e la facilità con la quale possiamo cadere “il piede sempre vacilla” e “lo sforzo dell’ascesa farsi vano per la neve e la tormenta”. Sono richiami sempre terrestri nonostante i mari lunari, Della Posta rimane ben saldo ai problemi connessi al nostro pianeta usando i corpi celesti solo metaforicamente. Lotte per la sopravvivenza e per il potere logorano gli animi più scaltri, ma conforta leggere che “sensibilità è genio, intelligenza. / Si vede ciò che i compagni non vedono / o rimuovono”. Il mare della fecondità raccoglie certamente in sé il seme del futuro, la grazia poetica e la sensibile percezione del poeta: la razionalità trova esaltazione nell’uso della parola e della musicalità del verso.
Mare spumans – si apre al lettore con la forte immagine della “santa mucca Giovanna / oltraggiata nei macelli” allo scopo d’introdurci al mondo terreno dei dittatori e e caporioni in lotta per i suoi quarti. E’ un mare breve questo che ci invita però alla primavera a “spalancare gl’ingressi d’oscurate stanze.” Ancora volta viene invoca la luce e il sole che non solo proietta sulla luna, ma anche sugli uomini illuminandoli perché “ogni maschera ha la sua serratura / la sua chiave un attrezzo scenico / va cercata nei ripostigli della sopravvivenza”. In – Mare delle onde – s’inneggia al passato come voce che emerge dalle acque, quasi sommessa, nel ricordo del ’21 o della Linea Gustav per insegnarci che “la chiave di volta è che da sempre / per uno che vince uno si perde. Anche / un cenno abbatte i confini tra i massimi / sistemi, lo scarto si rialza in piedi.” Mare delle nuvole – già graficamente differente dai restanti testi, fa fluttuare spesso tra le sue quartine, adulti e adolescenti che “pensano all’amore come ad un progetto interstellare” riportandoci all’attuale e al manifestarsi delle nuove generazioni, sottolineando cambiamenti e stili di vita: ” I nostri avi non sceglievano nulla / per sé, nemmeno su come condurre / una vita. Ma allora a una vita non scelta / una vita bastava. Oggi invece facciamo / scelte che a viverle una vita non basta.”
La raccolta si chiude con – Mare della tranquillità – il nostro luogo d’approdo è infine il nostro stesso Paese dove, in queste curatissime liriche, Della Posta inserisce amore e sentimento, quasi nostalgia per ogni luogo visitato, osservato o semplicemente sognato. C’induce, alla fine del suo viaggio, alla concretezza del reale: un invito ad appropriarci di ciò che meravigliosamente ci circonda, in silenzio.

Nota di lettura a cura di Antonio Corona.


Estratti da DIARIO DELL’ APPRODO


Sempre si approda
alla posizione periferica,
tanto svantaggiata quanto ambita:
l’ambulacro ferito a sette luci.

Uno spietato controllo di se stessi
aprirebbe le vie del dominio.
Tutti accolgono celando un coltello.

***

Nota dalla terra lasciata

Abbiamo cercato la felicità
e l’abbiamo raggiunta.
ne abbiamo goduto
fino a sentirci ostaggi.

Corpo di donna non si ama,
se non con fiato spezzato.
Stiva di luce, euforia di forzieri.

***

Se qui nulla è per chi resta
e tutto è per chi va,
il lento perdurare d’agosto
è un crepuscolo grandioso,
inamovibile, dorato.
Un declinare composto,
doloroso, in cui la lingua si fa povera
e non ha inventiva,
in cui si chiede al temporale
la bella parlantina.
Ma è un’appuntamento che salta
e ogni casacca è di fortuna.

***

Disinnescare il paradosso

Se il pensiero è un lusso
che si concede solo chi sta in pace,
perché poi ci troviamo comunque
tutti a sgomitare nel campo d’aprile
per un pezzo indisturbato di luce?


Fernando Della Posta è nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, è laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico. Si interessa di poesia e fotografia. Per lui, la poesia, è il manifestarsi di un pensiero vitale comune che immancabilmente si fa spazio nelle destrezze quotidiane degli uomini, in ogni luogo e in ogni epoca. Diverse sue opere edite e inedite hanno ottenuti prestigiosi riconoscimenti letterari. Numerose le sue recensioni e le sillogi pubblicate: L’anno, la notte, il viaggio (Progetto Cultura 2011), Gli aloni del vapore d’Inverno (Divinafollia 2015), Cronache dall’Armistizio (Onirica 2017), Gli anelli di Saturno (Ensemble 2018), Voltacielo (Oèdipus 2019), Sembianze della luce (Giuliano Ladolfi 2020), Sillabari dal cortile (Macabor 2021) e il più recente, nel 2022, Ricostruzione delle favole (Italic-peQuod).

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